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Buon compleanno Arrigo Sacchi, dal Fusignano al Milan dei Tulipani. Giovanni Galli: "Auguri da chi ti ha sempre stimato e non smetterà mai di ringraziarti"

| News calcio | Autore: Francesco Caruso

Pizza, spaghetti e mandolino, che tradotto in termini calcistici equivale a catenaccio, difesa e contropiede... Un'etichetta a tratti indigesta, un luogo comune per alcuni. Per lui sicuramente, teorico del "calcio totale" made in Fusignano: Arrigo Sacchi, 69 anni oggi. Il padre gli regala il primo pallone in tenera età: amore a prima vista. Siamo appena alle prime righe di una storia fantastica. Arrigo capisce da subito che i piedi non sono all'altezza della sua genialità calcistica e dopo una breve carriera da terzino sinistro a 19 anni preferisce smettere e dedicarsi ad altro. L'ammirazione per il calcio totale della nazionale olandese, quella di Cruijff per intenderci, rimarrà anche in questo periodo. Decide a malincuore di dedicarsi all'attività del padre, titolare di una ditta di scarpe. Viaggia per l'Europa e si rende conto di persona di quanto siano fastidiose certe etichettacce. E' forse la molla decisiva per tornare di prepotenza nel mondo del calcio. Prima squadra? Fusignano ovviamente. Tre anni con una promozione gli valgono la chiamata dell'Alfonsine: stipendio da 250 mila lire al mese e campo in terra battuta. Poi il Bellaria e dunque le giovanili del Cesena (allenerà anche a Firenze). E' un momento decisivo: Arrigo saluta l'azienda del padre e si dedica  completamente al suo primo amore, il calcio. Supercorso a Coverciano con un altro maestro del calcio spettacolo, Zdenek Zeman, che non a caso sarà il suo erede sulla panchina del Parma. Proprio qui la grande opportunità. Dopo due brevi esperienze a Rimini, porta i gialloblù in Serie B e nella stagione 1986-1987 elimina nientemeno che il Milan. Berlusconi si innamora del suo calcio, dopo un'autentica lezione di gioco. Inizia dunque il capitolo Milan, con il quale scrive pagine bellissime del club, di tutto il nostro calcio e della sua magnifica storia. Il profeta vince e incanta in giro per Italia e per il mondo. E' il Milan stellare dei tulipani olandesi, Gullit, Van Basten, Rijkaard e di Giovanni Galli, Filippo Galli, Baresi, Maldini e Ancelotti solo per citarne alcuni. Una squadra stellare che ha fatto rivalutare a tutto il mondo quello stereotipo "catenacciaro" affibbiato al nostro calcio. Il Milan di Sacchi vince lo scudetto al primo anno, ma è in campo europeo che diventa leggenda. Spettacolo in tutta Europa e nel mondo: due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe Europee. Trionfi raggiunti a modo suo e i riconoscimenti oltre i confini non tardano ad arrivare. Per gli spagnoli è "il maestro", per gli italiani "il profeta", per gli inglesi del Times il miglior allenatore italiano e l'undicesimo di tutti i tempi e per quelli di World Soccer il suo Milan è la squadra di club più forte di tutti i tempi, mentre i francesi di France Football la ritengono la migliore squadra del dopoguerra. Insomma, un mito. Senza dimenticare quei maledetti rigori con la Nazionale: in finale ai Mondiali del '94 contro il Brasile, ed anche agli Europei del '96 due anni dopo, nel girone eliminatorio con la Germania. Fatali, ma che non intaccano certo il mito, appunto, di chi si è poi fatto apprezzare sia all'Atletico (da allenatore) che al Real (da direttore tecnico). I risultati colti in carriera parlano da soli. Di sè ha sempre dato un'immagine positiva, fatta di ottimismo, battute, sorrisi. Ma chi può descriverlo meglio se non chi l'ha vissuto da vicino? GianlucaDiMarzio.Com ha scelto di farsi raccontare qualcosa in più, in esclusiva, dal "numero uno" del Milan di Sacchi, il portierone Giovanni Galli. Quando Sacchi arrivò al Milan lei faceva già parte della rosa. Quale fu la principale differenza? Di metodo o di mentalità? "Chiunque fosse stato l'allenatore precedente e qualunque fosse stata la squadra il risultato sarebbe stato lo stesso. Lui arrivò al Milan, ma se fosse andato alla Roma, alla Juve o all'Inter, non sarebbe cambiato il risultato. Era unico. Il suo modo di lavorare, di preparare le squadre, di trasmettere la sua identità, era diverso da tutti. Non voglio dire che è stato un rivoluzionario perché sarebbe un termine inappropriato, ma sicuramente è stato un innovatore in quello che lui chiedeva, proponeva e che poi è riuscito ad ottenere". Quindi un mix di allenamento sul campo e nella testa? "Avevamo sistemi di allenamento ben diversi, basati sull'organizzazione, ma un'organizzazione finalizzata alla sicurezza, all'autostima. Noi dovevamo pensare solo ed esclusivamente a ciò che stavamo facendo durante l'allenamento e a ciò che dovevamo riproporre la domenica in campo. Non ci preoccupavamo mai dell'avversario di turno e di quale tattica avrebbe proposto. Avevamo il nostro sistema di gioco e lo dovevamo esasperare nell'ordine, nell'intensità nella qualità: avevamo una nostra identità e quella doveva essere. Questa è stata la grande rivoluzione, passare da un calcio passivo come era quello italiano, a un calcio attivo come quello portato da Arrigo Sacchi. Secondo me un cambiamento epocale. Questo è Arrigo Sacchi". Il più grande allenatore italiano? "Questo non lo so, posso dirlo per quanto mi riguarda. Per me lo è stato perché ho toccato con mano la qualità del lavoro e i risultati di quel lavoro. Non posso sapere se lo stesso parere vale per altri giocatori che hanno avuto allenatori diversi. Dire se lo è stato in assoluto per tutti non lo so, per me sicuramente sì". Il trionfo indimenticabile? "Penso il primo, perché è quello che ha dato il via a tutto quello che è successo dopo. Se noi non avessimo vinto a Napoli, con quel famoso 3 a 2, e non avessimo vinto quello Scudetto, non avremmo avuto accesso alla Coppa dei Campioni. Un tempo non era come oggi che basta arrivare terzi o quarti per accedere alla Champions. In quei tempi o vincevi il campionato o... vincevi il campionato, non si sfuggiva. Quindi penso che la vittoria dello Scudetto nella stagione 1987-1988 sia stato di fondamentale importanza per i trionfi successivi, e di conseguenza la vittoria decisiva, quella da ricordare. Troppo facile citare una finale e scordarsi i percorsi. I campionati si scordano più facilmente perché non c'è una finale, anche se quel Napoli-Milan 2 a 3 ne aveva quasi il sapore: fu una vittoria indimenticabile". Chi è oggi il nuovo Arrigo Sacchi?  "Per il modo maniacale con cui lavora, penso Antonio Conte. Anche lui crede fortemente nel lavoro, nella sua qualità, negli uomini: ha molte caratteristiche che possono ricollegarlo ad Arrigo Sacchi. Poi i concetti di calcio per certi aspetti e situazioni sono diversi. Ma per applicazione, lavoro, serietà, rivedo tanto di Arrigo Sacchi in Antonio Conte". Vuole fare un augurio particolare per il compleanno di Sacchi? "Gli faccio tanti auguri e sono fatti da chi l'ha sempre stimato e lo ringrazia per avergli dato questa opportunità. Non vederlo in campo, non vederlo coinvolto, è una grande perdita per il calcio. Non appropriarsi della sua cultura, dei suoi concetti, del suo lavoro e della sua esperienza, è un grave peccato. Secondo me, ancora oggi, è un tecnico che potrebbe dare molto, quanto meno per insegnamenti e concetti: basta vedere ad esempio il lavoro che è stato fatto con le selezioni giovanili italiane. Non so se gli faccio un piacere, perché non so se è quello che desidera, ma il mio augurio particolare è questo: Arrigo, spero di vederti presto in campo, il calcio italiano ha bisogno di te".
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