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IntervistaMotta eroe per una notte. L'ex allenatore: "Edo non è nuovo a queste imprese..."
"Quando la Lazio è andata ai rigori ero certo che passasse: Edoardo non è nuovo a queste tipo di imprese sportive...". Parola di Alessandro Lupi, che il talento di Edoardo Motta lo conosce bene per averlo allenato a Monza. Il portiere classe 2005 è l'eroe per una notte: grazie ai quattro penalty respinti contro l'Atalanta alla New Balance Arena, ha permesso alla squadra biancoceleste di approdare in finale di Coppa Italia dove incontrerà l'Inter di Christian Chivu.
Una sera indimenticabile anche se per Motta, parare rigori, non è affatto una novità, anzi. Il calciatore nato a Biella lo aveva già dimostrato lo scorso 22 marzo, quando in Serie A era riuscito a ipnotizzare Riccardo Orsolini parandogli un penalty allo stadio "Renato Dall'Ara". "Edo ha un dono incredibile", ribadisce Lupi a Gianlucadimarzio.com. L'ex allenatore – tra le altre – di Milan, Sampdoria e Venezia Primavera, ha incrociato il percorso di Motta nella stagione 2022/23, guidandolo durante l'esperienza nel settore giovanile del Monza.
MOTTA L'HA RIFATTO. E pensare che non è la prima volta che decide una sfida ai calci di rigore. Ma andiamo per gradi. "Con lui vinsi il campionato di Primavera 2. Al tempo decisi di alternare Edoardo e Andrea Mazza (oggi alla Giana Erminio in Serie C, ndr) in porta. Erano entrambi molto bravi". Ed ecco l'episodio che resta impresso nella mente: è il 9 novembre del 2022, Monza e SPAL si affrontano in Coppa Italia. "Siamo ai supplementari, la partita è ferma sullo 0-0. A cinque minuti dalla fine il preparatore dei portieri dell'epoca (Andrea Pansera, ndr) mi dice: 'mister, è fatta. Abbiamo vinto'".
Tra incredulità e un pizzico di scaramanzia. "Non capivo, ero sorpreso da quelle parole". Ma bastarono pochi minuti per cambiare opinione. Il Monza passa il turno vincendo 4-1 ai calci di rigore e Motta si rivela decisivo parando due penalty su tre. "Passammo il turno, eravamo molto felici. Adriano Galliani mi chiamò per congratularsi con me".
IL CORAGGIO. In un'Italia ricca di talento ma che sul campo fatica. Tre Mondiali senza la nazionale azzurra restano un dato incredibile. Ma l'Italia può contare sicuramente su portieri di qualità come Gianluigi Donnarumma, Guglielmo Vicario, Matteo Carnesecchi, solo per citarne alcuni. E allora perché no, anche su Motta.
"Deve migliorare tanto", dice Lupi che, in passato, ha avuto modo di lavorare con lo stesso Donnarumma, oltre a Tommaso Pobega e Marco Brescianini. "Edoardo ha personalità e un'ottima reattività. Tra i pali è molto forte ma ha bisogno di lavorare". E conclude: "La Lazio gli sta dando una grande possibilità. I giovani bisogna formarli e lanciarli". Motta ne è un esempio e adesso vuole continuare a stupire.
Lazio, Sarri squalificato: salterà la finale di Coppa Italia contro l'Inter
Una notte magica per la Lazio, che grazie al successo ai rigori contro l'Atalanta si è qualificata alla finale di Coppa Italia per la prima volta dopo 7 anni. L'ultima partecipazione dei capitolini all'atto conclusivo del torneo risaliva infatti al 2019, anno in cui la squadra allenata da Simone Inzaghi vinse il trofeo battendo proprio i bergamaschi in finale.
Il 13 maggio all'Olimpico sarà di nuovo biancocelesti contro nerazzurri, ma questa volta l'avversaria di Zaccagni e compagni sarà l'Inter, qualificatasi alla finale dopo una super rimonta contro il Como. Una partita attesissima, nella quale mancherà però uno dei principali protagonisti: Maurizio Sarri. L'allenatore della Lazio, infatti, era diffidato e ha ricevuto un cartellino giallo nella partita della New Balance Arena contro l'Atalanta, motivo per cui sarà squalificato in finale.
SARRI ASSENTE - Sia per Maurizio Sarri che per Raffaele Palladino le ammonizioni ricevute ieri dall'arbitro Colombo per proteste hanno rappresentato la seconda sanzione stagionale in Coppa Italia. L'allenatore dell'Atalanta salterà dunque la prima sfida della prossima edizione, mentre è andata "peggio" al collega toscano, che non ci sarà in finale.
A guidare i biancocelesti nel match del 13 maggio contro l'Inter sarà dunque il vice Marco Ianni, storico collaboratore tecnico di Sarri che a partire da questa stagione è stato "promosso" ad allenatore in seconda.
Serie A, le designazioni della 34ª giornata: Sozza arbitra Milan-Juventus
Lo Scudetto è ormai pressoché assegnato, ma c'è ancora tanto da giocarsi in queste ultime giornate di Serie A: dalla lotta ai piazzamenti europei fino a quella relativa alla salvezza, tutto è ancora in bilico quando mancano quattro turni alla fine.
Le partite del prossimo weekend possono fare un po' di chiarezza in tal senso, vista la grande quantità di scontri diretti in programma. Alla vigilia dell'inizio della 34ª giornata, che prenderà il via con l'anticipo del Maradona tra Napoli e Cremonese, l'AIA ha reso note le designazioni arbitrali per i 10 match.
LE DESIGNAZIONI ARBITRALI - Ecco dunque le scelte dell'AIA per le sfide della 34ª giornata di Serie A.
NAPOLI-CREMONESE
Arbitro: Doveri
VAR: Meraviglia
PARMA-PISA
Arbitro: Calzavara
VAR: Giua
BOLOGNA-ROMA
Arbitro: Di Bello
VAR: Maresca
VERONA-LECCE
Arbitro: Massa
VAR: Di Paolo
FIORENTINA-SASSUOLO
Arbitro: Marinelli
VAR: Cosso
GENOA-COMO
Arbitro: La Penna
VAR: Gariglio
TORINO-INTER
Arbitro: Mariani
VAR: Mazzoleni
MILAN-JUVENTUS
Arbitro: Sozza
VAR: Abisso
CAGLIARI-ATALANTA
Arbitro: Sacchi
VAR: Marini
LAZIO-UDINESE
Arbitro: Bonacina
VAR: Camplone
Lazio, i tifosi hanno deciso: ci saranno nella finale di Coppa Italia
La Lazio ha raggiunto la finale di Coppa Italia. I biancocelesti hanno battuto ai rigori l'Atalanta grazie a un super Edoardo Motta, protagonista di 4 parate dagli undici metri. Il prossimo 13 maggio, allo stadio Olimpico, la squadra capitolina sfiderà l'Inter con una spinta in più. I ragazzi di Sarri, infatti, potranno contare sulla presenza dei tifosi.
I supporters hanno fatto sapere che presenzieranno alla finale di Coppa Italia ma non al derby contro la Roma, in programma il 17 maggio. I tifosi hanno deciso di accantonare le tensioni con la società nella partita più importante della stagione biancoceleste. Nonostante la nona posizione in campionato, a meno 11 dalla Roma sesta e ultima qualificata alle coppe europee, Zaccagni e compagni potrebbero ottenere un pass per l'Europa League. In caso di vittoria, infatti, la Lazio si qualificherebbe di diritto alla competizione.
CI SARANNO I TIFOSI, MA NON SARRI - La gioia per il ritorno dei tifosi all'Olimpico si scontra con l'amarezza per l'assenza in finale di Maurizio Sarri. L'allenatore della Lazio, infatti, è stato ammonito nella semifinale di ritorno contro l'Atalanta e, poiché diffidato, è stato squalificato per la prossima gara. A guidare la squadra sarà Marco Ianni, storico collaboratore dell'allenatore promosso al ruolo di vice.
La decisione dei tifosi è arrivata a seguito delle parole di Maurizio Sarri che, dopo la vittoria contro l'Atalanta, aveva commentato l'assenza dei supporters. "Ho sempre detto che porto grande rispetto ai nostri tifosi se hanno fatto questa scelta" ha detto l'allenatore a Mediaset. "Se venissero io per primo e tutta la squadra saremmo non contenti, di più. Ieri sono venuti a incoraggiarci, se dovessero venire sarei l’allenatore più felice del mondo ma bisogna rispettare le scelte".
Consapevolezze - Schuurs: “Ricomincio da me”
Apro gli occhi. Sopra di me c’è il soffitto. Si vede poco, è tutto buio. Ma è ciò che vedo ormai da settimane. Sono chiuso qui, in questa stanza. La luce è poca, le tapparelle sono abbassate. L’oscurità è la compagna delle mie giornate. Esco solo per allenarmi. Poi appena la porta dietro di me si chiude, tutto finisce. Non voglio uscire di casa. Non so se sono io o è l’ospite che vive con me. Vive in me. È la depressione. È arrivata in silenzio, senza chiedere il permesso. Si è impossessata del mio corpo e della mia mente. Un giorno alla volta. Un velo cupo che ti opprime e che, allo stesso tempo, si insinua in ogni parte di te, prendendone il controllo. E ora sono immobilizzato nei confronti della vita. Voglio stare solo. È come se volessi stare dentro il mio malessere e il mio dolore. La vita degli altri va avanti, la mia è ferma, rinchiusa tra queste mura. È tutto buio. Non riesco a fermare questi pensieri.
Apro gli occhi, mi risveglio. Mi guardo allo specchio. Quel buio fa parte del passato. Ma un po’, sarà parte di me per sempre. Mi ha cambiato. La vita sa essere strana. Stavo giocando una delle mie migliori partite. Lo stavo facendo contro l’Inter, la squadra a cui ero stato vicino l’estate precedente. Venivo da un’importante stagione in A. Stavo vivendo il sogno del piccolo Perr. Ero sicuro, mi sentivo forte. Poi è arrivata quell’azione. Il dolore al ginocchio, le lacrime sul mio volto. Mi ero rotto il crociato. Ma nei mesi successivi mi si è rotto qualcosa dentro. Fuori sorridevo, ma la mia anima si stava distruggendo, frammento dopo frammento. Non ero preparato a ciò che stavo vivendo. Era qualcosa di sconosciuto per me. Per la prima volta scrivo e racconto quello che ho vissuto. Negli scorsi mesi non ero pronto per farlo. Ora sì. Sono un uomo diverso. Non so quanti sarebbero riusciti ad affrontare quel buio. Per mesi mi sono vergognato di ciò che ero. Oggi sono orgoglioso della persona che sono diventato. Venite, sedetevi accanto a me nella mia stanza. Non è più buia. La luce del sole illumina queste pagine. Vi racconto la mia storia. Vi racconto Perr, l’essere umano.
48’ – Diventare un calciatore professionista è sempre stato il mio sogno. Avevo tre anni quando ho fatto il mio primo allenamento. Per un po’ di tempo ho fatto l’attaccante, poi mi sono spostato in difesa. E da difensore il mio obiettivo era crescere nella miglior scuola al mondo: l’Italia. L’impatto con la Serie A era stato positivo, dopo una stagione l’Inter mi voleva. Alla fine sono rimasto al Torino. Volevo raggiungere l’Europa con quella maglia. Dopo nove partite la luce si è spenta, proprio contro i nerazzurri. Ci sono istanti che segnano un prima e un dopo. Per me lo è stato il 48’ di quella partita. Il crociato anteriore del mio ginocchio si è rotto. L’ho capito subito, qualcosa non andava. Ero sotto shock, sono uscito dal campo in lacrime. Avevo paura. Il medico della squadra aveva confermato che il legamento non era come prima. Sono tornato a casa in auto con mio padre e la mia ragazza. Distava 15 minuti. Guardavo fuori dal finestrino e piangevo. Ho pianto. Ho pianto tanto. Anche nei giorni successivi. Ero circondato dall’affetto della mia famiglia e dei miei amici arrivati dall’Olanda, ma non stavo bene. “Nove mesi senza calcio, mamma mia”, mi ripetevo.
Dopo una settimana mi sono operato a Bologna. “L’intervento è andato bene. La lesione ha interessato solo il legamento crociato anteriore, nove mesi e tornerai in forma”. Il tono del chirurgo era rassicurante. Passano pochi giorni e inizio ad avere strane sensazioni. Il dolore al ginocchio non mi abbandonava, non era normale. Ho fatto dei controlli, i risultati erano positivi. Ero fiducioso. Avevo male, ma ero tranquillo. Dagli esami tutto appariva a posto. Dopo quattro settimane avrei dovuto poter camminare senza le stampelle. Io le ho usate per quattro mesi. Non riuscivo a poggiare il piede. Qualcosa non andava. Bologna, Londra, Lione. Ho incontrato gli specialisti più importanti al mondo, sperando di trovare soluzioni. “Troveranno la causa”. La risposta, però, non cambiava: l’operazione era stata eseguita correttamente e il ginocchio non aveva problemi. Ma il dolore era asfissiante e nulla cambiava, era frustrante. E poco è cambiato anche dopo il secondo intervento. Non sapevo più a cosa pensare.
BUIO – I mesi passavano, il dolore non cessava. In me qualcosa iniziava a rompersi. Un pensiero alla volta. E io non me ne stavo rendendo conto. La mia testa non si fermava, continuava a porsi domande. Le notti erano infinite, non dormivo. Ero confuso, sfinito, triste. “La mia carriera è finita? Sarò ancora un calciatore?”. Non riuscivo ad allontanare quella negatività. Piano piano stavo sprofondando in un abisso che mai avrei pensato potesse esistere nella mia vita. Non lo conoscevo, mi spaventava. E all’esterno volevo apparire come il solito Perr, solare e sicuro. Ai “Come stai?”, sorridevo rispondevo che tutto andava bene. Questo, però, non mi ha aiutato. Anzi, non ho fatto altro che respingere un vissuto che avrei dovuto affrontare.
Quando ero solo mi ritrovavo a fare i conti con il mio malessere. Lo vedevo, lo sentivo. Non ne conoscevo i tratti, ne percepivo solo i devastanti effetti. In me la rabbia si univa alla tristezza. Passavo ore a piangere. Prendevo a pugni porte e muri per la frustrazione che viveva nel mio sangue. Andavo al campo, vedevo i miei compagni allenarsi e giocare. Io non potevo. Potevo solo aspettare di essere in auto per tornare a casa e lasciare andare le lacrime. “Perché a me?”.
SPERO DI NON SVEGLIARMI PIÙ – Mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo. Ero sempre stato un ragazzo positivo, estroverso, felice. Quel Perr non esisteva più. Quando ero in compagnia delle persone, ero completamente assente. Non le ascoltavo, non ricordavo quello che mi dicevano. La mia mente era focalizzata solo sul mio ginocchio e sul mio malessere. Non esisteva altro. Ero (rin)chiuso nella mia bolla mentale. Non ridevo, non volevo vedere le persone, non parlavo. Il silenzio era la mia casa. Ma il rumore di quel silenzio non mi lasciava in pace. “Non tornerai più”, “Non sarai più un calciatore”, “Stai facendo soffrire le persone che ti vogliono bene”.
La mia testa era attraversata da pensieri, ansie, spettri. Si tessevano tra loro, trovare un equilibrio era impossibile. Nei mesi a Londra, oltre che per gli allenamenti, sono uscito di casa solo due volte. Eravamo io e il buio della mia stanza. Volevo stare solo. Volevo stare male. E quel Perr mi spaventava. Odiavo quello che ero diventato. E non mi sentivo neanche più un calciatore. Non credevo possibile un mio ritorno. E vedere ciò che i media scrivevano mi feriva. Parlavano di un terzo intervento, di problemi alla cartilagine. Falsità. Loro non sapevano la verità. Non sapevano quello che stavo passando. Come mi feriva leggere i commenti sotto i post sui social. Li passavo, li leggevo. Scorrevo il dito fino a trovare qualche cattiveria che potesse farmi male. “La tua carriera è finita”. Poteva essere uno su 100, ma diventava l’unico che contava davvero. Forse aveva ragione. I momenti peggiori erano la mattina e la sera. La depressione si alza e si addormenta con te, per ricordarti che lei c’è, non se ne va. Ricordo quella notte. Ero svuotato, esausto, senza alcuna motivazione. Nulla aveva senso. Sono andato a dormire con la mia ragazza e le ho detto: “Buonanotte, spero di non svegliarmi più”.
CHIEDERE AIUTO – Non avevo pensato di suicidarmi, la mia vita era piena di amore. Ero solo stanco e avevo bisogno di un supporto. “Perr, hai bisogno di aiuto. C’è altro oltre al calcio”. Roos, la mia ragazza, mi ha convinto a rivolgermi a uno specialista. Prima ho riparlato con il mental coach che avevo conosciuto ai tempi dell’Ajax, poi sono andato da uno psicologo. Ne avevo bisogno. Mi ha cambiato. Ho scoperto parti di me fino a quel momento sconosciute, ho affrontato traumi e fragilità, come la morte di mio nonno, ho imparato ad accettare la mia situazione e a provare gratitudine per quello che nella mia vita.
Perché ho tanto altro. Come Roos e i miei genitori. Lei è stata fondamentale. L’unica persona con cui ho sempre parlato. Il mio rifugio, la mia casa. Il mio posto sicuro a cui poter chiedere aiuto e in cui sentirmi libero di stare male ed esprimere il mio disagio. Se non ci fosse stata lei, oggi avrei smesso di combattere. È amore e speranza. Ha visto i lati più oscuri di me, li ha abbracciati. Nel giugno del 2027 ci sposeremo. La prospettiva più bella. E poi ci sono i miei genitori. Per molto tempo non ho parlato loro della mia depressione. Non volevo farli preoccupare. Ma vedevano che non stavo bene. Come quel giorno a Torino. Eravamo a pranzo in centro. Li guardavo e volevo solo piangere. Ero felice di vederli, ma la mia mente era in uno stato che mai avrei pensato di vivere.
PERR – Negli ultimi mesi la mia vita è tornata a sorridere. Per la terapia e per il mio ginocchio. Dopo molte visite abbiamo capito che il problema non era lui. C’era un problema nel muscolo posteriore della coscia, non funzionava bene e andava a sovraccaricare la parte esterna del ginocchio. Ho iniziato a fare un lavoro mirato a risolvere questa problematica. Giorno per giorno la situazione è migliorata, fino a quella mattina. “È strano, cosa mi succede?”. Non sentivo più dolore. Quel dolore che quotidianamente mi aveva accompagnato, era sparito. Non ricordavo più come fosse la mia vita prima dell’infortunio. Secondo i medici e i fisioterapisti a giugno la mia riabilitazione sarà terminata e potrò tornare a giocare. Ora non ho un contratto e potrò decidere la soluzione che riterrò migliore per la mia ripresa. Anche se in testa so già qual è la mia prima scelta: l’Italia. Voglio solo una squadra che creda in me e mi dia la possibilità di tornare, nient’altro.
E ho dato una risposta a quella domanda che mi si ripeteva in testa. “Perché a me?”. L’ho capito. A me perché se c’è qualcuno che può tornare in campo dopo anni, quello sono e sarò io. E ho compreso che il calcio non è tutto. C’è altro, c’è la vita. Guardate quello che è successo a Diogo Jota. È stata dura. A volte ho pensato di non farcela. Ho conosciuto il buio, ma ora sono qua. E quell’oscurità, quelle lacrime, quel dolore mi hanno portato a guardarmi dentro, affrontare i miei demoni, diventare un uomo più consapevole. Mi hanno permesso di essere una migliore versione di me stesso. Ora lo so, non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto. Lo dico a tutti, fatelo. Guardate me, farlo mi ha salvato. Farlo mi ha permesso di essere qui e lavorare per rincorrere ancora quel pallone. Se chiudo gli occhi, sogno il momento del mio ritorno. L’ho immaginato tante volte, ma nulla sarà come viverlo. Ora lo so, arriverà quel giorno. Lo stadio pieno di tifosi, magari all’Olimpico di Torino. Lì, dove sono diventato grande. Lì, dove le persone sanno chi è Perr Shuurs. Sugli spalti Roos, i miei genitori e i miei amici. Arriverà quel momento. Manca poco. Tornerò a giocare a calcio, sposerò l’amore della mia vita. Posso sorridere, finalmente. Posso farlo senza mentire. Oggi sto bene, bene davvero. Oggi riparto da me, Perr Shuurs. Io sono pronto. E voi?
Lazio campione della Coppa Italia? Come può cambiare la corsa all'Europa dei club di Serie A
Stadio Olimpico, 13 maggio. A contendersi la Coppa Italia saranno Inter e Lazio. I nerazzurri tornano in finale dopo due anni di assenza, mentre per i biancocelesti l'ultima apparizione nell'atto conclusivo del torneo risale addirittura al 2019, anno in cui arrivò il successo proprio contro l'Atalanta - eliminata in semifinale in questa edizione.
Un altro successo della Lazio, l'8° della storia per i biancocelesti, cambierebbe e non poco le carte in tavola in vista della lotta all'Europa delle squadre di Serie A: ecco i possibili stravolgimenti.
TUTTE LE COMBINAZIONI - Ipotizzando che, visti gli 11 punti di distanza dal 5° e 6° posto in classifica, la squadra di Maurizio Sarri si piazzerà certamente dal 7° posto in giù in Serie A, una sua vittoria modificherebbe le modalità di qualificazione alle competizioni europee. In quel caso infatti Zaccagni e compagni sarebbero certi di un pass per la prossima edizione dell'Europa League, mentre l'altro verrebbe assegnato alla squadra 5ª classificata.
La 6ª invece dovrebbe accontentarsi della Conference League, e a essere beffata in questo caso potrebbe essere l'Atalanta, attualmente 7ª in classifica, che rimarrebbe fuori dall'Europa. La Lazio avrebbe quindi la possibilità di danneggiare due volte i bergamaschi: prima eliminandoli dalla Coppa Italia, poi non permettendo loro di qualificarsi a una competizione europea nella prossima stagione. Ma è ovviamente tutto da decidere il 13 maggio.
SE VINCE L'INTER... - In caso di successo dell'Inter, invece, non ci sarebbero grossi stravolgimenti: i nerazzurri, avendo già assicurato la qualificazione alla prossima Champions League, lascerebbero il pass per l'Europa League alla 6ª classificata in Serie A, mentre la 7ª andrebbe regolarmente in Conference.
Milan, Pavlovic: "Vlahovic? Quando è in forma è il numero uno. Giusto che rimanga Allegri, siamo migliorati tutti"
Arrivato nell'estate del 2024 dal Salisburgo, Strahinja Pavlovic è diventato in poco tempo uno dei pilastri della difesa rossonera. Sono 68 le presenze collezionate fino a qui con la maglia del Milan e il difensore serbo spera di poter proseguire la propria avventura: "Mi piace Milano, la gente, i tifosi e la moda. Spero di restare molti anni qui al Milan".
Il serbo ha parlato anche di un suo compagno di nazionale, Dusan Vlahovic: "Dusan è un mio grande amico e quasi tutti i giorni ci scriviamo o ci parliamo. Lui è un grande giocatore e una grande persona". E sul suo possibile trasferimento a Milano ha commentato: "Posso solo dire che è un grande attaccante. Quando è in forma è il numero uno, l'attaccante più forte del campionato e uno tra i migliori al mondo".
SUL MATCH CONTRO LA JUVENTUS - Pavlovic ha poi parlato della sfida di domenica proprio contro i bianconeri: "Non abbiamo paura. Dobbiamo avere rispetto e sappiamo cosa dobbiamo fare per affrontarli. Vedremo cosa accadrà".
E proprio su un vecchio interessamento dei bianconeri ha aggiunto: "Non ricordo di aver parlato con loro, magari è stato il mio procuratore".
IL RAPPORTO CON ALLEGRI - Pavlovic ha poi parlato del suo allenatore, Massimiliano Allegri: "Mi ha sicuramente migliorato nella tattica, nel sapermi posizionare bene in campo. Lui è il numero uno in questo. A lui piace lasciarmi questa libertà di attaccare, è sempre stata una mia caratteristica. Il gol più bello? Sicuramente quello contro il Torino".
Sul futuro dell'allenatore livornese il serbo non ha dubbi: "È giusto che rimanga, siamo tutti cresciuti con lui. Questo era solo il primo anno, miglioreremo ancora. Champions? Tutti vogliono giocarci, dovremo lottare fino alla fine per raggiungerla".
L'inviato di Trump Zampolli alla Fifa: "L'Italia ai Mondiali al posto dell'Iran"
Paolo Zampolli, inviato speciale del presidente degli USA Donald Trump, ha chiesto alla Fifa di sostituire l'Iran con l'Italia ai prossimi Mondiali. A riportarlo è il "Financial Times". Il giornale britannico ha citato fonti secondo le quali la mossa di Zampolli sarebbe finalizzata a riparare i legami tra il presidente statunitense e la premier Giorgia Meloni. Negli scorsi giorni, ci sono state tensioni a seguito dell'attacco di Trump a Papa Leone XIV per la guerra in Iran.
Zampolli ha dichiarato al Financial Times di aver parlato con il presidente americano e con il numero uno della Fifa Gianni Infantino, ricordando il prestigio della Nazionale azzurra. "Confermo di aver suggerito a Trump e Infantino di sostituire l'Iran con l'Italia ai Mondiali. Sarebbe un sogno vedere gli Azzurri aI Mondiali negli Stati Uniti. Con quattro titoli, gli Azzurri hanno il pedigree per giustificare l'inclusione".
LE PAROLE DI INFANTINO SULL'IRAN - Non è la prima volta che Paolo Zampolli chiede l'esclusione dell'Iran e il ripescaggio dell'Italia. Già in occasione del Mondiale del 2022 - a cui l'Italia non ha partecipato dopo essere stata eliminata ai playoff dalla Macedonia del Nord - l'inviato speciale aveva invitato la Fifa ad escludere la nazionale iraniana e a sostituirla con quella Azzurra. Finora, la Fifa non ha commentato le sue dichiarazioni. Negli ultimi mesi, il presidente della Federazione Internazionale ha più volte affermato che l'Iran parteciperà ai Mondiali 2026.
A fine marzo, il presidente Infantino ha incontrato ad Antalya, in Turchia, la nazionale iraniana. Lo scorso 15 aprile, Infantino ha rilasciato alcune dichiarazioni al "CNBC Invest in America Forum", dando per certa la partecipazione dell'Iran alla Coppa del Mondo. "La squadra verrà, questo è certo", ha detto. "L'Iran deve partecipare se vuole rappresentare il proprio popolo. Si è qualificata, ed è anche una squadra forte. Vogliono davvero giocare, e dovrebbero farlo. Lo sport dovrebbe rimanere al di fuori della politica".
IntervistaLa nuova vita di Brignani: "Al Castellòn imparo e sogno la Liga"
A Castellòn, Fabrizio Brignani ha trovato quello che cercava: "Un'esperienza, una nuova lingua, una vita diversa". Dopo una carriera tra Pisa, Cesena, Vis Pesaro, Olbia e Mantova, Fabrizio ha cambiato paese, abitudini, campionato, iniziando una nuova avventura in Segunda Divisiòn.
Classe '98, difensore, è arrivato nella Comunitat Valenciana nell'estate del 2025. Un trasferimento nato... grazie ai dati: "Al mio agente, Tullio Tinti, ho sempre detto che mi sarebbe piaciuta un'esperienza all'estero. Dal nulla mi ha chiamato e mi ha parlato di questo interesse reale. Il Castellòn usa le statistiche per il suo mercato, ed è così che mi hanno trovato. Devo ringraziare anche Botturi, il ds del Mantova. Avevo rinnovato per altri tre anni e mezzo, ma ci eravamo detti che se avessi avuto un'occasione che mi piacesse, lui non mi avrebbe chiuso la porta in faccia. È stato di parola".
Sì, i dati. Il proprietario del club spagnolo è Bob Voulgaris, grande pokerista professionista e "guru" delle scommesse sportive. "Una persona molto ambiziosa", ci racconta Brignani. "Studia le partite dal punto di vista statistico e sviluppa modelli su quale tipo di gioco porti alla vittoria. Lo abbiamo incontrato poche settimane fa, è venuto al campo col suo cane. Ci ha detto di credere in ciò che stiamo facendo, lui non cambia le sue idee in base ai risultati".
I risultati, per il Castellòn, quest'anno sono eccezionali: quarto posto, piena zona playoff e 'ascenso', promozione diretta, distante solo 3 punti. La partecipazione in Liga manca da 35 anni, ma allo stadio municipale Castalia i tifosi sono tornati a sognare grazie a Pablo Hernandez. Leggenda del club, che nel 2017 rilevò salvandolo dal fallimento, l'ex Leeds e Valencia ha imparato dal 'Loco' Bielsa i segreti del mestiere: "Pablo è subentrato dopo la sesta giornata, quando avevamo pochi punti. L'elemento principale che ci ha portato è stata la tranquillità, oltre a un po' più di organizzazione in fase difensiva. Parla poco ma trasmette grande sicurezza e serenità".
UN AMBIENTE FAMILIARE - Dopo Mantova, anche a Castellòn Brignani ha trovato un ambiente positivo, familiare: "Dai magazzinieri al social media manager, tantissime delle persone che lavorano nel club sono di Castellòn. C'è veramente un clima incredibile, i tifosi ci stanno trascinando, c'è sempre lo stadio pieno: è veramente bellissimo. Questa è una società che ha sofferto tanto negli anni, tra problemi economici e retrocessioni. Ma il problema più grosso è stato il confronto con il Villarreal: la squadra di un paesino qui vicino, con meno attaccamento da parte dei tifosi locali, che in 20 anni, peraltro i più difficili per la storia del Castellòn, raggiunge addirittura due semifinali di Champions". Il Castellòn mixa tantissime nazionalità: "Divido la squadra in metà spagnoli e metà 'resto del mondo', perché abbiamo un brasiliano, un congolese che con la sua nazionale si è qualificato per i Mondiali, un portoghese, un australiano, un polacco, un iraniano".
Brignani ci racconta che, trasferendosi all'estero, sente di aver maturato una consapevolezza superiore in ciò che fa e in ciò che lo circonda. Merito anche di Andrea Bernardi, proprietario di NestFootball, una società che si occupa a 360 gradi della gestione delle performance dei calciatori professionisti: "Anno dopo anno sto diventando sempre più professionista, e sono orgoglioso del percorso che sto facendo. All'inizio di questa esperienza a volte ero condizionato da ciò che potevano pensare gli altri di me. Avevo paura di entrare duro, perché la gente è rapidissima, tecnica e mi faceva passare la palla dietro le orecchie".
LE DIFFERENZE CON L'ITALIA - Fabrizio ha avvertito subito le differenze con il calcio a cui era abituato: "Qui è tutto molto incentrato sul dribbling, sui duelli, su situazioni di inferiorità numerica e sulle transizioni. Un calcio diverso, molto più aperto. Non facciamo praticamente mai lavoro fisico di corsa a secco e non l'abbiamo fatto neanche in ritiro, quindi la preparazione fisica è sì tanta, però poi in campo è tutta palla". Rispetto all'Italia, dove la parte tattica prevale, è "un allenamento di continue transizioni, di continue situazioni limite. Qui sono abituati ad allenare le situazioni in cui sei in inferiorità numerica, hai 20-30 metri di spazio dietro da difendere in uno contro uno, con gente più rapida, più veloce di te. In un possesso la gente rompe le linee e vengono a pressarti in quattro. Tu in quel momento lì fai fatica a trovare la giocata, però c'è talmente tanta pressione che non è un caso che nascano giocatori tecnici e fortissimi con la palla tra i piedi, perché è tutto un 'doversela cavare da solo'".
Su queste differenze, Brignani si confronta spesso con Tommaso De Nipoti, prodotto del settore giovanile dell'Atalanta, anche lui oggi al Castellòn, e con Ronaldo, ex Padova e Vicenza tra le altre: "Ci siamo resi conto che ormai facciamo fatica a vedere le partite di Serie A italiana". La differenza qui la fa l'imprevedibilità: "In Italia, appena qualcuno prova a dribblare e perde palla, prende degli insulti e viene richiamato. Qui invece è incredibile come, se sei in vantaggio 1-0, stai soffrendo e il portiere recupera palla, la passa all'esterno, che prova il dribbling e perde il pallone, nessuno dice niente".
Dal sorriso di Fabrizio e dalla sua voglia di raccontare si percepisce la passione per ciò che sta facendo e l'appagamento per il modo in cui è arrivato a questo livello: "Mi diverto tantissimo a fare quello che faccio. Tantissimo. Il sogno nel cassetto? Giocare in Europa. Metti che saliamo e poi facciamo come il Rayo Vallecano...".
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