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Dal mito all'addio: la storia tra Cristiano Ronaldo e il Portogallo
Dal mito all'addio: la storia tra Cristiano Ronaldo e il Portogallo
Cristiano Ronaldo si ritira ufficialmente dalla Nazionale portoghese. L'annuncio è arrivato sul suo profilo social, dove CR7 ha pubblicato un video in cui è ritratto mentre legge una lettera indirizzata ai tifosi portoghesi. L'attaccante parla dell'avventura in Nazionale come "Un viaggio che ha cambiato la sua vita" e che è giunto il momento di "tramandare la maglia numero 7 alle generazioni future". La lunga esperienza con il Portogallo si è conclusa in modo brusco, con l'abbandono del ritiro della Nazionale a fine settembre.  Lo strappo tra Cristiano Ronaldo e Jorge Jesus ha inevitabilmente scosso il Portogallo e l'intero mondo del calcio. Il fuoriclasse dell'Al-Nassr, dopo aver sentito la conferenza stampa del suo allenatore, aveva deciso autonomamente di lasciare il ritiro della Nazionale a Copenaghen e partire per Madrid col jet privato. Rottura totale, nonostante un ultimo tentativo di Pedro Proença, presidente della Federazione lusitana che, secondo quanto riportato da Marca, sarebbe giunto in extremis in Danimarca per cercare la mediazione. La storia di CR7 in Nazionale si è conclusa bruscamente. Quello tra Ronaldo e il Portogallo rimane comunque un binomio indissolubile, costituito da 234 partite, 146 gol, 45 assist e tre titoli conquistati: EURO 2016 e le Nations League 2019 e 2025. SIMBOLO - Cristiano Ronaldo, convocato per la prima volta in Nazionale nel 2003, è a tutti gli effetti il simbolo sportivo assoluto del suo paese: dalle lacrime per l'Europeo in casa perso con la Grecia nel 2004 a quelle di felicità per il trionfo parigino del 2016, caratterizzato dalla finale vissuta da "vice allenatore" al fianco del CT Fernando Santos a causa dell'infortunio rimediato nel primo tempo. In mezzo? Le tante delusioni mondiali che non gli hanno impedito di segnare 10 gol e superare Éusebio come miglior marcatore portoghese della competizione. Da marzo 2017, al cinque volte Pallone d'oro è stato persino intitolato l'aeroporto della sua Madeira. Un privilegio che, nel calcio, era toccato soltanto a George Best: l'effetto Ronaldo, per il Portogallo, è da sempre andato ben oltre il campo. CR7-PORTOGALLO: DA ORO A MITO - Sin dai suoi esordi in Nazionale per merito di Felipe Scolari, Cristiano Ronaldo ha avuto su di sé la responsabilità di trascinare il Portogallo: la giovane speranza vista inizialmente al fianco di Luis Figo si è trasformata in certezza. Leadership, carisma, vittorie memorabili (lo spareggio con la Svezia per Brasile 2014 e la tripletta contro la Spagna per Russia 2018 sono solo alcuni esempi) hanno reso CR7 il riferimento di un popolo intero. L'epopea di Ronaldo in Nazionale ha vissuto anche momenti controversi: dalle polemiche con Fernando Santos nel 2022 alle critiche ricevute per un EURO 2024 complicato, fino ad arrivare al più recente, burrascoso capitolo. JORGE JESUS E L'ADDIO- L'arrivo di Jorge Jesus in panchina, a pochi mesi dal campionato condiviso in maglia Al-Nassr, è stato l'ultimo atto della carriera di Cristiano Ronaldo col Portogallo.  Il rigore alla Croazia e le lacrime post Spagna all'ultimo Mondiale rimarranno le ultime immagini di CR7 col suo paese. L'uscita di scena, per l'uomo dei record, è definitiva.
Como, alla scoperta dei talenti della Primavera: chi sono i più promettenti
Como, alla scoperta dei talenti della Primavera: chi sono i più promettenti
La vittoria per 9-1 contro il Lens in Champions League ha acceso i riflettori anche sul settore giovanile del Como. Matteo Papaccioli ha trovato il suo primo gol con i grandi, mentre Federico Grilli e Lorenzo Ginelli sono stati aggregati alla squadra di Cesc Fàbregas. Tre ragazzi che rappresentano il lavoro portato avanti dal club per valorizzare i propri talenti. Ma quali sono i giovani più interessanti della Primavera di Gianluca Falsini? Le prime nove giornate di campionato offrono già alcune indicazioni. BONSIGNORI, DE PAOLI E GRILLI: I PROTAGONISTI DELLA PRIMAVERA - Il miglior marcatore della squadra è Lorenzo Bonsignori, centrocampista arrivato dall'Atalanta, autore di quattro reti in nove partite. Ha collezionato otto presenze da titolare e 655 minuti complessivi. Il Como aveva puntato su di lui considerandolo uno dei giovani più promettenti italiani: nella precedente stagione aveva segnato anche due gol in UEFA Youth League. Alle sue spalle c'è Cristiano De Paoli, difensore con due reti all'attivo e soprattutto una grande continuità: nove presenze da titolare su nove, per 810 minuti giocati. Numeri importanti anche per Federico Grilli, che ha disputato tutte le partite di campionato, otto dal primo minuto, segnando un gol. Cresciuto nell'Academy biancoblù, aveva già ricevuto apprezzamenti da Osian Roberts per la costanza mostrata nella precedente stagione. La convocazione contro il Lens è un ulteriore riconoscimento del suo percorso. PAPACCIOLI, GINELLI E FUSTINI: ALTRI TALENTI DA SEGUIRE - Matteo Papaccioli, centrocampista classe 2008 arrivato a Como nel 2022, ha già trovato una rete in tre presenze stagionali in Primavera. Dopo aver superato un grave infortunio al crociato, è riuscito ad attirare l'attenzione di Fàbregas, prima con alcune aggregazioni alla prima squadra e poi con l'esordio in Champions League, impreziosito dal gol contro il Lens (QUI LA NOTIZIA). Nelle precedenti categorie aveva realizzato sette reti e sei assist in 25 partite con l'Under 16. C'è poi Lorenzo Ginelli, portiere classe 2009, alla quarta convocazione in Champions League con la prima squadra. Un'esperienza significativa per un ragazzo ancora giovanissimo. Da seguire anche Kevin Fustini, attaccante classe 2009 arrivato dal Bologna: ha già segnato in Primavera dopo aver realizzato otto gol in Under 17 nella scorsa stagione. Al momento del trasferimento, Osian Roberts ne aveva sottolineato velocità, tecnica e fisicità. IL PROGETTO DEL COMO - La valorizzazione dei giovani è una parte importante della strategia biancoblù. A confermarlo è stato Gianluca Falsini, che a Sky Calcio Unplugged (QUI LE DICHIARAZIONI) ha sottolineato la presenza di numerosi italiani nella rosa Under 20 e l'attenzione del club verso i talenti del territorio. "Abbiamo tanti italiani e solo quattro stranieri nella rosa Under 20. Vogliamo giocatori adatti alla nostra filosofia, guardiamo se un ragazzo è pronto per poterlo sviluppare e darlo a Cesc", ha spiegato l'allenatore. L'obiettivo è costruire un percorso condiviso tra Primavera e prima squadra, accompagnando i ragazzi nella crescita senza bruciare le tappe. Bonsignori, De Paoli, Grilli, Papaccioli, Ginelli e Fustini sono alcuni dei profili attraverso cui il Como sta provando a costruire il proprio futuro.
Da Neymar al record con la Fiorentina: chi è Federico Croci, il classe 2010 che fa sognare i viola
Da Neymar al record con la Fiorentina: chi è Federico Croci, il classe 2010 che fa sognare i viola
Ci sono stagioni che cominciano come promesse e ragazzi che, quasi senza accorgersene, iniziano a trasformarle in qualcosa di concreto. Federico Croci appartiene a questa seconda categoria. Sette gol in altrettante presenze alla prima stagione in Primavera 1, da sotto età: numeri che raccontano molto più di una semplice partenza brillante, soprattutto quando arrivano indossando la maglia di una squadra che il tricolore lo porta sul petto, ovvero la Fiorentina, fresca di qualificazione al terzo turno di Youth League dopo la vittoria contro il Septemvri Sofia. Non soltanto una questione di talento, ma di personalità, di istinto e di quella naturalezza rara con cui certi ragazzi sembrano trovare il proprio posto anche quando il palcoscenico è più grande. Ma facciamo un passo indietro, a metà agosto. Già, perché la stagione di Croci si è aperta con un’emozione destinata a restare. Poco oltre l’ora di gioco della sfida contro il Benevento, valida per i trentaduesimi di Coppa Italia, Fabio Grosso decide di affidarsi al talento classe 2010, mandandolo in campo al posto di Atta. È il momento in cui una promessa smette, almeno per qualche minuto, di appartenere soltanto al futuro: a 16 anni, 1 mese e 13 giorni, Croci diventa il più giovane debuttante della storia viola. Un primato che profuma di predestinazione, ma che da solo non basta a raccontare la sua storia. Perché la seconda punta passata per il settore giovanile del Montevarchi ha scelto di scrivere il proprio nome anche sul presente, prendendosi la scena in Primavera 1. Sette gol nelle prime sette giornate con la squadra di Aurelio Andreazzoli, una tripletta al Milan e la sensazione, sempre più concreta, che certi appuntamenti con il destino arrivino prima del previsto. DALL’IDOLO NEYMAR ALLA VIAREGGIO CUP - La storia di Croci, ovviamente, parte da lontano. Il talento del classe 2010 aveva già lasciato tracce importanti nelle altre categorie giovanili della Fiorentina, ma la stagione 2025/26 potrebbe rappresentare il momento in cui tutto ha cominciato a prendere una forma diversa. Dai gol nel campionato U15 alla conquista della Viareggio Cup, con una doppietta in finale contro il Rijeka. E poi l'estate, quella delle emozioni azzurre e delle notti da ricordare: Croci ha vinto da protagonista l’Europeo U17, trovando anche la via del gol in semifinale contro la Spagna. Un altro palcoscenico, un'altra maglia, la stessa capacità di farsi trovare nel momento in cui conta. Tutte caratteristiche che fanno sognare la Fiorentina, che sa di avere tra le mani un talento puro e capace di bruciare le tappe come pochi altri sanno fare, basta vedere l’impatto in Primavera 1. Anche nella scelta del proprio idolo, Federico Croci non ha mai avuto paura di sognare in grande. Il suo modello è Neymar. Creatività, tecnica, dribbling e quella sana dose di imprevedibilità che rende ogni giocata potenzialmente diversa da tutte le altre. È nel brasiliano che il classe 2010 riconosce una fonte d'ispirazione, nonostante un ruolo diverso da quello dell’ex Barcellona e PSG. Una crescita da fuoriclasse, con una caratteristica che non è mai cambiata, come aveva raccontato il talento viola ai canali della FIGC: “Sono cresciuto con il pallone tra i piedi” LA STAGIONE DI CROCI - Una prima parte di stagione che Federico Croci difficilmente dimenticherà. Con la Fiorentina Primavera, il classe 2010 si è trasformato in un autentico trascinatore, riuscendo a lasciare il segno anche da sotto età. Dalla doppietta al Genoa alla terza giornata, passando per le reti contro Lecce e Parma, fino alla tripletta contro il Milan. Sette gol in sette partite, ma soprattutto la sensazione di un ragazzo capace di trasformare ogni occasione in qualcosa di speciale. E le emozioni, per lui, non si sono fermate al campionato: è arrivata la prima firma con l'Italia U18, contro l'Arabia Saudita, e poi quella in Youth League, nella gara d'andata del secondo turno contro il Septemvri Sofia. E allora quella serata del Franchi contro il Benevento, con il debutto in prima squadra, per Federico Croci non è stata un punto d’arrivo, ma soltanto il primo capitolo di una storia ancora tutta da scrivere. Il più giovane ad aver indossato la maglia della Fiorentina vuole prendersi anche il presente, partita dopo partita, gol dopo gol. Perché certe storie, quando cominciano così, hanno già qualcosa di speciale: il profumo delle imprese, la bellezza dei sogni e quella sensazione che il meglio debba ancora venire.
Como, la serata da record in Champions League: tutti i numeri della vittoria contro il Lens
Como, la serata da record in Champions League: tutti i numeri della vittoria contro il Lens
Il 4 novembre 2026 è una data che resterà impressa nella storia del Como. Nel quarto turno di Champions League, i biancoblù hanno battuto 9-1 il Lens, stabilendo diversi record. Tra questi, la vittoria più larga di una squadra italiana nella competizione. Finora, il primato apparteneva al Milan, che il 12 settembre 1962 batté 8-0 l'Union Luxembourg, nell'allora Coppa dei Campioni. Altri tempi, un altro calcio. Ciò che è certo è che la macchina da gol di Fabregas continua a incantare e scrivere pagine di storia. I biancoblù hanno eguagliato anche il Queens Park Rangers per il maggior numero di gol (19) segnati nelle prime 4 partite di Champions League, un record che durava dal 1976.  NICO PAZ E DOUVIKAS, ORO DI COMO - L'ascesa del Como è stata rapidissima, tanto quanto la crescita dei giovani in squadra. Fino all'estate del 2024, Nico Paz era un giovane canterano del Real Madrid. Sotto la guida di Fabregas è diventato uno dei giocatori più forti della Serie A. Nella notte di Lens, l'argentino ha riscritto le classifiche dei record, diventando il secondo giocatore più giovane a partecipare ad almeno 3 gol in 2 partite consecutive, alle spalle di Thierry Henry.  Lo stesso discorso vale per Anastasios Douvikas. Arrivato in sordina a febbraio 2025, in poco più di un anno l'attaccante ha conquistato il Como. Alle 5 reti stagionali in 10 partite di Serie A si aggiungono i 6 gol in 4 match di Champions League, che lo proiettano in cima alla classifica marcatori. Douvikas ha segnato in tutte e quattro le partite disputate in Europa, eguagliando Pavlidis per il maggior numero di gare consecutive a segno in Champions League tra i calciatori greci. In cima alla speciale classifica c'è una leggenda italiana: Alessandro Del Piero. L'ex capitano della Juventus ha segnato in 5 gare consecutive nella Champions League 1995/1996.  PAPACCIOLI "RUBA" IL SECONDO POSTO A LIBERALI - Tra i giocatori che hanno brillato contro il Lens ci sono Mattia Liberali e Matteo Papaccioli. Grazie alla rete del 7-0 al 62', l'ex Milan è diventato il secondo italiano più giovane a segnare in Champions League, dopo Mario Balotelli. Liberali ha assaporato la gloria della medaglia d'argento per mezz'ora. Al minuto 91, infatti, Papaccioli ha segnato la rete del 9-1 e ha "rubato" il secondo posto nella speciale classifica proprio al compagno di squadra.
Alla scoperta di Bondy, la città alle origini di Mbappé e Saliba
Alla scoperta di Bondy, la città alle origini di Mbappé e Saliba
A pochi chilometri dal cuore di Parigi sorge una piccola città di appena 55.000 abitanti che custodisce una storia molto più grande dei suoi confini. Si chiama Bondy, si trova nella regione dell’Île-de-France, a soli nove chilometri dal centro della capitale e da qualche anno è comparsa sotto i riflettori grazie a uno dei suoi figli più illustri: Kylian Mbappé, il numero 10 francese più forte dell’ultimo decennio.  Prima di diventare “la città di Mbappé”, Bondy aveva già alle spalle una storia secolare, legata soprattutto alla famosa foresta che ricopriva gran parte del territorio e che era nota come rifugio di briganti. Oggi quel bosco è scomparso, ma il suo ricordo è sopravvissuto nel logo e nel motto della città: “Heureux sous son ombre” (“felice sotto la sua ombra”). La famiglia Mbappé viveva in un complesso di case popolari proprio di fronte allo stadio di Bondy, il centro Léo-Lagrange. Papà Wilfried era allenatore e giocatore di calcio, mentre la mamma Fayza aveva raggiunto la prima divisione francese nella pallamano, proprio con la società di Bondy. Insomma, fin da piccolo Kylian è cresciuto circondato dallo sport e quel pallone non lo ha più lasciato.  L'AS BONDY - Ed è proprio sul campo dell’AS Bondy che il talento di Mbappé ha iniziato a splendere. Una piccola società di quartiere, attualmente in Départemental 2 (ottava divisione francese) e lontana dai grandi centri del calcio professionistico. Fin da piccolissimo, Kylian passava giornate intere al campo sportivo, insieme al padre Wilfried, girando con un pallone tra i piedi e sedendosi ad ascoltare i discorsi pre-partita della prima squadra. All’AS Bondy tutti si accorsero presto che Mbappé non era un bambino come gli altri: aveva qualcosa di speciale. Venne quasi sempre fatto giocare con ragazzi più grandi di lui, prima del definitivo salto all'accademia di Clairefontaine e successivamente al Monaco, a soli 14 anni.  Ma Mbappé non è stato l’unico talento a crescere su quel campo. Nello stesso club è cresciuto anche un altro dei pilastri della nazionale francese: William Saliba, oggi protagonista con l’Arsenal di Arteta. L’attuale difensore dei Gunners è rimasto a Bondy fino al 2014, prima di trasferirsi al Saint-Étienne. Curioso anche il suo percorso in campo: Saliba, infatti, ha iniziato la sua carriera da attaccante nell’Under 11, prima di essere spostato come centrocampista nell’Under 15 e venire arretrato, infine, nel ruolo di difensore. DA BONDY AL MONDO - L’ascesa rapida di Mbappé ha inevitabilmente cambiato anche il destino dell’AS Bondy. Come riportato dalla BBC, nel 2018, dopo la vittoria nel Mondiale in Russia, il club fu letteralmente travolto dalle richieste di iscrizione, trovandosi costretto a cercare nuovi sponsor e nuove strutture. Nonostante la notorietà, la società decise però di custodire una filosofia popolare, mantenendo prezzi accessibili per le famiglie della zona.  Oggi, su quel campo, ci saranno altri bambini, con altri sogni. Forse nessuno di loro diventerà il nuovo Mbappé o Saliba, ma Bondy è anche questo: un luogo in cui sognare in grande, anche quando tutto comincia da un piccolo campo di periferia.
Napoli, quante possibilità ci sono di qualificarsi alla prossima fase di Champions League?
Napoli, quante possibilità ci sono di qualificarsi alla prossima fase di Champions League?
La 4ª giornata della League Phase di Champions League si è rivelata particolarmente amara per il Napoli, uscito sconfitto per 4-1 dalla trasferta contro il Porto. Dopo aver raccolto una sola vittoria nelle prime tre partite, gli azzurri non sono riusciti a invertire la rotta neanche in Portogallo, incassando un altro risultato negativo che complica ulteriormente il cammino europeo della squadra. Con appena 3 punti conquistati in quattro giornate, il Napoli occupa attualmente il 27° posto nella classifica generale, fuori dalla zona che garantisce l'accesso ai playoff. Restano ancora quattro partite per provare a cambiare il proprio destino, ma quali sono le reali possibilità di qualificazione? Le proiezioni di Football Meets Data restituiscono un quadro piuttosto complicato. LE PROIEZIONI - Le simulazioni di Football Meets Data non lasciano molto spazio all'ottimismo per quanto riguarda il percorso europeo degli azzurri. La posizione media finale prevista per il Napoli è infatti la 22,9, un piazzamento che permetterebbe di rimanere tra le prime 24 e conquistare un posto negli spareggi per accedere agli ottavi di finale. La probabilità che questo scenario si concretizzi, tuttavia, si ferma al 58,7%: poco più di una possibilità su due. Ancora più difficile immaginare una qualificazione diretta alla fase a eliminazione, riservata alle prime otto classificate. In questo caso, infatti, le chance del Napoli scendono appena allo 0,8%. QUATTRO PARTITE PER CAMBIARE TUTTO - Il destino europeo della squadra passa inevitabilmente dai prossimi impegni. Dopo la sosta per le Nazionali, il calendario metterà il Napoli di fronte a quattro avversarie: il Manchester City in trasferta il 24 novembre, il Club Brugge al Maradona l'8 dicembre, il Sabah fuori casa il 20 gennaio e infine il Viking davanti il proprio pubblico il 27 gennaio. Gli azzurri avranno dunque a disposizione altri 12 punti per provare a risalire la classifica, partendo da un bottino attuale di 3. Il margine per recuperare non manca, ma servirà necessariamente cambiare passo: con una percentuale di qualificazione agli spareggi inferiore al 60%, il Napoli non può più permettersi altri passi falsi.
Como, cosa serve per qualificarsi alla prossima fase di Champions League
Como, cosa serve per qualificarsi alla prossima fase di Champions League
Il Como incanta ancora una volta in Champions League. Nel quarto turno della League Phase, i ragazzi di Fabregas hanno battuto il Lens per 9-1, stabilendo, tra i tanti, un nuovo record per il maggior numero di gol segnati da un'italiana. Attualmente, i biancoblù occupano il quarto posto nella classifica europea, con 9 punti in 4 partite. Il risultato è frutto delle 3 vittorie contro Lipsia, Manchester United e Lens e la sconfitta in casa del Feyenoord. Davanti al Como ci sono tre top club come PSG, Real Madrid (entrambi a quota 10 punti) e l'Arsenal. Ma quante chance ha la squadra di Fabregas di chiudere la League Phase nelle prime 8 ed evitare, così, gli spareggi? Scopriamolo insieme.  I DATI - Secondo le proiezioni di Football Meets Data, qualora il Como concludesse la League Phase con 9 punti - dunque raccimolando zero vittorie nelle prossime quattro gare contro AEK Atene, Real Betis, PSG e Barcellona - avrebbe il 51.2% di possibilità di qualificarsi agli spareggi. Con anche solo un pareggio, la soglia di possibilità di rientrare nei primi 24 club si alzerebbe al 94.8%.  Quanti punti deve ottenere la squadra di Fabregas per aumentare considerevolmente le chance di entrare nella top 8? Almeno altri 7. Con 16 punti, infatti, i biancoblù avrebbero l'84.6% di possibilità di evitare i playoff.  Per centrare il 100% delle chance di qualificarsi agli ottavi di finale, quanti altri punti servono? Otto. Toccando quota 17, i comaschi avrebbero la certezza matematica di entrare nell'elitè della Champions League. 
L'ex Juventus rivela: "Spalletti mi chiedeva di attaccare la bandierina..."
L'ex Juventus rivela: "Spalletti mi chiedeva di attaccare la bandierina..."
Sono le 22:40 del 9 luglio 2006. Fabio Grosso prende la rincorsa dal dischetto: bastano pochi secondi per consegnare l’Italia alla storia. Una nazione intera trattiene il fiato, mentre ventitré uomini sono a un passo dal coronare il sogno di una vita. Chissà cosa passa nella testa di Vincenzo Iaquinta in quell’istante. Nato a Crotone il 21 novembre 1979 e cresciuto calcisticamente nel Reggiolo, l’attaccante calabrese ha costruito la propria carriera un passo alla volta, dalla Serie D alla Champions League e il Mondiale. Partito dalla Calabria e cresciuto sui campi di provincia, Iaquinta si è ritrovato sul tetto del mondo, senza dimenticare le proprie radici. Nella nuova puntata di “Ti ricordi di…”, l’ex attaccante ripercorre le tappe più intense del suo viaggio: i sacrifici della famiglia, l’accoglienza ricevuta a Cutro dopo il trionfo in Germania, i campioni incontrati e il calcio di oggi. Fino alla scelta di non diventare allenatore dopo il ritiro, per dedicarsi alla famiglia. LE RADICI CALABRESI E LA GAVETTA A REGGIOLO - La sua storia comincia lontano dai grandi stadi. Iaquinta nasce a Crotone, mentre i genitori sono originari di Cutro. Dopo appena quattro mesi, però, lascia la Calabria per raggiungere il Nord, dove mamma e papà si sono trasferiti per lavorare. A Reggiolo, in Emilia-Romagna, trascorre l'infanzia e muove i primi passi nel calcio. È lì che comincia tutto, in una famiglia che ha dovuto fare sacrifici per costruirsi un futuro: “Come accadeva spesso all’epoca, molti emigravano verso il Nord in cerca di lavoro. Mio padre aveva trovato casa a Reggiolo, ma l’abitazione era molto umida, così i miei genitori decisero di tornare in Calabria per permettermi di nascere lì. Era novembre e faceva molto freddo, quindi scelsero di lasciarmi al Sud, affidandomi alle cure di mia nonna per i primi quattro mesi. Poi, a marzo, mi raggiunsero e mi portarono con loro al Nord”, dichiara a Gianlucadimarzio.com. Il calcio entra presto nella sua vita. A sedici anni c'è anche una parentesi negli Allievi Nazionali del Brescia, che vorrebbe trattenerlo, ma gli accordi con il Reggiolo non vanno a buon fine. Iaquinta torna così nella squadra in cui è cresciuto e si ritrova aggregato alla prima squadra, in Serie D. Un passaggio che, col senno di poi, si rivelerà fondamentale: “A sedici anni, per me è stato molto più formativo giocare in Serie D piuttosto che nel campionato Primavera. Affrontare già a quell’età calciatori con esperienza, che avevano militato anche ad alti livelli nel professionismo, mi ha permesso di crescere, maturare e farmi le ossa. È stata un’esperienza che si è rivelata un grande vantaggio per il prosieguo della mia carriera”. Nessuna scorciatoia, nessuna certezza di diventare un calciatore importante. Solo la voglia di migliorare, senza immaginare quanto lontano lo avrebbe portato quel percorso: "Non ho mai pensato di poter arrivare a giocare ad alti livelli. Sono sempre stato un calciatore cresciuto gradualmente, migliorando nel tempo e facendo un passo alla volta". DAL PADOVA AL CASTEL DI SANGRO: IL SALTO IN SERIE B - Il primo cambio di prospettiva arriva quando il direttore sportivo del Padova Piero Aggradi lo nota in Serie D. Il Castel di Sangro, allora in Serie B, lo acquista e lo lascia in prestito al Reggiolo fino al termine della stagione. Ma nel mercato di gennaio si inserisce proprio il Padova, che lo prende a sua volta in prestito: “Dalla Serie D, nel giro di una settimana, mi sono ritrovato titolare in Serie B con il Padova, riuscendo anche a segnare al debutto. Da lì è iniziato un percorso positivo: quindici presenze e tre gol, a soli diciotto anni. È arrivata poi la prima convocazione in Under 21, con Tardelli come commissario tecnico. In quel momento ho iniziato a rendermi conto delle mie potenzialità e a capire che avrei potuto fare qualcosa di importante”. La prima porta si apre, ma la gavetta non è finita. Iaquinta passa due stagioni al Castel di Sangro, in Serie C1, prima di arrivare all'Udinese. Il calcio professionistico gli ha dato una possibilità, non ancora un posto tra i protagonisti. Quello dovrà conquistarselo. L'UDINESE DI SPALLETTI E LA NOTTE DEL PANATHINAIKOS - Udine è uno dei passaggi decisivi della sua carriera, ma non tutto comincia nel migliore dei modi. Iaquinta è giovane, deve adattarsi a un livello superiore e nei primi due anni fatica a trovare la propria dimensione: “Quando sono arrivato in Friuli ero ancora giovane e un po’ acerbo. Nei primi due anni ho incontrato qualche difficoltà, ma avevo un carattere che non mi permetteva di mollare. Avevo tanta voglia di migliorarmi e cercavo sempre di prendere esempio dai giocatori più bravi di me in quel momento, come Muzzi, un attaccante straordinario”. Poi arriva Luciano Spalletti. Ed è qui che Iaquinta individua la svolta più importante della sua esperienza friulana. Non soltanto per i risultati raggiunti dalla squadra, ma per la fiducia ricevuta e per il modo in cui l'allenatore gli insegna a sfruttare le proprie caratteristiche: “Spalletti ha rappresentato una svolta importante per me, mi ha cambiato. Ho capito quanto credesse nelle mie capacità e questo mi ha dato ancora più motivazione per continuare a migliorarmi. Ha costruito un’Udinese straordinaria, siamo arrivati quarti in campionato, conquistando l’accesso ai preliminari di Champions League. Avevamo una squadra di grande valore: in attacco c’eravamo io, Di Natale e Di Michele, ma anche giocatori del calibro di Jankulovski, Muntari e Pizarro”. Di Spalletti ricorda soprattutto il calcio verticale, la ricerca continua della profondità e la capacità di coinvolgere gli attaccanti anche nei movimenti senza palla. Un'idea che gli permette di diventare più incisivo e di esprimere qualità che fino a quel momento non erano emerse del tutto: “Se il pallone veniva giocato all’indietro, Spalletti si arrabbiava: voleva sempre la verticalizzazione. Ricordo che mi chiedeva di attaccare la bandierina del calcio d'angolo, allargandomi fuori dall’area, perché in questo modo la difesa avversaria era costretta a spostarsi, creando spazio per gli inserimenti degli altri centrocampisti e dell’altro attaccante esterno. Per me Spalletti è stato un vero genio”. L'Udinese arriva così a giocarsi l'accesso alla Champions League contro lo Sporting Lisbona. Iaquinta segna nella gara d'andata, vinta 1-0, e poi firma una doppietta al ritorno. È il momento in cui il calcio europeo smette di essere soltanto un sogno lontano: “Poi è arrivata la musica della Champions League e, in quel momento, ho capito di aver raggiunto un livello importante”. La fase a gironi regala un'altra notte da ricordare: quella contro il Panathinaikos, in cui Iaquinta segna tre gol. Un attaccante che pochi anni prima giocava in Serie D si ritrova protagonista in Europa. Ma il pensiero, quando ripensa a quel periodo, torna anche al livello del campionato italiano e ai giocatori che affrontava ogni settimana: “All’epoca, anche quando affrontavi le squadre cosiddette provinciali, trovavi giocatori di grande qualità. Oggi, invece, questa cosa si vede molto meno, perché il livello complessivo della Serie A si è notevolmente abbassato”. IL GOL AL GHANA E IL SOGNO DIVENTATO REALTÀ - Nel 2006 arriva la convocazione di Marcello Lippi per il Mondiale in Germania. Iaquinta entra in campo nella gara d'esordio contro il Ghana e segna. Per lui non è soltanto una rete importante in un torneo prestigioso: è il momento in cui il percorso fatto fino a quel giorno assume un significato diverso: “Quando mi guardo indietro, penso al percorso che ho fatto e a quanta strada sono riuscito a percorrere. Debuttare a un Mondiale, segnare un gol e poi riuscire a vincerlo rappresentano per me un motivo di grande orgoglio e una soddisfazione indescrivibile. Ogni tanto ripenso a tutto questo e mi chiedo se sia davvero successo. In fondo, resta ancora un sogno, ma un sogno che ho avuto la fortuna di vedere realizzato”. Nel ricordare quel gol, Iaquinta torna subito alla famiglia. Ai genitori, ai sacrifici fatti per lui e a quelli affrontati personalmente per inseguire il calcio. La gioia per la rete lascia spazio a un'emozione più profonda, che si legge anche nelle immagini di quel momento: “Quando vivi momenti così belli, il pensiero va subito ai tuoi genitori e ai sacrifici che hanno fatto, ma anche a quelli che hai affrontato personalmente, alla tua famiglia e ai tuoi figli. Ti tornano in mente tantissimi ricordi ed emozioni che è difficile trattenere. Infatti, quando ho segnato, mi sono portato le mani sul volto: avevo una grande emozione e mi veniva da piangere”. Quella Nazionale, racconta, aveva anche un segreto nello spogliatoio: la sintonia tra giocatori che sapevano prendersi in giro e alleggerire la tensione. Tra quelli che facevano ridere di più c'erano Gattuso e Pirlo: “Erano loro due a farci ridere di più. Si prendevano in giro dalla mattina alla sera, tra battute e scherzi continui. Ed è bello anche questo, perché riuscire a creare un gruppo in cui si ride e si scherza significa che c’è una grande sintonia tra tutti”. Lippi riuscì a mettere insieme personalità diverse e percorsi differenti. Non soltanto i nomi delle grandi squadre, ma anche calciatori cresciuti lontano dai riflettori e arrivati al Mondiale dopo una lunga gavetta: “Di solito, quando costruisci una squadra, da allenatore tendi a scegliere giocatori che militano nei grandi club. All’epoca, invece, in Nazionale c’eravamo io, Barone, Grosso, Toni e Gilardino: giocavamo tutti in squadre di provincia. Eppure Lippi è riuscito a creare un gruppo straordinario e a costruire una squadra eccezionale”. Poi arriva quella notte del 9 luglio. L'Italia batte la Francia ai rigori e diventa campione del mondo. Iaquinta è parte di una squadra entrata nella storia, ma il suo racconto non si ferma alla Coppa alzata a Berlino. Perché dopo la vittoria c'è un ritorno a casa che non dimenticherà mai. IL RITORNO A CUTRO DA CAMPIONE DEL MONDO - Iaquinta torna a Cutro insieme alla moglie e ai due figli. All'aeroporto trova i vigili ad aspettarlo, poi la scorta lo accompagna fino al paese d'origine dei genitori. È lì che si rende conto di quanto quel trionfo abbia coinvolto anche chi lo ha seguito da lontano: “Quando sono arrivato a Cutro, non riuscivo a credere ai miei occhi: c’era una quantità impressionante di gente. Ricordo persino le signore più anziane che battevano i pugni sui vetri (ride, ndr). È stata un’emozione unica. Tornare nel proprio paese d’origine e trovare così tante persone ad accoglierti, da campione del mondo, è qualcosa di indescrivibile”. Il ricordo è ancora vivido. I festeggiamenti, infatti, non si erano esauriti con il suo arrivo: ogni giorno c’era qualcuno ad attenderlo fuori dalla sua casa al mare. Iaquinta cercava anche di ritagliarsi qualche momento di privacy, ma la popolarità conquistata dopo il Mondiale rendeva difficile persino allontanarsi in barca: “Avevo una casa al mare e ogni giorno trovavo gente fuori dal cancello, dalla mattina alla sera. Dopo qualche giorno sentivo il bisogno di avere un po’ di privacy, così prendevo la barca e mi allontanavo dalla costa. Ma c’era chi arrivava persino a inseguirmi a nuoto. È stata una cosa incredibile”. LA JUVENTUS, NEDVED E L'AMMIRAZIONE PER BUFFON - Dopo un'altra stagione positiva a Udine, nel 2007 arriva la Juventus, appena tornata in Serie A dopo la retrocessione. Un altro spogliatoio pieno di campioni, un altro ambiente in cui misurarsi con giocatori che aveva già incrociato in Nazionale: “Dopo il Mondiale sono rimasto un altro anno a Udine, dove ho continuato a fare bene. Poi, nella stagione successiva alla promozione dalla Serie B, è arrivato il trasferimento alla Juventus. Un’opportunità straordinaria, che mi ha permesso di compiere un ulteriore salto di qualità nella mia carriera e di confrontarmi con una realtà di altissimo livello”.  Tra i giocatori che lo hanno colpito maggiormente durante l’esperienza alla Juventus, Iaquinta indica senza esitazioni Pavel Nedved. A impressionarlo non erano tanto le parole, quanto il modo in cui il centrocampista ceco interpretava il proprio ruolo all’interno della squadra. La sua era una leadership silenziosa, fatta soprattutto di impegno, determinazione e atteggiamento sul terreno di gioco: “Non parlava mai, era un leader silenzioso. Si faceva sentire direttamente in campo, dimostrando con i fatti il proprio valore. Era impressionante”. Poi c’è Buffon, un portiere che Iaquinta aveva già avuto modo di apprezzare durante l’esperienza in Nazionale, ma che riuscì a sorprenderlo ulteriormente anche nella quotidianità degli allenamenti alla Juventus. A colpirlo erano soprattutto i riflessi, la reattività e la naturalezza con cui riusciva a neutralizzare anche le conclusioni più potenti. Un talento fuori dal comune, capace di lasciare a bocca aperta persino i suoi stessi compagni: “Quello che avevo visto fare a Buffon durante il Mondiale era qualcosa di incredibile. In allenamento ci fermavamo spesso a calciare in porta: tiravamo delle vere e proprie sassate e lui, con una facilità impressionante, riusciva ad allungare il braccio e a respingerle. Alcune delle cose che gli ho visto fare non le ho mai viste fare a nessun altro”. IL RIMPIANTO PER L'INFORTUNIO E L'ADDIO AL CALCIO - Il capitolo più doloroso della sua carriera è legato ai problemi al ginocchio. Nel 2009 Iaquinta si sottopose a un intervento chirurgico, ma da quel momento gli infortuni iniziarono a susseguirsi, il dolore non scomparve e tornare ai livelli precedenti diventò sempre più difficile. Un periodo che ancora oggi rappresenta il suo più grande rimpianto: “È questo il rammarico più grande della mia carriera. Purtroppo fui operato al ginocchio per un problema alla cartilagine del menisco esterno. Dopo quell’intervento non sono più riuscito a tornare ai livelli di prima e ho continuato ad avere problemi fisici e a infortunarmi. La cosa che mi dispiace ancora di più è che avevo appena trent’anni e avrei potuto giocare ancora per qualche stagione". Il ritiro arriva a 33 anni, prima di quanto avrebbe voluto. Proprio in quel periodo la Juventus comincia a vincere con Antonio Conte, un allenatore che avrebbe voluto poter contare anche su di lui. È un passaggio che Iaquinta ricorda con rammarico, perché avrebbe voluto vivere da protagonista quella fase della squadra: “Ho deciso di smettere perché non riuscivo più ad andare avanti, non ce la facevo più. Continuavo ad avere infortuni e a convivere con il dolore. Era proprio il periodo in cui arrivò Conte e la Juventus iniziò il suo ciclo vincente. Mi sarebbe piaciuto moltissimo poter lavorare con lui ed essere nelle migliori condizioni fisiche per vivere da protagonista quella fase così importante della storia bianconera”. Una carriera che aveva raggiunto il punto più alto con il Mondiale si chiude così, tra problemi fisici e la consapevolezza di non poter più dare ciò che avrebbe voluto. Il rimpianto rimane, ma Iaquinta non cancella ciò che è riuscito a conquistare: la strada dalla Serie D alla Nazionale, la Champions, la Juventus e quella Coppa del Mondo che resta il ricordo più grande. IL CALCIO DI OGGI E LA MANCANZA DI CAMPIONI - Il calcio di oggi, per Iaquinta, è anche un confronto inevitabile con quello in cui è cresciuto. Quando parla della Serie A, la prima cosa che gli viene in mente è la mancanza di grandi campioni, soprattutto nel reparto difensivo, dove in passato si sono alternati alcuni dei migliori interpreti della storia italiana: “Mi dispiace dirlo, ma oggi faccio fatica a individuare veri campioni. Ai miei tempi, quando giocavo, c’erano calciatori del calibro di Cannavaro, Nesta e Maldini, e potrei citarne tantissimi altri. Oggi, invece, faccio fatica a individuare i giocatori più forti del campionato: si contano davvero sulle dita di una mano. Sono pochi e credo che sia anche per questo che il livello complessivo della Serie A si sia abbassato”. Il discorso si allarga alla presenza dei calciatori italiani nelle squadre. Per lui, avere una base di giocatori cresciuti nel nostro calcio era importante anche per il senso di appartenenza: “Anche nelle grandi squadre, come Juventus, Milan e Inter, così come nelle società di provincia, non c’è più una vera base di calciatori italiani. Se ne trovano pochissimi, uno o due al massimo. Una volta, invece, gli italiani rappresentavano più della metà delle rose. Era una componente molto importante del nostro calcio, che oggi purtroppo è venuta meno”. Quando si parla di attaccanti italiani, Iaquinta indica Pio Esposito come un giovane da seguire: "Ha dimostrato di essere un giocatore importante: è giovane, ha ancora ampi margini di miglioramento e soprattutto ha il gol nel sangue. L'Italia ha bisogno di attaccanti capaci di fare gol e lui sta dimostrando di poter essere una buona risorsa in questo senso. Mi auguro che continui così, perché è sulla strada giusta. Ha ancora tanto da dare e può crescere ulteriormente". Poi aggiunge: "Bisogna investire e lavorare maggiormente sui talenti italiani, perché sono convinto che ce ne siano tanti. È fondamentale partire dai settori giovanili: il talento nel nostro Paese non è mai mancato e non mancherà in futuro. Credo, però, che oggi non si stia lavorando nel modo giusto proprio a livello di settore giovanile. È da lì che bisogna ripartire per valorizzare i nostri giovani e dare loro le opportunità che meritano". Il suo sguardo torna infine ai compagni e agli avversari che gli sono rimasti impressi. Tra i più forti tecnicamente, la scelta è ampia: "Pirlo è stato stratosferico, aveva una padronanza del pallone davvero incredibile. Del Piero, Pirlo, Totti: questi sono stati giocatori straordinari, di un livello superiore". E il difensore più forte mai affrontato? Iaquinta non ha dubbi: Nesta: "Secondo me è stato uno dei più forti nel suo ruolo. Poi ce ne sono tanti altri, da Cannavaro a Maldini: potrei citarne tantissimi. Ma Nesta è quello che mi è sempre piaciuto di più, perché aveva un'eleganza straordinaria. Era allo stesso tempo forte fisicamente, veloce e intelligente: un difensore completo". UNA NUOVA VITA, LONTANO DALLA PANCHINA - Dopo il ritiro, Iaquinta ha scelto di non proseguire la carriera nel calcio professionistico: "Ho conseguito i patentini da allenatore, ma in quel momento avevo soprattutto il desiderio di dedicarmi alla mia famiglia. Intraprendere la carriera da allenatore significa tornare a stare spesso fuori casa, allontanarsi dai propri affetti e lasciare la famiglia per lunghi periodi. Era un aspetto che mi pesava e che non sentivo di voler affrontare. Oggi preferisco godermi la vita insieme a mia moglie e ai miei figli, dedicando loro tutto il tempo possibile". Il calcio, però, è rimasto. Oggi partecipa a eventi e partite con altri ex calciatori, ritrovando il piacere di stare insieme a compagni con cui ha condiviso una parte importante della propria vita, senza le pressioni del professionismo: "In questo periodo partecipo a diversi eventi in giro per il mondo. Mi diverto a ritrovare gli altri ex calciatori e a giocare insieme a loro. Il 6 novembre, per esempio, saremo a Zurigo per una partita tra gli amici di Del Piero e quelli di Ronaldinho. Sono occasioni piacevoli, che mi permettono di divertirmi, trascorrere poco tempo fuori casa e poi tornare subito dalla mia famiglia". È una nuova fase, diversa da quella che lo ha portato dalla Serie D alla Coppa del Mondo. Ma il legame con il calcio resta, così come i ricordi di un percorso costruito passo dopo passo. E quando Iaquinta si volta indietro, torna sempre lì, alla distanza tra il ragazzo che non immaginava di arrivare in alto e l'uomo che un giorno si è ritrovato campione del mondo: "Ogni tanto mi fermo a pensarci e mi chiedo: com'è possibile che sia successo davvero tutto questo? A volte mi sembra ancora di vivere un sogno, ma la cosa più bella è che quel sogno, alla fine, si è avverato".
UfficialeBayern Monaco-Kane, avanti insieme: rinnovo di contratto fino al 2029
Bayern Monaco-Kane, avanti insieme: rinnovo di contratto fino al 2029
Harry Kane giura amore al Bayern Monaco. Come comunicato dal club tedesco sui social, l'attaccante inglese ha rinnovato il contratto fino al 2029. Qualora arrivasse fino alla scadenza dell'accordo, Kane toccherebbe quota 9 stagioni con la maglia dei bavaresi. Kane guadagnerà 25 milioni lordi all'anno, una cifra record per il club. Il Bayern gli riconoscerà anche 1 milione previsto dal precedente contratto in caso di vittoria del Pallone d'Oro.  NUMERI DA RECORD - I numeri dell'attaccante con il Bayern sono impressionanti: 161 partite, 156 gol e 41 assist. Tra i tanti trofei sollevati con il club ci sono 2 Bundesliga, altrettante Supercoppe e una Coppa di Germania. Numeri che gli sono valsi la vittoria del Pallone d'Oro.
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