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Union Berlino, storia di un tifo anti-sistema 

| Storie | Autore: Francesco Porzio

La storia dell’Union Berlino, che sabato ha guadagnato il suo primo punto nella storia in Bundesliga, ha tanto a che fare con la politica. 

“Non ogni tifoso dell’Union era nemico dello stato, ma ogni nemico dello stato era tifoso dell’Union”. 

Così l’Eulenspiegel, rivista berlinese, sintetizzò l’Union Berlino negli anni Ottanta. Impossibile farlo meglio. Una squadra storica, da sempre intrecciata con la politica e con lo stato sociale della città. L’Union sabato pomeriggio ha guadagnato sul campo dell’Augsburg il suo primo punto di sempre nella massima competizione tedesca. Un punto sofferto, come la storia della squadra che oggi si sta facendo conoscere al mondo per la prima stagione nella storia giocata in Bundesliga

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Ma occhio, perché oggi l’Union Berlino per tanti ha un significato diverso da quello reale. Perché l’Union non è mai stata una squadra di sinistra, per come la intendiamo oggi. Anche perché il contesto storico nel quale questo club ha combattuto (e sofferto) era completamente diverso da quello attuale. 

Siamo negli anni Settanta e Ottanta. La Germania è divisa, e il calcio ne paga le conseguenze. A Berlino c’è la Dynamo, una squadra particolare. Non tanto perchè domina in lungo e in largo per oltre un decennio, ma perché il suo presidente è un certo Erich Mielke. Uno dei fondatori della Stasi, la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Repubblica Democratica Tedesca, la Germania dell’Est. 

Berlino ai tempi era la città dello spionaggio (non a caso sono stati scritti diversi libri e girati alcuni film a riguardo). Una città che era divisa da un muro, e oltre il quale c’era un mondo opposto. Per questo, la Stasi utilizzava tecniche sofisticatissime per individuare possibili spie in città. Mielke era un personaggio temibile, in tutti i sensi. In tutto questo è importante sottolineare anche le geografia della città. L’Union era ed è la squadra dell’Est, praticamente fuori dalla capitale tedesca. Nonostante fosse e sia lontana dal centro, incarnava i valori e gli ideali di milioni di persone dell’Est. L’Union rappresentava i lavoratori, gli stessi che poi aiutarono nel 2008 il club a ricostruire lo stadio. Nel vero senso della parola, visto che l’Union non si poteva permettere il costo della ristrutturazione dell’impianto. 

Ma tornando all’essenza dell’Union. La squadra incarnava i valori anti-sistema, contro quella divisione che aveva sconvolto vite di milioni di persone. Questo però non voleva dire essere di un partito politico, anche perché la tifoseria inglobava di tutto. Dalla subcultura punk (da cui deriva anche l'inno cantato da Nina Hagen), agli skinheads, i neo-nazisti e diversi studenti di varia estrazione sociale e politica. Tutto contro il regime dell’Est. Erano accomunati soltanto da quello che sapevano di non voler essere.

Poi ovviamente dopo la caduta del muro è cambiato tutto, ma non l’appartenenza ad un club che per molti è stata una ragione di vita politica e sociale, oltre che sportiva. Attraverso l’Union si manifestava, si esprimeva un disagio. Gli slogan sono cambiati. Prima c’erano “il muro deve andarsene”, oppure “meglio essere un perdente che un maiale della Stasi”, oggi sono quasi tutti dedicati all’appartenenza per un club che ha significato tantissimo. Non è un caso che all’esordio in casa i tifosi abbiano deciso di “portare” anche chi non c’è più attraverso dei poster fatti stampare dal club. Perché l’Union è un club differente. Per tanti motivi sociali e storici. Oggi il club affronta i colossi della Bundesliga, come il Bayern Monaco o il Borussia Dortmund. Ma non avrà mai paura. Quella no. Perché dopo che hai combattuto decenni per la libertà, che cosa sarà uno scatto di Jadon Sancho per i tifosi dell’Union?

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