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Da Montopoli all’Olimpico di Roma: viaggio nel mondo di Gianluca Mancini

| Storie | Autore: Riccardo Setth

Un piccolo paesino toscano all’uscita della Firenze-Pisa-Livorno. Montopoli in Val D’Arno è cosi qualche casa addossata alla via principale, la fortezza e qualche punto di ritrovo. Leggi, Via Roma e pensi al destino che poi si concretizzerà qualche anno più tardi in giallorosso. La chiesa, la piazza principale e il circolo dove incontrarsi. Un paese famigliare e confortevole dove crescere lontano dal caos e sogni irrealizzabili. Poi c’è il Bar Fantasy, qualche centinaia di metri prima a Capanne. Punto di ritrovo per vedere tutti insieme la Serie A e sognarla. Sedie di fronte a un maxischermo, bisbigliare vivace e poi il silenzio iniziale prima di commenti, esultanze e speranze.

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Qui è nato Gianluca Mancini, ora difensore della Roma e in parte centrocampista, prima ma anche adesso ragazzo come tanti di Montopoli. Quando ritorna qui si rifugia in famiglia e poi visita gli amici di un tempo, perché tutto è rimasto com’era. “Lui il pallone l’ha sempre amato, lo vedevi sempre con un pallone vicino, ovunque si andava”, racconta il cugino.

Ha iniziato a 6 anni nella scuola di Montopoli, poi Beppe Aurilia l’allenatore del Valdarno di allora lo ha chiamato a giocare con lui”. Un campo tipico. Un’unica tribuna, terreno in terra dove è sufficiente una linea di gesso e due porte a delimitarne lo spazio. D’estate la polvere si solleva, d’inverno le pozzanghere ne rallentano il pallone. Su quel campo ha dimostrato che valeva altre categorie e in breve tempo arrivò la chiamata dalla Fiorentina: “Pensavo fosse per me, invece era per Gianluca” dice il cugino scherzando. Prima le resistenze della mamma, poi i sacrifici per portare Gianluca da Montopoli a Firenze andata e ritorno tutti i giorni. La domenica la partita: “Il sabato sera quando tutti noi uscivamo, lui era l’unico a rimanere a casa ‘ho la partita’ ci diceva’, motivo per cui lui ce l’ha fatta e noi no. Ha perso l’adolescenza, ma gli è stato restituito tutto”. 

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Dopo Firenze, arriva Perugia dove comincia a far parlare di sé tra i professionisti: “Tutto però sembrava difficile, la prima esperienza da solo. E poi gli allenamenti: mi chiamava e mi diceva che non ce la faceva più. Era solo l’inizio. Poi è arrivato Gasperini e l’inferno di Perugia si è trasformato in incubo a Zingonia. Gli allenamenti durissimi sono stati una palestra che lo ha preparato al grande salto e lo hanno reso il professionista che è oggi”

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Difensore goleador nell’Atalanta, centrocampista d’emergenza nella Roma. Il suo primo allenatore fu Beppe Aurilia, ora Osservatore del Settore giovanile della Spal. Il primo ad intuirne le capacità di Gianluca soprattutto in avanti: “Da piccolo faceva l’attaccante, segnava 3 o 4 gol a partita. Mi metteva in difficoltà con gli avversari ed ero costretto ad arretrarlo a centrocampo. Era difficile gestirlo ma spesso il risultato diventava troppo largo, per questo gli chiedevo di far segnare i compagni. Si vedeva dopo pochi secondi che era un giocatore di un’altra categoria. E infatti spesso giocava con i ragazzi di due categorie più grandi".

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"Ora tutti gli allenatori delle squadre giovanili pensano a vincere, tutti vogliono giocare a due tocchi, ma un ragazzo deve saper fare quello che sa. In una partita toccano una decina di palloni” spiega la ricetta di come allenare un giovane talento il suo ex allenatore. “È diventato difensore solo dopo qualche anno arrivato alla Fiorentina. Anche se in verità con i viola non giocava molto, nella stagione 2012 scese in campo per una manciata di partite. Allora a fine stagione venne a casa mia per una cena e facemmo un patto. Gli dissi ‘Tu sarai un calciatore’, era il 29 maggio del 2012. Cinque anni dopo il suo debutto in Serie A con la maglia dell’Atalanta".

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Quest’anno contro il Brescia invece il primo gol con la maglia della Roma: “C’è chi fa gol e chi tira per fare gol. Gianluca sapeva la posizione dell’avversario e del portiere per questo non ha tirato di forza ma li ha scavalcati”. Intelligenza calcistica che secondo Aurilia il futuro avrà la sua logica conseguenza: “Farà l’allenatore. Fin da piccolo lo vedevi, un leader calmo. Così come oggi sia a centrocampo che in difesa lo vedi dare consigli ai compagni e aiutarli”.

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Le gambe non tremano a chi ha vissuto desiderando di giocare in Serie A. Neanche il giorno del debutto dal primo minuto all’Olimpico: “Prima partita da titolare nel derby di Roma. Partita giocata alla Mancini con autorità e semplicità” dice l’amico di sempre Francesco. Spensieratezza e virtù di un giovane che si è ritrovato a Roma all’età di 22 anni: “Devo dire la verità avevamo un po’ di paura, perché Roma è una città enorme. Ma poi quello che si dice, sull’ambiente è fuorviante. Roma è bella ed è bello giocarci per Gianluca” raccontano gli amici.

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In difesa o a centrocampo non importa. Il talento di Mancini si è espresso in tutte le sue forme e posizioni. Ha vinto la sfida della sua vita, è riuscito a raggiungere il sogno di diventare calciatore. Da Montopoli alla Roma sognando gli europei con la Nazionale, per fermare per 90 minuti attaccata alla televisione tutta Montopoli. La culla del talento di Gianluca Mancini, lì dove è nato un difensore che ancora non sapeva di esserlo, ma si allenava duramente per diventare un campione.

LEGGI ANCHE: Mancini al comando, l’intuizione di Fonseca in risposta agli infortuni

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