Questo sito contribuisce all'audience di
Menu

Seleziona una squadra

  • Serie A
  • Coppe
  • Altri

Granqvist e Andersson, simboli di una Svezia che non si ferma più

Da Instagram Swemnt

| Storie | Autore: Simone Golia

Tre gol al Messico e primo posto nel girone. La Svezia dei miracoli vola agli ottavi e fa piangere anche... la Germania. Il capitano Granqvist e il ct Andersson i punti di forza, fra gol, carisma e il no a Ibra

C’era un tempo in cui la Svezia faceva ballare il mondo con le hit di Neneh Cherry e di Eagle Eye, degli Ace of Base e dei Cardigans. Ora fa lo stesso, ma con un pallone e i tacchetti. Russia 2018, un Mondiale che da quelle parti non scorderanno tanto facilmente. Primo posto nel girone, a guardare tutti dall’alto. Anche la Germania campione del mondo, che invece fa le valigie e torna a casa. Sei punti, cinque gol fatti e due subiti, con la punizione di Kross che, solo qualche giorno fa, sembrava cancellare ogni speranza. Ma non si abbattono questi svedesi, mai. Non l’hanno fatto oggi, così come non lo fecero due anni fa. Dopo la fallimentare spedizione europea del 2016 vanno via tutti, da Ibrahimovic a Kallstrom e Isaksson. La strada per i Mondiali in Russia si complica, anche perché dall’urna escono Francia e Olanda. Due anni dopo, però, la musica è un’altra. Sì, perché arrivano i pareggi con gli olandesi e la vittoria contro Pogba e compagni. Arriva, soprattutto, il secondo posto e la possibilità di giocarsi il tutto per tutto ai playoff. Il resto, poi, è storia. E purtroppo la conosciamo molto bene.

“l’Italia? Eravamo spaventati”. Lo raccontò dopo il sorteggio il capitano di questa Svezia, l’unico leader rimasto dalla diaspora del 2016. Si chiama Andreas Granqvist, ha 33 anni, dieci dei quali passati con la maglia della sua nazionale addosso. Oggi guida i compagni a suon di chiusure ma anche di gol. Ne ha segnati due, più di Messi e Lewandowski. Su rigore? E’ vero, ma la palla va comunque buttata dentro e non è facile. Chiedere a Ronaldo e alla Pulce per ulteriori conferme. Lui, invece, dagli undici metri è freddissimo. Oggi ha segnato il diciottesimo rigore concesso in questo Mondiale, un record assoluto. Dal debutto con la Giordania nel 2006 al Messico. Nel mezzo 74 presenze e tante battaglie. Come quella di San Siro, appunto. Che lui e i suoi compagni tanto temevano e che poi hanno vinto. Andreas nello spogliatoio ha dovuto pagare pegno, facendosi rapare a zero fra l’euforia generale. In quei giorni gli viene anche assegnato il Guldbollen, ovvero il premio come miglior giocatore svedese dell’anno solare. Non l’avessero mai fatto, quante polemiche. “Se lo meritava Forsberg – urlano tutti – ha segnato 8 gol in Bundesliga con il Lipsia!”. Chissà oggi in quanti ci avranno ripensato. E poi lui la Russia ormai la conosce molto bene: ci gioca da cinque anni con la maglia del Krasnodar, nella parte meridionale del paese. Più di 25000 i chilometri di distanza dall’Ekaterinburg Arena, dal tempio dove il sogno di qualificarsi agli ottavi è diventato realtà. Non male per una squadra che le ultime due edizioni del Mondiale le aveva viste dal divano di casa




Ci ha messo del suo anche il Messico, colpito da una preoccupante tendenza al suicidio. Il cartellino giallo a Gallardo dopo appena 14 secondi (il più veloce nella storia del Mondiale) il preludio. L’entrata killer di Moreno su Berg e la goffa autorete di Alvarez nel finale le conferme. Ci ha messo del suo anche la Corea del Sud. Nel 2002 buttava fuori l’Italia per poi essere eliminata proprio dai tedeschi nella semifinale. Oggi la vendetta tanto attesa dopo 16 anni. Ma ci ha messo del suo, soprattutto, Jan Andersson, colui che dopo Euro2016 raccolse la misera eredità di Erik Hamren. Subito una telefonata da Ibra tanto per iniziare:Mister, non giocherò più per la Svezia” Gli dice. Colpa dei troppi impegni e dei tanti viaggi. Meglio godersi un po’ di più la famiglia. Un dispiacere da digerire, soprattutto se a dartelo è uno che con quella maglia ha segnato più di 60 gol. Due anni dopo, però, il ripensamento: “Posso venire in Russia?”, “No grazie, Zlatan”. Sarà andata un po’ così fra i due, con la giusta immaginazione: "Per me è fondamentale. Il calcio è un gioco di squadra. Devi avere un buon collettivo unito e un’idea di gioco ben chiara. Poi puoi lasciare spazio a quei giocatori che possono fare la differenza”. Questo, dopotutto, è il mantra del buon Janne, così come lo chiamano tutti. Lui che capisce chi: “In quei 40-50 giorni che si dovrebbero trascorrere con la nazionale, preferisce passarli in famiglia". Lui che però, allo stesso tempo, preferisce lavorare con “Uno dei 250.000 calciatori svedesi che vorrebbero essere nella selezione del paese". Lui che da ragazzo faceva l’attaccante e segnava vagonate di gol nelle serie minori, ma che era innamorato del Milan di Baresi e Maldini. Dell’Italia dell’82 e di gentile. Prima la difesa e poi l’attacco, dunque. Si vede subito nella sua Svezia, che gol lo prende difficilmente. L’ha portata nelle migliori sedici del mondo, quando nessuno non ci credeva minimamente. D’altronde, nelle ultime amichevoli pre Mondiale, era arrivata una sola vittoria in sei partite. Non il migliore biglietto da visita insomma.


Jan si mangerà il solito wurstel con ketchup e senape. Lo fa sempre, fin da quando era bambino. Così come controllerà se, a fine partita, lo spogliatoio sarà in ordine o meno. In futuro vuole fare il magazziniere, perché gli piacciono l’odore delle maglie, l’atmosfera che si respira e le chiacchiere dei suoi ragazzi. Magari un giorno, quando sarà lontano dalla panchina, racconterà di questa Svezia al nipote Lo. Quando sua figlia Louse lo mise al mondo, lui doveva giocare contro l’Olanda. Rimase dieci minuti sul pullman da solo, a piangere. Lacrime di gioia, diverse da quelle che ha fatto versare a Italia e Germania. Le stesse che, però spera di regalare al suo popolo

Condividi articolo su

Calciomercato