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Quando Italiano era semplicemente “Vince”: un viaggio nel quartiere della “Sacra” a Padova

| Storie | Autore: Riccardo Despali

Alla “Sacra” c’è tutto: parrocchia, supermercato, palestra, collegio universitario e centro sportivo, proprio nel cuore del quartiere, molto intimo a partire dal nome. Sacra Famiglia. Un' oasi di pace proprio due passi dal centro di Padova. Tra le vie si respira un clima popolare ma la gente è al passo coi tempi, a partire dal campetto da calcio, in sintetico, di ultima generazione, dove ci giocano tutte le categorie del posto. L’unico limite sono le dimensioni, leggermente ridotte: non è affatto raro vedere rinvii dei portieri o lanci lunghi dei difensori trasformarsi in pericolose parabole verso la porta avversaria. Spesso ci scappa pure l’eurogol.

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In questo campo atipico della periferia a sud ovest di Padova ha mosso i primi passi da allenatore Vincenzo Italiano, fresco di promozione in Serie A con il suo Spezia. “Una volta in quel campo abbiamo fatto una partita genitori contro ragazzi. E lui giocava ma... allenava allo stesso tempo! Dettava i passaggi, spronava tutti a far meglio quando sbagliavano e dava consigli. Non ci stava a perdere nemmeno quell’amichevole.Stefano Conti, presidente della Sacra, ricorda le prime uscite del suo amico Vincenzo, allenatore inter generazionale: “Era il 2014, aveva appena lasciato il Venezia dove era secondo in panchina. Abitava a 50 metri dal nostro complesso sportivo. Spesso veniva a vedere suo figlio che giocava con noi, poi lo abbiamo coinvolto insieme a Esposito, Simonini e Bonavina. Ha cominciato ad insegnare solo tattica offensiva a Giovanissimi, Esordienti, Juniores e Prima Squadra. Affiancava i mister e studiava molto. Umile ma determinato, si fermava sempre più del tempo previsto a chiaccherare con i giovani.” Ancora non aveva una squadra tutta sua.

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Un allenatore meticoloso, maniacale, amante dei dettagli. Dopo 5 anni di esperienza partendo dalla Vigontina e passando per Arzignano e Trapani, si è costruito la promozione in A eliminando Chievo e Frosinone ai Playoff di B, avendo ottenuto 17 vittorie e un terzo posto in campionato. Nulla è casuale: “Arrivava al campo con un’infinità di fogli, che a volte perdeva per strada e che aiutavamo a raccogliere. C’erano scritti tutti gli esercizi per filo e per segno. Ci teneva mezz’ora ogni venerdì. 'In questa situazione di gioco hai queste possibilità' e ce le elencava, dandoci le varie alternative che aveva pensato, con la miglior soluzione. Schematizzava ogni cosa”. Filippo, ex attaccante della Prima Squadra, rivede ancora quelle indicazioni tattiche nella sua testa. E dopo il dovere, il piacere di stare insieme: “Spesso ci facevamo arrivare la pizza post allenamento in spogliatoio. Lui si fermava  con noi a mangiare. Siamo andati anche fuori a cena qualche volta. Ci intratteneva ore e ore con mille aneddoti della sua vita da calciatore. Ridevamo. Fuori dal campo era un amico”. 

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Tre playoff vinti in 3 anni. Dalla D alla A con 3 squadre diverse (Arzignano, Trapani, Spezia). L’umiltà di sempre: “Era semplicemente Vince, uno di noi” sorride Mattia Baldin guardando il campo vuoto, con un velo di nostalgia negli occhi, ripensando alla sua prima stagione (di 4) con la Sacra proprio quell’anno: “Era tutti i giorni al campo. Tutto il giorno. Quando facevamo gli schemi mi lanciava e io da attaccante dovevo solo spingere la palla in porta. Urlava di fare meno tocchi possibili e verticalizzare subito”. Nonostante abbia fatto parte della “Sacra” solo per qualche mese, tutti vogliono ancora bene a Vincenzo: “Ogni tanto passa con il cane a vedere come ce la caviamo. È uno di casa. Conosce e vive il quartiere”. Tutti hanno una buona parola per lui. Dove va, lascia il segno. “Serie A? Se la merita tutta - conclude il Pres - Ma lo vedró sicuramente da queste parti prossimamente. E andremo a prenderci una birra e a mangiarci una pizza. Come i vecchi tempi”. Come in una famiglia, una delle tante a cui è legato Vincenzo. Oggi un allenatore in serie A.

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