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Un italiano in Svezia. Curci racconta: "Dai cucchiai di Totti... all'Eskilstuna, con vista Serie A"

| Interviste | Autore: Matteo Moretto

Un italiano in Svezia. Un romano a Eskilstuna, nella contea centro orientale del Södermanland. Eccola, la nuova casa di Gianluca Curci dallo scorso gennaio; tutto merito di un'opportunità nata grazie anche al lavoro del suo agente, Alexander Garini della Icon Sport Management.

Una città piccola, “non è come Roma o Milano”. Ma lui se la gode comunque, anche perché “vivo vicino allo stadio, a 600 metri dal centro". Numero 1, Curci, lì dove proprio quell’1 spesso indica i gradi di temperatura minima del periodo. Fa freddo, freddissimo: "Fino ai primi di marzo era -15 o anche -16. Bastava uscire 600 metri dal centro, ed era dura. Soffrivo. Adesso già a +1 si sta bene". Il clima come le abitudini, del tutto nuove per chi in carriera non era salito al nord Europa oltre Magonza: “Spesso non pranzo nemmeno. Aspetto fino alle sei e mezza, massimo sette, e poi ceno. Per quanto riguarda il mangiare non è come l’Italia ovviamente - ha raccontato Curci ai microfoni di gianlucadimarzio.com - ma al supermercato le cose si trovano. Al pub? Ci vado solo quando ci sono partite importanti che non mi voglio perdere”. Piatto ricorrente? “Qui si mangia spesso petto di pollo o carne, bistecche”. Il tutto, ovviamente, da ordinare in lingua inglese: "Così vai sul sicuro. L’italiano mai…”. Diciamo mai, tranne che con la sua ragazza perché è con lei che Gianluca (così lo chiamano a quelle latitudini, sempre per nome) si è trasferito in Svezia quasi tre mesi fa.

Testa e corpo lì, ma il cuore è sempre in Italia con un pensiero al ritorno la prossima estate, intanto per vacanza: "A luglio abbiamo 10 giorni liberi. Il 2 c’è una partita, quella successiva sarà il 30. Durante quella pausa tornerò, almeno vedo un po’ di mare". Litorale romano? Chissà, ma è in quelle zone che un giovanissimo Curci ha iniziato a dare i primi calci al pallone e senza i guantoni. Sì, perché “io da piccolino, a 5/6 anni, facevo l’attaccante. Poi un giorno mio fratello, che ha 11 anni in più di me, mi disse: “Ma perché non provi a fare il portiere?”. Feci dei provini alla Roma e poi in porta ci sono rimasto. Mi ha preso subito come ruolo”. Come un amore che non è sbocciato immediatamente ma che dura ancora adesso, come quei ricordi tinti di giallorosso. Una parentesi lunga della sua carriera, dal ’94 al 2008, con delle brevi parentesi negli anni successivi. E come dimenticare gli allenamenti con Francesco Totti… “Speravo sempre di averlo in squadra con me. Invece succedeva che spesso giocassimo contro e avevo paura, mi mettevo sulla linea di porta perché temevo lo scavino. E alla fine lo scavino te lo faceva comunque! Ma a parte tutto, se non era il cucchiaio ti sparava un bolide imparabile. Ti fulminava. Ti toglieva le certezze. Se stai sulla linea di porta ti bombarda, se esci ti fa lo scavino… Tremendo!". Lo scorso 2 ottobre sono trascorsi 10 anni dal suo esordio in Champions League nella cornice di Old Trafford: “E’ stata una cosa inaspettata - ricorda Curci -. Doveva giocare Doni poi due ore prima mi dissero “Guarda che ha la febbre”. “Giocherà anche con la febbre”, ho pensato io… Invece...”. Invece ecco l’allora 22enne Curci tra i pali, con quel pensiero che lo cullava come una consolazione: “Tanto peggio del 7-1 di 5/6 mesi prima non potevo fare. La squadra infatti era un po’ scossa e impaurita. Ma alla fine è andata bene, segnò solo Rooney". Poi, la stagione successiva, per lui si aprì il capitolo Siena: "Giampaolo mi faceva giocare anche quando non ero al top della forma, con qualche problemino fisico. Stravedeva per me. Mentalmente lui e il suo staff mi hanno sempre mantenuto sulla corda. Anche Pioli, a Bologna, ci teneva che stessi sempre bene. E’ stato importante".

Fiducia, insegnamenti, lezioni. Perché la filosofia di Curci è questa: “Un portiere impara sempre da tutti: anche in Germania ho scoperto stili diversi, anche se alla fine in campo ci vado io. Ma tutti hanno da insegnarti”. Ed anche qualcosa da ‘regalarti’. Più materiale di una lezione, ma comunque che resta. Un esempio? "Io in casa ho tantissime maglie. Quella di Cech, presa dopo un’amichevole in America. Quella di Casillas, dopo una partita di Champions con il Real. Una decina di Buffon, poi Dida. Ho la collezione". Da custodire, insomma, come quelle passioni che coltiva lontano dal rettangolo verde, dal tennis al padel: “Da più di 10 anni seguo sempre e solo Federer. L’ho conosciuto allo stadio, negli spogliatoi. Quando vince per me è una gioia. Lui e Totti sono i simboli assoluti dei due sport. E a tennis e padel ci gioco anche io!”.

Il presente dice Svezia, il futuro è ancora da scrivere. L’obiettivo però è chiaro e si chiama Italia: “Era un anno che ero inattivo, dopo l’esperienza chiusa al Mainz. Ho pensato anche di smettere e prendere altre strade, come lavorare nell’azienda di famiglia dove comunque avevo già lavorato per tre mesi nel mio periodo di stop. Ma io mi sentivo ancora mentalmente pronto. A gennaio si è presentata questa opportunità e mi sono detto “Sai che c’è? Proviamo”. Fisicamente sto bene e posso ancora dire la mia, magari come secondo in A. Se non ci provo non lo saprò mai. E adesso, almeno inizialmente, le cose stanno andando bene, con due 0-0 di fila. Poi magari a fine anno dico “Basta non mi va più” ma almeno l’ho deciso io. Però tornare in Italia è un obiettivo”. Stavolta non più solo per il mare, ma per navigare di nuovo nelle acque della Serie A.

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