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Data: 31/10/2019 -

Nel mondo di Carmine Gautieri: "Il terremoto dell' '80, Roma e l'Alabarda..."

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La nostra intervista a Carmine Gautieri, allenatore della Triestina. Da quando è subentrato lo scorso 14 ottobre, l'Alabarda ha vinto tre partite su tre risalendo in classifica al sesto posto nel girone B di Serie C a quota 19 punti.
La nostra intervista a Carmine Gautieri, allenatore della Triestina. Da quando è subentrato lo scorso 14 ottobre, l'Alabarda ha vinto tre partite su tre risalendo in classifica al sesto posto nel girone B di Serie C a quota 19 punti.

Spira forte la bora, da nord-est fin le onde del mar Adriatico. Fluttuano in sottofondo. Il loro ‘nobile’ cantico ci accompagna in Piazza Unità d’Italia, dove in un angolo – ben riparato – ci attende Carmine Gautieri. Fa abbastanza freddo, serve il cappotto ma gli amici triestini ci assicurano che fra un paio di mesi per uscir di casa non basteranno guanti e sciarpetta… “Poco importa, ci metteremo anche i sassi nel giacchetto almeno siamo sicuri di rimanere ben piantati a terra”. Una battuta e un bel sorriso, ci saluta così Carmine, allenatore della Triestina da appena due settimane ma con all’attivo già ben tre vittorie su tre. Piedi a terra? Sì, ma non troppo dai. In fondo solo chi sogna può volare…

Ci mettiamo a guardar il mare, a debita distanza non si sa mai: il porto, le luci, la Slovenia in lontananza, i volti distesi dei giovani che – felici per la festività imminente – passeggiano. Vive di un’atmosfera panica l’hermionica Trieste. Sabato del Villaggio, domenica c’è la Feralpisalò. Passa in secondo piano ora. Il vento, il mare, le onde, il sole è già tramontato da un pezzo… “Ti dico la verità, mi sembra d’esser tornato bambino. Quando mi metto qui, a guardare le onde, rivivo i ricordi della mia infanzia, a Napoli. Le partitelle tra amici nella villa comunale a Mergellina, la voce dei ragazzi…’Bene ora chi perde paga la coca cola a tutti…’. Della mia infanzia ricordo tutto, gli odori, i profumi, quel pallone che rotolava incessantemente da mattina a sera. Anche se, ahimé, non è stato tutto rose e fiori. Ricordo il terremoto degli anni ’80, in Irpinia, avevo dieci anni. Una scossa ci ha buttato fuori di casa, dormimmo quattro giorni nella 127 di papà, poi in un’aula di scuola, dovevi fare la fila per andare in bagno alla mattina. Il passato è passato, ma non si cancella. Da un momento all'altro perdi la casa, distrutta completamente. Ti fai mille domande, non riesci a darti mezza risposta. Capisci che la vita è anche difficoltà e che devi avere gli strumenti per superarle, perché che tu voglia o non voglia, le difficoltà ci sono. Io ringrazierò sempre papà, fin da subito me lo ha fatto capire. A 13 anni dopo scuola, un’ora al giorno mi mandava a lavorare in un distributore di benzina. Dovevo capire il senso e l’importanza del lavoro. E non era come oggi dove i nostri giovani li viziamo in tutto e per tutto e alla prima fatica diciamo loro… 'va beh non importa, lascia stare'…”.

La triste verità di un mondo che ci illude (tramite la tecnica) di saper far tutto per farci dimenticare che noi, ragazzi di oggi, non sappiamo più far niente. Nemmeno emozionarci… “Perché con questi smartphone ci sembra tutto a portata di mano… Io, quando a 27 anni, vidi per la prima volta il Colosseo provai un’emozione che mi fa venire i brividi ancora adesso… Roma è magnifica, è stato il coronamento di un sogno, calcistico e personale. Vivevo all’Eur, era un grande cantiere in costruzione, ma alla sera andavo sempre in centro, quante spaghettate con i tifosi… E poi ricordo ancora una serata a casa Totti bellissima. Finito allenamento, Francesco mi si avvicina dicendomi…’Stasera vieni a mangiare la cotoletta da mia mamma…’. Io lo guardo, di primo impatto tentenno, sai l’imbarazzo… ‘Ahò, vieni e basta, nun sta a rompe…’. Una serata bellissima, ma Francesco è così. La sua forza è la sua semplicità, la sua leggerezza. Gli auguro il meglio per il futuro, se lo merita perché è un grande uomo….”. Beh, scusa, visto che è ancora svincolato… “Ah, se vuole venire a Trieste gli pago vitto, alloggio e aereo (ride). Lo vado a prendere domani mattina, non è detto che non gli proponga una cosa del genere…”. Perché le favole esistono, sono sempre esistite, abbiamo soltanto smesso di crederci (perlomeno fintantoché non ne faranno una apposita sezione su Instagram…).

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La città si muove, cammina e sorride pensando al dì di festa. Ci lasciamo trasportare anche noi in questa ‘sera dei miracoli’ (grazie indimenticato Lucio). Carmine racconta, posato e allegro, ripensa a quando ‘anch’esso si ornava…’, a Roma, alla Roma, alla giovinezza… “Quei due anni in giallorosso sono stati un sogno, un inno alla vita, al crederci sempre. Mi porto dentro un bagaglio di ricordi bellissimo. Zeman, il mio maestro, una linfa. E poi Capello, con lui non potevi sbagliare nemmeno una virgola, niente. Un giorno andammo in campo per l’allenamento e due di noi avevano i calzini diversi dal resto del gruppo… Sospese l’allenamento, ‘se non li cambiate e non vi mettete tutti i calzini uguali non riprendo’. Sono stati momenti bellissimi, a vent’anni ti senti un leone, hai voglia di spaccare il mondo, vivi tutto con entusiasmo. Credo che il segreto sia proprio qui, nel riuscire a portare quel sano entusiasmo per tutto il resto della vita. Mi piace essere ottimista, vivere il domani con il sorriso…”. La bellezza di parole sincere, nel mondo del disincanto e (troppo spesso ahimé) della disillusione. Potremmo ripartire da qui, dal sano ‘illuminismo’ di Carmine.

“Spero di poter trasmettere questo ai miei figli. Essere ottimisti e non aver mai rimpianti. Io ne ho, forse, soltanto uno. Il Bari. Che cazzata che feci ad andar via dopo un mese, ma non me la sentivo e penso che sia importante ascoltare il proprio istinto e i propri sentimenti… Lo dico sempre a Marco (mio figlio) che ora gioca in Serie D: ascolta il tuo cuore, fai quello che riesci, divertiti, il resto non conta. Hai 20 anni, se va bene siamo tutti felici, ma se va male non importa faremo altro…”. Queste ultime venti parole andrebbero affisse dinanzi all’ingresso di ogni scuola calcio, forse saremmo tutti un po’ più genitori e un po' meno ‘Ciceroni’ dei nostri sogni (calcistici) andati a vuoto…

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 Torniamo al (nostro) presente, all’Alabarda, alla Triestina. Tre partite, tre vittorie. Al Rocco è tornato l’entusiasmo, ‘torna azzurro il sereno’… Se sono qui è grazie a Mauro Milanese (il deus ex machina della Triestina), al quale sono legato da un rapporto di amicizia vera. Quando mi ha chiamato non ci ho pensato un secondo. Abbiamo cominciato bene, siamo felici, dobbiamo cullare quest’onda di entusiasmo e divertirci, nello stare insieme e nel giocare. Abbiamo e ho la fortuna di essere in una città bellissima, che trasuda storia, simpatia, cultura. Trieste deve tornare ad essere protagonista, ce lo impone il vessillo che portiamo sul petto ogni domenica. Dobbiamo pensare in grande e rimaner con i piedi in terra. Obiettivi? Come dice il mio maestro Zeman, fare un gol in più dell’avversario…”.

E’ (già) passata un’ora. Riaccendiamo i telefoni, salutiamo Carmine. Salutiamo il mare, ci lasciamo avvolgere dal ‘caldo’ abbraccio della bora, nei meandri di una città che cammina a festa, in un prosimetro di bella multiculturalità. E’ la notte dei miracoli, qualcuno nei vicoli di Trieste sta cominciando a scrivere una canzone…



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