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La maschera, il matto e il supereroe: vita da portiere, vita da IoiMan

Michele Salvatore

| Interviste | Autore: Redazione

Siamo al 93’. Nel cielo del “Granillo”, nella notte degli innamorati, Raffaele Ioime va, librandosi agile nel cuore della sua area di rigore: Clark Kent nella mente e pugno alla super-man nell’etere a sventare l’ultimo assalto della Reggina. Fischio finale e setto nasale scomposto: tremendo lo scontro tra Ioime e Gasparetto che, all’ultimo respiro, tentava di violare una porta, sigillata per tutta la sera da un Raffaele versione “para tutto”. Calcio di rigore compreso. Al super eroe tra i pali mancava realmente solo la maschera: «Posso dire - sorride Ioime - che avrei volentieri fatto a meno di indossarla quella maschera. Sa com’è - continua ammicando Raffaele -, fin da bambino mi sono piaciuti sempre di più i supereroi a viso scoperto! Però, in questo caso, la maschera la porto ben volentieri: è il simbolo, sul mio volto, del sacrificio che sono pronto a offrire sempre per la squadra, anche se ciò comporta - come è accaduto - rompersi un naso».

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Il forte portiere napoletano Ioime - a Potenza per tutti ‘Ioi-Man’ - dietro la ‘maschera’ dell’ironia mantiene, tuttavia, a stento la fierezza - sacrosanta! - dell’atleta provetto, fierezza accompagnata, però, a un velo di solitudine cui sembrano condannati tutti i n°1: «La responsabilità estrema a cui è chiamato ogni portiere è enorme: se fai il tuo e anche qualcosa di più, è considerata ‘normale amministrazione’; se però sbagli un intervento - e quando lo fai è quasi sempre decisivo - allora sei messo ‘al rogo’ da tutti. C’è sempre il rischio di rimanere soli, contro tutti».
Per resistere a tutta questa pressione ci vuole un certo equilibrio, sì, ma sopra la follia.

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Il numero che Raffaele ha sempre scelto in carriera, in qualche modo reca un messaggio ben chiaro cucito sulle sue spalle:
«Bisogna essere dei “pazzi”, sì, proprio così: se si vuole interpretare al meglio il ruolo del portiere, allora bisogna essere spregiudicati in campo, pronti a compiere il gesto atletico più ardito, perché, se non ti aiuti da solo non c’è nessuno che può farlo, sei l’ultimo baluardo a frapporsi tra l’avversario e la porta. Per questo ho sempre scelto il numero 22: è il ‘matto’ nella smorfia napoletana, colui il quale deve vivere necessariamente “sopra le righe”, sopra la follia davvero, per sentirsi vivo».
Vivere sopra le righe, al di là del giudizio a buon mercato della gente, non implica necessariamente, però, comportamenti per così dire ‘sbagliati’, eccessivi. Raffaele sa, infatti che, nella vita di uno spogliatoio, le giuste parole hanno lo stesso peso - se non di più - delle belle parate: bisogna essere folli, sì, ma sempre cum grano salis, per dirla alla latina: «Proprio a Latina nel 2012, con mister Pecchia, ho imparato quanto la dedizione e il lavoro paghino sempre, anche quando reputi che nei tuoi confronti si stia compiendo un errore di valutazione. Ero il suo ‘portiere di coppa’ quell’anno e, in silenzio, ho guadagnato il rispetto e il valore che meritavo, parando 8 rigori nel corso della cavalcata verso la finale, che poi vincemmo. L’esperienza a Latina mi ha fatto comprendere come la sola fusione tra le dimensioni del ‘matto’ e del ‘saggio’ formino il “portiere perfetto”, sanguigno, sì, ma appunto cum grano salis».
Come si traduce in campo questa sana follia e qual é il ‘pensiero felice’ che fa volare tra i pali Ioime come novello Pan? Raffaele risponde sicuro:
I legni della porta sono la mia casa, anzi, ne sono i pilastri: lì, ad ogni palo, avverto la presenza dei miei nonni che, come angeli custodi, mi sorreggono emotivamente e costantemente non solo durante i 90 minuti, ma in tutta la mia esistenza. Ora, però - confessa emozionato Raffaele -, un angelo su tutti troneggia sovrano sulla mie spalle, a custodirle: mia figlia. Ancora nel pancione della mamma, già mi fa sentire un padre follemente innamorato. La immagino già tra le mie braccia la mia piccolina, per la quale spero di essere e, soprattutto, diventare un supereroe, un po’ matto, certo, ma solo d’amore, per lei».
La maschera, il matto e il supereroe. La cabala lo conferma: Raffaele Ioime, Ioi-Man, è il ‘matto’ di cui Potenza aveva maledettamente bisogno.

A cura di Giovanni Caporale

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