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Un bresciano a Bergamo. Pinardi e quella corsa di Mazzone: “Ma sabato non andrò"

| Interviste | Autore: Riccardo Despali

La nostra intervista a Alex Pinardi, il bresciano cresciuto nell'Atalanta

Una corsa nella storia. La ricordano tutti, solo pochi l’hanno vissuta dal campo. Alex Pinardi è uno di quelli. “Ero sulla panchina dell’Atalanta. Stavamo vincendo 3-1 ma dall’altra parte c’era Roberto Baggio. Quando il Brescia segnò il gol del 3-3, Mazzone fece quella corsa sotto la curva agitando il pugno. A fine partita venne a chiedere scusa alla nostra panchina. Sembrava davvero pentito. Si è reso conto di aver esagerato. Le scuse le ho accettate. Era il 2001 e io ero solo un ragazzino”.

Un bresciano dal cuore bergamasco

Alex Pinardi, il bresciano che ha giocato 7 stagioni con la maglia dell’Atalanta. Senza contare gli anni nelle giovanili: “Da bresciano non ho mai avuto alcun tipo di problema a Bergamo. Di derby ne ho giocati tanti. Le tifoserie si sono sempre rispettate. Conosco bene entrambe”. Tra poche ore sarà di nuovo Brescia-Atalanta. Pinardi è categorico: “Il Brescia è all’ultima spiaggia. Se sbaglia anche questa gara sarà difficile riprendersi”. Accento marcato e risata facile, Alex ora ha chiuso la carriera da calciatore ed è diventato il vice di Stefano Preti nella Feralpisalò U17. Super interessato alla Serie C, con un occhio attento a ciò che lo circonda da sempre. Sarà al Rigamonti sabato? No, Alex ha altro da fare: “Non verrò a vedere il derby perché devo visionare dei ragazzi per la mia società. Non sarei comunque venuto allo stadio, non voglio che qualche stupido dalla tribuna mi indichi e mi denigri perché ho giocato nell’Atalanta. Meglio evitare”.

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La carriera di Alex

Centrocampista classe 1980 ambidestro, a Bergamo Alex è arrivato da ragazzino ed è andato via da uomo e capitano. Ricordi indelebili, legati a due persone in particolare: “Gianpaolo Bellini è come un fratello. Ci conosciamo da quando avevamo 8 anni. Abbiamo vinto tanto insieme, tra cui lo Scudetto Primavera e la Coppa Italia. È stato il mio testimone di nozze”. E poi Giovanni Vavassori, un secondo padre. Dopo anni di idillio qualcosa però si è rotto: “Ogni tanto non riuscivo a esprimermi al meglio; nell’ultimo periodo soprattutto. Alla città e alla società devo tanto, ma dopo anni e anni vedevo sempre le stesse facce e ho sentito la necessità di andarmene. Senza contare che la mia vita è cambiata quando a soli 21 anni ho avuto il mio primogenito”
Il Lecce di Zeman lo ha accolto come un figlio adottivo ed era abbastanza distante per non vedere la stessa gente: “Sono stati due anni fantastici. Ho giocato 60 partite da titolare. Poi però mio figlio ha avuto dei problemi. Non potevo più restare al sud”

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La famiglia al centro del mondo

Il ritorno al nord è coinciso con l’avventura a Modena, dove Alex ha ritrovato il sorriso lasciando un solco nel cuore dei tifosi: “Dopo 4 anni mi chiamavano ‘sindaco’. Mi fermavano per strada ogni minuto per salutarmi”. Una vera e propria star. Poi però sono arrivati altri problemi e il centrocampista ha dovuto fare  scelte sofferte: “Dopo Modena mi ha chiamato Cellino perché mi voleva fortemente a Cagliari. Ho giocato 6 mesi in Sardegna. Ero tornato in Serie A e vedevo il campo con continuità. Ma i miei bambini non si trovavano bene lì. Ho scelto di far felice la mia famiglia. Chiunque al mio posto l’avrebbe fatto. Sono passato al Novara, dove abbiamo conquistato la A nella finale playoff col Padova”
Oggi Cellino è presidente del Brescia, i suoi figli sono cresciuti e il triplice fischio è arrivato da un po’. Non rimpiange le decisioni prese. Family first. L’amore ha sempre giocato un ruolo decisivo. Alex guarda gli altri dalla panchina. Come quel giorno del 2001, quando vide Mazzone sfrecciargli davanti in un Brescia-Atalanta che sarà sempre il suo derby.

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