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Moratti: "Un sogno chiamato Inter. Questa è la mia storia"

| Interviste | Autore: Valentino Della Casa

La nostra intervista esclusiva all'ex presidente dell'Inter Massimo Moratti: "Da quando decisi di prenderla a quando lasciai. Mourinho, Ronaldo, il triplete, Pirlo... Messi". Moratti si racconta a trecentosessanta gradi

C’è un aggettivo che accompagna spesso la figura di Massimo Moratti: perbene. Una parola che diventa concreta quando il Presidente bussa alla porta dello studio in cui lo stiamo aspettando per l’intervista. È l’ufficio da cui dirige la Saras, da sempre l’azienda di famiglia. Un luogo che trasuda Inter, con gagliardetti, foto, addirittura piccoli oggetti che raffigurano un calciatore o lo stemma della società. Porta che si apre: “Piacere, Moratti”. La chiacchierata inizia. Durerà circa un’ora. Niente riprese, solo un registratore per parlare di una storia d’amore iniziata quasi settant’anni fa: “La prima volta che vidi l’Inter era il 6 novembre 1949. Avevo quattro anni: derby Inter-Milan. Finì 6-5: ci ero andato con mio padre e mio fratello, sarebbe diventata la nostra consuetudine. Vivevamo la settimana parlando dell’appuntamento della domenica, che era diventato fisso. Di quella gara ricordo la sofferenza e la gioia finale: ero molto piccolo, non ho immagini nitide”.

Vede” racconta Massimo Moratti in esclusiva a Gianlucadimarzio.com, “l’idea di diventare presidente dell’Inter nel ‘95 è arrivata proprio da quella sensazione: ti rendi conto che vendi emozioni alle persone. E le emozioni non hanno prezzo. Se mi fossi fermato a valutare sul piano imprenditoriale, che è sempre la cosa più intelligente da fare, avrei aperto un’azienda di calze: mi avrebbe reso di più. Ma con il calcio è diverso: sei il presidente, pensi sempre di fare la mossa giusta. Pensi di aver guadagnato tanto e che i soldi l’anno dopo saranno di più per poter investire: ritieni di fare più abbonamenti, di ottenere uno sponsor più importante, di crescere. Poi puntualmente tutto questo non si realizza ma non è importante: è un dovere nei confronti del pubblico e continui a farlo. C’è anche chi grazie a questo ruolo è diventato popolare e chi adesso fa calcoli più ragionati”. Lui no, lo faceva per passione.


“IBRA CANTANTE LIRICA, INCE, RECOBA, RONALDO E… CANTONA ”

Una passione folle, irrazionale. “Una delle più grandi spinte che mi hanno portato a fare questa enorme stupidaggine (ride, ndr) di entrare nell’Inter fu l’idea di poter trattare due giocatori: Cantona e Ince dal Manchester United. Il secondo è arrivato, con il primo siamo stati vicinissimi: era fantastico, concreto, aveva personalità. Penso che i risultati iniziali della squadra sarebbero stati diversi con lui”. E sì che in due anni era pure arrivata la Coppa Uefa, premio iniziale, stagione 1997/1998, effimera gioia prima di tanti inseguimenti.

Ma di questo si parlerà dopo. Perché il fiume delle emozioni è in piena e i ricordi sono tanti. Sentiti. Sinceri. Dai giocatori agli allenatori, Moratti ne ha conosciuti parecchi ma più che padre dell’Inter, lui era un tifoso. “Non avevo grandi frequentazioni con i giocatori” ammette, “c’erano quelli che mi appassionavano di più, a cui ero legato da un sentimento d’affetto. Magari non erano nemmeno i più forti ma li vivevo come un tifoso: soffri con loro, se sbagliano ci resti male. Proprio Ince era uno di questi: è stato solo due anni con noi ma ero affezionato a lui. Aveva un carattere speciale, era un combattente, coraggioso, persona buonissima. Poi Recoba, che ha avuto il sinistro più bello che io abbia mai visto: mai un gol banale. In generale, mi rendo conto che a volte si tende a confondere quello che era l’affetto con la stima per chi era decisivo: come posso non voler bene a Milito? Per me è stato un mito, ha realizzato qualcosa di incredibile: mi ha fatto vincere”. E Ibrahimovic: “Era speciale, strano, aveva questo atteggiamento da cantante lirica. Si presentava in modo particolare, faceva finta di disprezzare gli altri ma in fondo era un trascinatore. Era simpatico, con me si è sempre comportato molto bene”. Di Ibra ricorda quella rete, un tiro al volo a incrociare da destra verso sinistra, al Torino del gennaio 2007 che considera “una delle più belle nella mia storia di presidente”. Una delle tante, perché nell’Inter della sua gestione la lista di grandi attaccanti è molto ricca.

Ah, poi naturalmente c’era il Fenomeno. “Ronaldo fu l’acquisto che mi presentò al mondo del calcio. Lo facemmo a sorpresa, senza che gli altri se ne accorgessero. Anzi, da quel momento in avanti non ero più il nuovo che bussava alla porta di questo strano ambiente, ma uno da guardare con attenzione. Gli ho sempre voluto molto bene, lui ne ha voluto a me. La mia paura più grande erano i suoi infortuni: abbiamo sempre cercato di preservarlo, non sempre ci siamo riusciti. Purtroppo gli hanno sbagliato tutta la preparazione durante i Mondiali di Francia, con carichi di lavoro eccessive su quelle ginocchia in realtà robustissime. Ma in Coppa Uefa è stato incredibile ed è merito di Simoni. C’era chi diceva che il suo calcio fosse poco organizzato, non sono d’accordo: non era spettacolare ma cercava di sfruttare al massimo proprio Ronaldo. In fin dei conti Gigi, persona splendida, fu colui che riuscì a farlo giocare meglio di tutti”.

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“CUPER E RONALDO, MOURINHO E LA MIA CHIAMATA A MANCINI”

Non come Cuper: “Ronaldo con lui non riuscì mai ad avere un buon rapporto. Tutti gli altri giocatori però sì: è ricordato come un ottimo allenatore”. Uno che nell’Inter non è riuscito a vincere. “Come Lippi, preparatissimo ma non efficace da noi. La scelta dell’allenatore è sempre difficile: alla fine è il tuo dirigente di riferimento, a cui affidi la tua squadra. Sei sempre alla ricerca di un profilo che debba essere valido, che sappia gestire i giocatori importanti e creare un’armonia di gruppo. A posteriori ho notato una cosa: ho sempre alternato nelle mie scelte. Quando dovevo sostituire un allenatore giovane, poi ne cercavo uno anziano. Provi sempre ad aggiustare le cose rispetto al passato. E poi bisogna considerare questo: a volte l’allenatore lo scegli, altre volte devi essere bravo a cogliere l’occasione. Con Mourinho è stato così”.





Già, Mourinho. Gli occhi si illuminano quando parla del portoghese. Forse è per quel discorso di prima: ti affezioni a chi ti fa vincere. Forse è solo perché lo Special One ha sempre avuto un carattere tutto suo. “Gli avevo visto vincere la Champions con il Porto ma in realtà mi aveva impressionato in conferenza stampa più ancora che in partita. Era alla vigilia della semifinale di ritorno: aveva pareggiato 0-0 in casa contro il Deportivo, doveva vincere. Davanti ai giornalisti disse una cosa fantastica: che non pensava alla partita a La Coruna ma già alla finale. E non ce l’aveva per niente in tasca. Sentite quelle parole, mi sono detto: questo signore non può non passare dall’Inter”. Ecco l’occasione da non perdere. Quella invece costruita? “Mancini. Tra noi c’era un buon rapporto da anni. Anzi, al mio primo anno da presidente dell’Inter provai a portarlo in squadra da giocatore: era un grande campione. Quando allenava la Lazio ci sentimmo per gli auguri di Natale. Gli dissi: ‘comincia a prepararti, che magari salta fuori qualcosa’. Abbiamo trovato in breve l’accordo” che ha rilanciato l’Inter.

Silenzio, un sorriso. Pensare a quel percorso costruito con così grande fatica è una soddisfazione. I minuti passano. Siamo già al secondo tempo. Senza rimpianti, nemmeno per chi all’Inter sarebbe potuto venire e invece non è venuto. Cominciamo dagli allenatori: “Ne ho cambiati tanti (16, ndr), farne girare anche di più sarebbe stato pure difficile. Ma se devo dire un nome, penso ad Ancelotti: mi ha sempre incuriosito per i suoi modi di gestire le squadre. Ha dimostrato e sta dimostrando molto: ha personalità, è concreto e mai fanatico. Con me è sempre stato gentile, ma credo che in generale abbia molto séguito”. A lui attribuisce un grande merito: “Pirlo davanti alla difesa è stata una scelta coraggiosa che ha pagato anche dopo il Milan”. Poi, il retroscena: “Ho pensato a riprenderlo, quando avevo capito che non avrebbe rinnovato con Berlusconi. Sarebbe stata una scelta mia, la squadra stava comunque già acquisendo una sua fisionomia. Perché non è tornato? Perché ci ho pensato, appunto. Un giocatore così lo prendi subito o ti sfugge via”.



CALCIOMERCATO DA SPIAGGIA: L’ARRIVO DI FIGO E SNEJIDER

Per questo trattare con Moratti “è sempre stato facile. Ci voleva poco a trovare un accordo con me. Mi ricordo come presi Figo. Era venuto a trovarmi al mare, stavamo parlando al bar, su uno di quei tavolini di ferro che si mettono sempre fuori. Gli dico: ‘Vuoi venire?’. Lui: ‘Sì’. Allora prendo uno di quei fogli che si mettono sotto i pasticcini, scrivo la cifra, firmo e faccio firmare a lui, che si piega il biglietto e lo mette in tasca. ‘Vai da Ghelfi, il mio uomo di fiducia, digli che quella è la cifra e che devi firmare’. Detto, fatto”. Sembra un luogo comune ma il calciomercato si fa in spiaggia. “Anche con Snejider abbiamo fatto così. Ero al mare con mio figlio che mi voleva presentare un suo amico gestore di un bar sulla spiaggia, a suo dire tifosissimo dell’Inter. Era vero. Mi disse: ‘Presidente, le manca un solo giocatore per rendere questa squadra imbattibile. È Snejider. L’ho seguito per tutto l’anno, darebbe quella velocità che ci potrebbe far vincere la Champions’. Sembrava il più grande esperto di calcio, non potevo non ascoltarlo. Ho chiamato Branca e gli ho detto: ‘Stiamogli dietro’”. Pare un regalo al tifoso di quel ristorante. Lo era. Ma capisci subito, e di nuovo, che la prima persona a cui Moratti ha regalato Snejider è stato lui stesso.

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“CRITICHE SEMPRE ACCETTATE. IL MIO ADDIO? GIUSTO COSI’”

Con lui, le chiacchiere di calciomercato potevi farle davvero. Così come anche le critiche. “Dal momento che mi piaceva il mio ruolo, non le ho mai patite più di tanto. Leggerle mi dava fastidio, come penso a tutti. Ma è giusto che il tifoso critichi. È sacrosanto e lo sottolineo. Spesso dà spunti di riflessione importanti: l’ho sempre interpretata così. Mi permetteva di ragionare”. Ed è anche per questo che ancora adesso il rapporto con l’ambiente è rimasto “bellissimo”. Ma non ha mai pensato di rientrare? “No” lo dice a chiare lettere. Forse, per proteggere la sua scelta. “Quando decidi di metterti da parte, lo fai con ponderazione: capisci che hai fatto il tuo tempo e che la tua vita da presidente ti ha dato tantissimo. Restare per forza sulla poltrona allora fa sì che davvero le critiche abbiano ragione, perché vorrebbe dire che ti ritieni un intoccabile. È giusto lasciare spazio a chi ha idee diverse e vuole provarci. Thohir è una persona perbene, ha fatto quello che doveva e si è dimostrato capace di trovare una società valida a cui vendere. Zhang è giovanissimo, ha grandi doti imprenditoriali e dimostra buon senso: non è prepotente, ha fiducia nei suoi collaboratori ma poi li valuta. Credo molto nel suo lavoro, non vuole fare la figura del Pierino”.






Parola tipicamente milanese. Che potrebbe usare Berlusconi. Lui nel calcio ci è tornato, “ma penso lo abbia fatto come divertissement, per avere un’emozione domenicale e per fare un piacere a Galliani. Non credo che il Monza possa avvicinarsi al Milan o all’Inter: c’è meno massa intorno alla squadra, meno fatica”. Contro di lui ha combattuto in campo tante battaglie. Una rivalità che ricorda quelle tra i compagni di scuola. “Alla fine tutti i presidenti sono così” commenta. “Se andrei a cena con uno di loro, adesso? Quando esci dal giro, ti chiami fuori. Conosco bene qualcuno: Cairo è giovane e intraprendente. Poi ho un buon rapporto con l’attuale dirigenza del Milan e anche con De Laurentiis, che a volte ha detto qualche battuta poco carina nei miei confronti ma gli è concessa. È proprio come una classe: qualcuno può sembrare antipatico, qualcuno simpatico, ma se li conosci bene vai oltre alle prime impressioni. Parliamo di persone bravissime sul lavoro, mentre il calcio è una palestra di pazzia: ci si lancia in esternazioni che sul piano lavorativo non esisterebbero”.

IL 5 MAGGIO, CALCIOPOLI, LA COPPA UEFA E IL TRIPLETE: 18 ANNI DI MORATTI. E MESSI...

Sorride, perché tutto questo l’ha vissuto in prima persona. Sulla sua pelle. Per 18 anni. “Se devo pensare alla delusione più grossa, quella vera, penso al 5 maggio. Non si può dare la colpa a Gresko: era un terzino in mezzo a tanti campioni. Ero talmente svuotato dal pareggio del primo tempo che nemmeno andai negli spogliatoi. I giocatori erano convinti, per calcoli assurdi, che tanto la Lazio si sarebbe arresa per non fare un piacere alla Roma. Tutte stupidaggini e spero siano state solo quelle” è il suo unico accenno a Calciopoli, una parentesi dolorosa. “Mi ha fatto anche male uscire il primo anno in Coppa Uefa contro il Lugano: ho toccato per la prima volta la realtà del fallimento di un obiettivo, ti fa capire che non tutte le cose sono positive”.

Di certo non come “il Triplete ma anche l’anno della vittoria della Coppa Uefa. È stato un romanzo bellissimo, anche se culminato in campionato con quella tragedia calcistica di Torino (la vittoria per 1-0 della Juve con Del Piero che regalò lo Scudetto ai bianconeri con tante polemiche per alcune decisioni arbitrali, ndr). La squadra era simpatica e i giocatori avrebbero meritato di vincere molto: quella storia di campionato aveva dato un carattere fortissimo a tutti noi. E poi per me erano emozioni nuove: impari molto, non sai se le cose ti serviranno davvero perché il calcio non è mai uguale. Ma accumuli comunque esperienze”.







Con la speranza di rendere orgogliosi tutti. A proposito di orgoglio: sulla sua scrivania si trova un libro dell’Inter Campus (“un progetto che segue mia figlia Carlotta, è una realtà consolidata in tutto il mondo e permette a bambini e bambine anche meno fortunati di crescere con un’educazione di base, partendo dai valori dello sport”), oltre a una foto di lui con suo padre e suo fratello. Quelli che lo spinsero a tifare Inter dall’età di quattro anni. Quelli che forse lo avrebbero spinto a rispondere all’acquisto di Ronaldo (Cristiano) della Juventus. “Non potrei dirlo perché sarebbe antipatico nei confronti di chi c’è ora ma… sì, credo che l’Inter avrebbe dato un segnale. Penso che tutti avremmo avuto l’idea che qualcosa da fare ci fosse, anche perché Ronaldo l’aveva preso proprio la Juve. Non so chi ci fosse in giro, ma almeno un tentativo per Messi l’avremmo fatto: sarebbe stata la rovina economica totale dell’Inter ma non si sa mai… Tra l’altro, loro hanno fatto un’ottima operazione: nessuno se lo aspettava, nessuno nemmeno ne sentiva l’esigenza. Andarlo a prendere è stato un gran bel regalo per i tifosi, proprio come il nostro Ronaldo, ai tempi”.






Eccolo, il tifoso. Che nell’elegante ufficio della Saras, oltre alla scrivania, espone gagliardetti, libri, regali che chi ama l’Inter continua a fargli. “Devo ridistribuirli, sono tantissimi. La vede quell’aquila d’oro? Mi è stata regalata da un nostro fan arabo: è incredibile pensare che anche dall’altra parte del mondo ci sia chi pensa all’Inter”. Di nuovo un sorriso. Garbato. Consapevole dello splendido percorso che, passo dopo passo, si è costruito. Quando era piccolo, Moratti si divertiva a creare le squadre formate dai suoi compagni più che a giocare a pallone. Era Presidente già allora.

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