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"Italia e Olanda, ecco il mio mix". Santoni e l'Almere City, che sfida

| Storie | Autore: Francesco Gottardi

Una città nata dal nulla trent'anni fa, fino a ieri una squadra di dilettanti, oggi un sogno chiamato Eredivisie: Michele Santoni, alla prima esperienza da allenatore, racconta l'Almere City degli italiani

Incontriamo Michele Santoni al caffè dell’Almere City, solo un vetro ci separa dalla curva dello stadio. Ore 13, ma in Olanda hanno già finito di pranzare. Un altro mondo, ‘giù al nord’, che il giovane allenatore scuola Ajax, Lazio e Cagliari ci racconta in esclusiva per Gianlucadimarzio.com.

38 anni, biondo, occhi azzurri: Santoni è nato ad Arco (TN) ma ha i Paesi Bassi nel cuore e nel sangue. “Quando nel 2008 sono venuto qua già capivo qualcosina, mia mamma è olandese. Ma ho comunque fatto subito un corso linguistico intensivo per poter essere efficiente nel comunicare. All’Almere c’è un progetto ben definito e credono molto nel lavoro a lungo termine, che per un allenatore è fondamentale”.

Per Santoni, si tratta della prima esperienza sulla panchina di una prima squadra: “Sicuramente uno dei miei obiettivi era tornare in Olanda, ma bisogna anche essere realistici: in Italia avrei dovuto cominciare dalla Lega Pro, una categoria che non può garantire la stabilità dell’Almere e la cultura del lavoro che c’è qui”.

Ma perché proprio ad Almere? Trent’anni fa, dove siamo seduti noi adesso, qui c’era il mare. Almere, prima dell’Almere City, è la città più giovane d’Olanda. Sorge in una regione nata da una bonifica e in trent’anni siamo passati da zero a duecentoventimila abitanti. C’è stato bisogno di tempo, perché in origine la gente si era tutta trasferita da Amsterdam e tifava Ajax. La prima generazione di tifosi dell’Almere comincia ad arrivare adesso, con un forte legame con la città”.

“Ora però l’Almere City è in ascesa, tutti i numeri lo confermano: nel giro di pochi anni siamo passati da 300 a 1500 abbonati, abbiamo anche qualche centinaio di fedelissimi che ci seguono anche fuori casa”. Facendo di necessità virtù, alla maniera olandese, ci racconta Santoni: “In occasione di una trasferta a Volendam (a 10 chilometri di Mare del Nord, ndr) sono venuti a vederci 400 tifosi in barca, un vero arrembaggio”.

Impensabile, per una squadra che fino a 13 anni fa giocava tra i dilettanti. I meriti della società sono tanti e l’Almere City non vuole fermarsi qui. “A maggio lo stadio verrà ampliato fino a 5000 persone, possiamo contare su tantissimi sponsor, infrastrutture all’avanguardia: nella Serie B italiana, chi ce li ha dieci campi di allenamento?". Provate a contare i fari nella foto sottottostante: una vera cittadella dello sport. "Sulla base di questi numeri si è creato il progetto calcistico che deve crescere assieme alla città: la società si è prefissata di raggiungere l’Eredivisie entro tre anni, noi vogliamo riuscirci subito.


'Jong, eigenwijs, ambitieus': giovani, testardi, ambiziosi, recita lo slogan dell'Almere. Michele Santoni lo fa suo, aggiungendovi una preparazione unica: “Il calcio italiano e quello olandese sono culture che quasi si scontrano, in teoria. Però se riesci a prendere i lati positivi di entrambe ottieni un ottimo mix. Alla Roma ne avevo parlato con Vallone, Monchi e Balzaretti: mentre in Italia chi esce dalla Primavera si ritrova spesso in un limbo, senza possibilità di giocare, qui in Olanda invece la precedenza viene quasi sempre data al giovane. Non c’è l’affanno del risultato, la mentalità è quella di far crescere i ragazzi. Basta vedere i grandi club: il capitano dell’Ajax (de Ligt, ndr) è del ’99”.

Così ho convinto la Roma a portare alcuni giocatori qui e a farli crescere in questo ambiente. E certamente Seck e Soleri (clicca qui per l'intervista) hanno delle caratteristiche che a me risultavano utili. Moustapha lo conosco ancora dai tempi della Lazio e sapevo che in Italia lo valutavano soprattutto sull’aspetto difensivo, quando le sue doti migliori sono tutt’altre e, al contrario, vengono esaltate dal campionato olandese. Edoardo invece ha grandissime qualità in area: qui le punte sono più giocatori di appoggio e da manovra, quindi un attaccante come lui ci serviva”.

E adesso, l’Almere degli italiani è a quattro punti dal primo posto, tra le sorprese della Eerste Divisie. “Siamo partiti fortissimo, ora stiamo vivendo una flessione fisiologica. Ci sta di pagare qualcosa in termini di inesperienza proprio perché siamo una squadra giovane. Abbiamo anche cambiato tante cose dal punto di vista tattico: l’anno scorso l’Almere aveva subito 78 gol, io l’ho portato a difendere a zona come in Italia. E devo dire che i ragazzi la stanno metabolizzando bene. In campo siamo diventati equilibrati, che per l’Olanda è una novità: qui le squadre, se fisicamente riescono a sovrastare l’avversario, diventano delle macchine. Ma in caso contrario si prendono grosse imbarcate: noi abbiamo risolto questa instabilità iniziando a difendere per reparto, all’italiana”.

Dunque il calcio di Santoni resta pur sempre made in Italy? “Difensivamente, in fase di non possesso e come organizzazione sul campo sì. Ma non mi considero un allenatore soltanto italiano. Cerco di creare giocatori intelligenti, capaci di adattarsi a modi di giocare diversi. E diverse sono le filosofie calcistiche che seguo, da quella olandese a quella tedesca. Martin Jol, Allegri attraverso Dolcetti e Tuchel i più grandi punti di riferimento. Provo un po’ a far mio ciò che mi piace di loro, e così sono Michele Santoni”.

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Cittadino del mondo, ma eterno innamorato del paese dei tulipani. “Il clima può pesare, se si proviene dal sud Italia. Ma io non ne risento e sono di parte. Poi qui le distanze sono azzerate: ci mettevo di più dalla Pinetina a Milano che da Almere ad Amsterdam. La capitale per me è casa, la città più bella del mondo. Supertecnologica e organizzata da un lato, liberale e creativa dall’altro. Consiglio a tutti i giovani di venire qua. Portate quel che c’è di buono nel vostro calcio e imparate a stare al gioco di quello olandese: tanto lavoro, niente primedonne, saper accettare le critiche. Capito questo, qui si trova un mondo che può far crescere in fretta”.

Ma allora perché il movimento calcistico sta soffrendo una crisi senza precedenti? “Qui il calcio funziona benissimo, anche troppo. La federazione olandese ha un livello formativo altissimo, ma molto monotematico. Gli allenatori che ne escono sono dei cloni, che difficilmente propongono un’idea di gioco originale. Eccezion fatta per i grandi, ormai sempre di meno: basta vedere i risultati degli allenatori olandesi all’estero".

“Poi è anche una questione di numeri: l’Olanda rimane un paese di 15 milioni di abitanti. E si guarda al gioco molto più che al singolo calciatore, quindi girano meno soldi anche dal punto di vista dei diritti tv. È tutto un po’ ridimensionato, ma anche gli investimenti vengono fatti diversamente”.

Una cultura calcistica lontanissima dall’Italia: “Lo stadio viene visto come il luogo di un evento, non come una partita di calcio. L’obiettivo societario dell’Almere non è fare concorrenza all’Ajax, ma al cinema e al teatro di Almere. Si tratta di offrire un servizio di svago alternativo, portando il cittadino a scegliere così il calcio. È un altro mondo”.

Quale preferisce Santoni, non serve nemmeno chiederlo. “Il primo anno che sono venuto a vivere qui nel 2008, tutti mi dicevano -Oh vieni con me che ho gli amici italiani!-, e io: “Scherzi, sono andato via per non vederli!”. Mi iniziavano a parlare in inglese, ma intervenivo subito: -Olandese prego, così imparo-.

Ha imparato sì, negli ultimi dieci anni. Dalla lingua alla mentalità, per arrivare al calcio. E mostrare a tutti che lui e l’Almere City sono davvero i nuovi che avanzano del pallone. Giovani, testardi, ambiziosi.

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