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José Antonio Reyes: l'ultimo viaggio della Perla di Utrera

| Storie | Autore: Simone Gamberini

“Qual è il calciatore più forte del Siviglia?” – “Reyes”. Ogni volta la stessa risposta: secca, senza nessuna esitazione. Eppure di campioni in quegli anni al Pizjuán ne passavano: ad esempio ci sono stati Dani Alves e Rakitic, giusto per citare i migliori. Nulla da fare, per i tifosi l’idolo massimo era sempre José Antonio Reyes.

Lo chiamavano La Perla di Utrera, in nome del suo paesino natale in Andalusia, lo stesso che lo ha portato via in questo tristissimo giorno di cronaca calcistica. Si è legato alla sua terra tornando più volte e accettando anche l’eventualità di ridimensionarsi in categorie minori piuttosto di passare di nuovo dove era nato. Già, i ritorni, un tema ricorrente per un calciatore che ha fatto del viaggio la sua cultura ma sempre con la necessità di ripassare ogni volta per casa propria.

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Ha esordito con il Siviglia a soli 16 anni e un mese diventando il più giovane di sempre a fare il proprio debutto con la maglia della sua squadra del cuore. Il teatro era la Romareda di Saragozza, lo stesso che vide debuttare Raúl, di cui sarebbe dovuto essere l’erede.
Carriere diverse col senno di poi, ma con tanto in comune: in particolare la capacità di arrivare al cuore dei tifosi, oltre che quell’esperienza da compagni di squadra al Real Madrid. Ma prima di vestirsi di Blanco ha avuto anche la fortuna di vincere una Premier League con l’Arsenal, diventando il primo spagnolo di sempre nel 2004 a consacrarsi Campione d’Inghilterra.

Poi il Bernabéu: un anno solo, segnò pochi gol ma fece quelli giusti. Indimenticabile la doppietta nell’ultima giornata della Liga più pazza di sempre, quella del Tamudazo che fece perdere il campionato al Barcellona, quella della rimonta merengue contro il Mallorca firmata  proprio da Raúl e Reyes che diede il titolo a Capello.

Gol e successi, temi ricorrenti anche nelle fasi successive della sua carriera, in particolare nell’Europa League, il trofeo a cui si associa più facilmente questo calciatore. L’ha vinto quattro volte tra Atlético Madrid e Siviglia: solo Beto, Gameiro e Vitolo sono riusciti a fare altrettanto, nessuno ha fatto meglio.

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Tecnica sublime, un tocco di palla di quelli che fanno innamorare il pubblico spagnolo. Gli è mancato un cambio di passo per poter fare la differenza anche a livelli più alti ma questo non ha mai cambiato l’amore che tutti i tifosi hanno avuto per lui. Ha vestito anche le maglie di Benfica, Espanyol, persino dello Xinjiang in Cina, prima di tornare per l’ennesima volta e accettare le offerte del Córdoba e dell’Ud Extremadura.

Ma proprio questa squadra, la stessa che lanciò Rafa Benítez come allenatore, è stata l’ultima della sua carriera. Ha già raggiunto la salvezza aritmetica in Segunda ma mancano ancora due giornate di calendario: la prossima era in programma a Cadice, proprio nella sua Andalusia, il miglior pretesto per passare di nuovo a casa. E lì, proprio nel suo paesino, ha concluso la propria vita, lasciando che la Perla brillasse, ma stavolta nel cielo di Utrera.

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