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Atalanta, una lezione di calcio. E di vita

| Storie | Autore: Claudio Giambene

Quattro boati per 40mila bergamaschi. Il coraggio di essere più forti della paura di diventare grandi. La voglia di essere dannatamente Atalanta anche oltre la razionalità. La sana follia di un allenatore che per “difendere il risultato” inserisce Zapata togliendo Caldara. Sul 4-1. Perché le strade per un capolavoro a volte sono illogiche solo per chi non le vive. Perché tutti all’esame di maturità hanno sempre sognato di presentarsi in maglietta. E sì, sperare anche nella fortuna di trovare la commissione giusta e le domande migliori. 

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Presentarsi vestiti come ogni giorno e rispondere. Spiegare come si è arrivati fin lì.
In fondo bastano dieci secondi per raccontare il lavoro di anni. Candidato Hans Hateboer, signor nessuno prima di arrivare a Bergamo nel gennaio del 2017. Un ragazzo olandese del ’94 con un passato da difensore centrale, tante gambe e un grosso punto interrogativo sulla testa. La sua prova d’esame, mille giorni dopo il suo arrivo alla scuola Gasperini, si svolge al 15’: anticipo a metà campo rabbioso, scatto per rialzarsi e puntare dritto l’area. Appuntamento con il cross del Papu, testa, gioia. La prima della stagione per lui. In mezzo all’area c’era anche Palomino, difensore centrale. E no, non era un calcio d’angolo. È l’Atalanta, signori.

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Apre e chiude Hans, perché nel secondo tempo la sua corsa gloriosa verso la porta di Domenech significa poker. Un gol di Cheryshev darà un senso al viaggio per Valencia, ma quello è un dettaglio. 

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Gliene diamo 3”, diceva il signor Gianfranco fuori dallo stadio. Sognava una notte così. Ha chiuso il suo negozio di ferramenta ed è corso a San Siro. Lui, insieme a suo figlio, che oggi ha 6 anni ed è avvolto di nerazzurro. Come quando è nato, come succede per tutti i bambini nati a Bergamo dal 2010. 

Quasi 40 mila neonati vestiti dal primo sospiro con la maglia dell’Atalanta. 40 mila, come quelli che oggi hanno fatto 60 chilometri da raccontare per sempre.
Potranno dire di aver visto un olandese volare e segnare i suoi primi gol della stagione. Potranno dire di avere rivisto Caravaggio nelle giocate di Josip Ilicic. Un campionario di tacchi, sponde, palloni filtranti tutti mancini fino al gol con una bomba da fuori area. Di destro, perché questa è la serata in cui va tutto bene. Lo si capisce sul palo di Ferran Torres e sul miracolo di Gollini a inizio secondo tempo su tiro da 5 metri di Maxi Gomez.

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Non sarà lui il Gomez felice di questa sera. Quello che esce preso per mano da un’ovazione della sua gente ha la maglia numero 10. Un bambino, alto come lui, urla il suo nome. Il padre gli tiene la mano e lo abbraccia. Questa è la notte che si racconteranno quando saranno grandi e in fondo stasera grandi lo diventano tutti insieme. Anche grazie a una prodezza a giro di Remo Freuler. Un’imitazione del Papu, dopo una partita passata a schermare Dani Parejo insieme a De Roon.

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Artisti e manovali, che a volte si scambiano ruolo. Una festa e una lacrima per chi questo percorso lo aveva solo sognato. Una lezione per chi pensa di non essere in grado di andare oltre i propri limiti. Di superare le paure dell’ultimo quarto d’ora, quando il Valencia ci prova in tutti i modi a rendere il ritorno al Mestalla meno in salita.
Resiste l’Atalanta, resiste e alla fine balla sotto una curva in gita a Milano. Domani Bergamo torna a lavorare, i negozi riaprono, i bambini andranno a scuola. E nascerà qualcuno in città. Avrà una maglia nerazzurra nella culla e un quarto di finale di Champions a un passo. 
Suo padre un giorno gli dirà che è nato quando la loro Atalanta ha buttato definitivamente la maschera. Gli dirà di essere coraggioso e buttarsi in mezzo all’area. Prima o poi arriverà un cross. Forse non avrà 40mila persone a gridare con lui, ma quel coraggio lo renderà vincente. Come uno della Dea.

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