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Vincenti, felici, uniti: Band of Brothers, è la Lazio di Inzaghi

| Rubriche | Autore: Francesco Pietrella

Citare Shakespeare per parlare di Lazio. Enrico V, Atto IV, scena III: “Noi felici, noi pochi, noi banda di fratelli. Perché da oggi chi verserà il suo sangue con me, quello è mio fratello”.

Scomodare una serie tv per parlare di Inzaghi, perché i suoi ragazzi ricordano Band of Brothers di Steven Spielberg e Tom Hanks. Fratelli in armi, un’altra trama, concetti simili. Punto primo: unione. Dici Lazio e pensi al gruppo, ai senatori, a chi non se ne andrà mai, a Senad Lulic che alza un’altra Coppa: “Non mi importa chi segna, posso anche non farlo. L’importante è vincerla”. Band of Brothers, l’abbiamo detto, capito no?

Punto secondo: cartoline. Dici Lazio e pensi a due finali giocate in tre anni, una Supercoppa e due Coppe Italia, a una Champions sfumata in 5’. Inferno e Paradiso, schiaffi e carezze. Il primo sogno infranto sullo scoglio Juve e il secondo realizzato grazie a uno della ‘banda’, Milinkovic-Savic, colpo di testa da gigante.

Dietro quel pallone c’è il peso di una stagione sottotono, dietro l’esultanza una liberazione, sotto la curva dei tifosi. Sergej c’è. Anche a mezzo servizio, anche col peso di un futuro incerto. Sergej c’è, risponde presente e brucia Gollini, scacciando i fantasmi di una gara nervosa. 2-0, Correa chiude la sfida e la panchina lo abbraccia. Ha vinto la Lazio. 

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Punto terzo: Simone Inzaghi. Che poi è il più importante, il capitano che porta fuori la nave della onde. Ruota tutto intorno a lui, e nel giorno in cui Marcelo Bielsa perde i playoff col Leeds per andare in Premier League lui vince il quinto trofeo da allenatore (3 con la Primavera e 2 con la Lazio dei grandi).

Magari non lo sa, forse lo vedrà tra un po’ quando torna a casa, con calma, ma se il ‘Loco’ non fosse stato tale ‘Inzaghino’ sarebbe andato a Salerno, e magari avrebbe ancora quella nomea. Il ‘fratello di’ che vive di ruce riflessa, senza brillare mai. Oggi non più. Consacrato, cercato, corteggiato.

Inzaghi è il maggiore Winters, quello che a fine serie chiama i suoi ragazzi e annuncia loro la fine della guerra. Forse li rincontrerà tra vent’anni e parlerà di questa Lazio, come la Compagnia Easy in un campo da baseball, del gruppo che è stato e di quello che sarà, perché il ciclo non è finito. Di come Luis Alberto abbia trovato la forza interiore diventando Mago, dopo aver pensato di smettere. Di Immobile che segna 41 gol in una stagione, di Milinkovic diventato uomo copertina. 

La Lazio ha ancora qualcosa da dire, una Champions da conquistare e una Supercoppa da giocare. Con questi fratelli. Pochi, felici, vincenti. Certezza di Inzaghi, parola di Shakespeare. 

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