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Berni, vita da attore (non) protagonista: "Ma è stata un successo"

| Interviste | Autore: Simone Golia

Tommaso Berni gira per Ibiza. La conosce benissimo, ci va dal 2002. La moglie Luna vive lì, anche se si sono conosciuti a Milano. Poi il matrimonio in Africa e l’arrivo della piccola Deva: “E’ nata il 3 marzo, pochi giorni prima che il coronavirus chiudesse l’Italia”, ci racconta. Il parto a casa, in acqua: “Ho vissuto tutte le 18 ore di travaglio, è stata un’esperienza unica”. Ora se la coccola, tutto il giorno: “Ma un occhio al cellulare lo butto sempre”, sorride. E’ senza squadra, non gli accadeva da tempo. L’Inter non gli ha rinnovato il contratto: “Era nell’aria – ammette – sapevamo che sarebbe tornato Radu e con il club ne avevo già parlato. Ho vissuto un sogno, mai da bambino lo avrei immaginato. Ho condiviso lo spogliatoio con grandi campioni e non smetterò mai di ringraziate Zhang, Marotta e Piero (Ausilio ndr)”. Tempo di una nuova sfida dunque: “Ma serve qualcuno che mi voglia!”, ride. Già, perché Tommaso nei sei anni all’Inter non ha mai giocato. L’ultima partita risale al 28 ottobre 2012, quando difendeva la porta della Sampdoria. Vita da terzo portiere: “So che non sarà facile trovare una squadra – ammette – ma non ho la presunzione di diventare di colpo protagonista. So quale è stato il mio ruolo negli ultimi anni e credo che rimarrà quello”. Ha 37 anni, guai però a parlare di ritiro: “Non ci ho proprio pensato, sto meglio adesso di quando ne avevo 20!”. Altro che arrugginito. 

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“Cavolo, facevo quello che avevo sempre sognato!”

Un sogno l’Inter, anche se non ha mai giocato: “E a memoria non ci sono neanche mai andato vicino”. A chi gli chiedeva: “Come fai ad essere contento?”, la risposta usciva immediata: “Cavolo, faccio la cosa che mi è sempre piaciuta fin da bambino! Mi godevo tutto come un ragazzino”. Il terzo portiere è fatto così: “L’ego è una brutta bestia. C’è un obiettivo superiore, cioè che la squadra vinca - spiega Tommaso – poi c'è la passione, per il ruolo e nell’aiutare i compagni in difficoltà. Io arrivavo al campo con il sorriso. L’Inter per me era un sogno e cercavo di trasmettere questa gioia”. Non ingannino, però, i numeri. Altro che vita da nababbo: “La voglia di giocare ce l’ho sempre avuta. Ogni martedì arrivavo al campo con l’obiettivo di allenarmi al massimo per giocare la domenica. Anche a 10 anni ero l’ultimo ad andarmene per la disperazione di mia madre”. La fama non gli è mai interessata: “A volte non mi riconoscono neanche, questa è la fortuna di non essere tanto famoso”, scherza. I social li evita: “Li uso solo per ricordarmi i compleanni dei compagni (ride ndr). Avrò al massimo 4 foto di me in campo, per me la vita non è solo calcio”. Un paio di giorni fa gli è arrivato un messaggio su Instagram da parte di un tifoso dell’Inter, che ne ha commentato l’addio: “Speravo de morì prima!”. Quante risate: “Ok scriverlo per Totti, ma per me mi pare un po’ esagerato”, scherza. 

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“Le espulsioni, vi racconto tutto”

La gente lo ha ricoperto d’affetto: “Forse anche perché è uscita un po’ troppo forte la mia indole ultrà”, ride. Già, Tommaso ha un record particolare: “Che in pochi potranno battere!”, ci tiene a precisare. In sei anni non ha mai giocato, ma è riuscito comunque a rimediare due espulsioni. Con il Cagliari a gennaio e con il Parma a giugno: “Quando giochi, resti concentrato e non noti nulla – spiega – da fuori, invece, vedi tutto. Accumuli adrenalina che però non puoi scaricare e quando ti ritrovi l’arbitro lì…”. Così si è visto sventolare davanti agli occhi due cartellini rossi: “La prima volta sbagliai e chiesi scusa a tutta la terna. La seconda, però, fu eccessiva. Non feci niente di offensivo, ma con lo stadio vuoto si sentiva tutto. Dissi solo un porca t***”.

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Peccato che il regolamento interno preveda che, in caso di espulsioni per motivi comportamentali, il giocatore in questione paghi pegno con un regalo alla squadra: “Per questo, dopo la partita con il Parma, andai nello spogliatoio dell’arbitro con fare minaccioso (ride ndr). Gli dissi: ‘Ora mi offri da bere. E fidati che, quando bevo, bevo tanto!’ Scoppiarono tutti a ridere. Ai compagni poi regalai un paio di AirPods”. Lautaro, quando toccò a lui, fece arrivare ad Appiano un pullman pieno di televisori: “Ma io l’ho dato via – svela Tommaso – a casa non lo usiamo mai. E poi era troppo grande!”. Li vorrebbe salutare per un’ultima volta i suoi vecchi compagni, dopo la finale di Europa League non c’è stato modo: “Ma tanto ho ancora tutta la mia roba ad Appiano, quindi ho la scusa per tornarci. Mi piacerebbe organizzare una cena, offro io!”. 

“Rimpianti? No, è stato un successo”

Tommaso è felice, come quando a nove anni correva sulla fascia. Faceva l’ala: “Poi ero l’unico a non avere paura di tuffarmi sulla terra o sul cemento e allora finii in porta, anche per imitare mio fratello”. Stesso ruolo, le giovanili della Fiorentina in comune: “Ma anche lì giocavo poco – sorride – eravamo in tre e l’allenatore ci faceva fare un tempo a testa, perciò uno a girare restava fuori”. Quindi la scelta di cambiare e trasferirsi allo Sporting Arno, importante società di Firenze: “Iniziai a fare provini su provini e arrivò l’Inter. Che emozione, dopo gli allenamenti sfidavo il gelo e mi mettevo a guardare i vari Ronaldo, Vieri e Recoba da dietro i cartelloni pubblicitari. Rischiavo di tornare a casa con 40 di febbre, ma non mi importava”. Tommaso ha vestito anche l’azzurro, dall’U15 all’U21. Durante un torneo a Bari lo nota il Wimbledon:Accettai subito, dopo un paio di giorni ero in Inghilterra”. Giocherà qualche match di FA Cup, in compenso si godrà del bel tennis: “Però mai le partite più importanti, il biglietto costava troppo. In Italia c’era ancora la lira e il cambio con la sterlina era massacrante”.

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Nel 2014, infine, la nuova chiamata dell’Inter: “Ero al Torino, dove non mi avevano mai dato una possibilità. Chiesi al mio procuratore (Davide Lippi ndr) di poter andare a giocare altrove. Un giorno mi chiama e mi dice dell’Inter: ‘Dai ,non mi prendere in giro, trovami qualcosa. Va bene anche in B’, gli rispondo".

"Ok, mi fa. Probabilmente non ci credeva nemmeno lui. Poi mi chiamò ancora e mi disse che mi volevano davvero”. Berni ha 37 anni ed è stato titolare solo due volte, con Ternana e Salernitana. Quanti rigori parati: “Quando ero al Braga, in un triangolare pre campionato a Bergamo, ne parai tre. Jardim mi disse: ‘Dai, si inizia bene quest’anno!’”. Chissà, probabilmente qualche trucchetto ad Handanovic lo avrà insegnato: “Non scherziamo, Samir para davvero. Io ho sempre fatto un po’ finta!”, ride. Tornando indietro vorrebbe fare un altro tipo di carriera? Niente affatto: “Comunque vada sarà un successo, è sempre stato il mio motto. Dispiace lasciare l'Inter, anche perché sono convinto che presto alzerà trofei importanti. Mi mancherà la panchina di San Siro. E io mancherò a lei. Non ci sarà più un matto che esulta ad ogni gol o che si faccia buttare fuori”. 

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