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'Piacere, Ciro'... No, Giuseppe Panico: "Mi dicono che sono il sosia di Immobile. Sezze, il Genoa e la mia famiglia adottiva, vi racconto..."

| Interviste | Autore: Lorenzo Buconi

‘Niente paura, ci pensa la vita mi han detto così..’. Un inno alla speranza, al non mollare mai sulle note del celebre brano di Ligabue perché lui, Giuseppe Panico di paura non ne ha mai avuta. Nonostante tutto. Un’infanzia difficile, mille pensieri per la testa e quel cuore che ben presto “è dovuto diventare di ferro”. E’ cresciuto in fretta, per necessità, perché glielo ha imposto la vita, appunto. Ma non si è mai tirato indietro, centimetro dopo centimetro. E quando lotti poi qualcosa in ogni caso la ottieni: ieri il primo gol tra i professionisti nella sfida di Coppa Italia tra il ‘suo’ Cesena e l’Empoli. “E’ per tutta la gente che mi vuole bene. Per tutti quelli che conoscono la mia storia e sono stati sempre con me. La mia famiglia adottiva, gli amici. Mio fratello Felice, le mie sorelle Ilaria e Federica. Poi i miei fratelli adottivi Stefano e Alessandro. Per tutti loro e per il calcio che mi ha dato e mi sta dando tanto. Per me non è uno sport o un lavoro, è semplicemente una parte imprescindibile della mia vita. Quando sono in campo è come se mi liberassi di tutti i pensieri che ho, riesco a rilassarmi e divertirmi”.

Una passione che va oltre ogni cosa, una luce tenue ma colma di speranza. Una sorta di fratello acquisito che c’è sempre stato e ci sarà sempre. Classe ’97 Panico, nato a Ottaviano ma cresciuto a Sezze, in provincia di Latina, dove una famiglia lo ha adottato. “Loro mi hanno salvato, sono la cosa più preziosa. Sulla mia infanzia non c’è molto da dire, a parte il fatto che sono stato costretto a diventare subito un piccolo uomo. Mi piace dire che con un sorriso passa tutto. Io provo a fare così”. Un messaggio toccante, sincero. Perché forse, a volte, non c’è rimedio migliore di un sorriso. Semplice, spontaneo. Una sorta di velo che un po’ per esigenza, un po’ per determinazione riesce a celare il buio e le avversità. Quel ‘gli devo tutto alla famiglia Rossi’, lo ripete. “I genitori che avevo prima – racconta Panico ai microfoni di GianlucaDiMarzio.com non volevano nemmeno farmi giocare a calcio. Io ho iniziato a giocare a nove anni, due stagioni dopo ho fatto un provino con la Lazio. E poi è arrivata la chiamata del Genoa, avvallata dal mio papà adottivo che era anche il presidente del Sezze”. E al primo torneo con la maglia rossoblu… “Ho segnato al Manchester City, è stata un’emozione incredibile”.

Ma Panico preferisce guardare avanti, proiettato verso una ricerca della felicità tanto sperata quanto meritata. Gli si legge in volto, però, che è ancora emozionato per il gol di ieri… “Sì, anche perché dopo la partita piangevano tutti dalla felicità. I miei amici, la mia famiglia, tutti”. Corre, lotta, pressa. Seconda punta o esterno, no problem… “Basta che gioco”. E pensare che da bambino si arrampicava anche sugli alberi, “come Spiderman, il mio supereroe preferito. Speriamo solo che l’epilogo sia lo stesso perché lui vince sempre”. Beh, in fondo in ognuno di noi c’è un qualcosina del Barone Rampante.

‘Fai della tua vita un sogno e del tuo sogno una realtà’. No, non è una frase tratta dalla celebre opera di Calvino bensì uno dei tatuaggi di Panico, sull'avambraccio: “E’ un po’ il mio motto ed è completato dalla data dell’esordio in Serie A. Il momento più bello per me, ho coronato il mio grande sogno. Ora l’importante è non accontentarsi…”. Chi si ferma è perduto, poco poetico sì ma senz’altro chiaro e lineare. Quel 31 maggio 2015 è stato una sorta di nuovo inizio, l’anno zero. Poi, in linea consequenziale, verrà l’uno, il due, il tre. “Speriamo, io sono di proprietà del Genoa”.

Capello biondissimo, non è che c’è stato uno scambio di persona? Ciao Ciro“Mi dicono che sono il sosia di Immobile e mi chiamano come lui, anche qui a Cesena. Per i capelli, l’aspetto fisico e anche perché in campo abbiamo le stesse movenze. Questa cosa è nata con mister Donatelli nei Giovanissimi Nazionali del Genoa. Lui è di Pescara e quell’anno Immobile giocava lì…”. Uguali davvero, l’altro Ciro (quello biancoceleste) è solo un po’ più alto…”Quando ci siamo visti la prima volta, siamo rimasti un po’ così. Poi lui è scoppiato a ridere. Un giorno, in un’amichevole tra la Nazionale A e l’Under 17 ha chiesto di me… ‘Ma oggi non c’è quello che mi assomiglia?’. Immobile è anche un modello, mi sono comprato la sua maglia del Borussia Dortmund”.

‘Niente paura’, dunque. Non abbiamo sbagliato persona. Anzi, meglio…Don’t panic…’. Risata generale, ci si è abituato ormai. “Sono battute all’ordine del giorno. Da questa, alle porte anti-panico a tante altre”. Alt, però. Il soprannome ufficiale è e deve restare Ciro… Un giorno magari mi piacerebbe giocarci contro alla play station…”.

Da Ottaviano a Cesena. Con il cuore un po’ a Genova e un po’ a Sezze. Basta soltanto un sorriso per lasciarsi tutto alle spalle e guardare avanti. Serio e deciso Panico (pronuncia corretta con l’accento sulla i), con quell’espressione da piccolo uomo e quella voglia di non perdere mai di vista quella luce – tenue, ma colma di speranza – che per lui ha una forma ben precisa: rotonda. Un calcio al pallone…e uno ai brutti pensieri. Niente paura, Ciro.

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