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Lazio, record e ricordi. Ballotta: “Mi diverto ancora come un bambino”

| Interviste | Autore: Francesco Gottardi

Dall'idolo Zoff al biliardo con Inzaghi. “Quando perdeva erano guai...”. Lo scudetto, i record, una carriera da protagonista silenzioso: 'Nonno' Ballotta si racconta e lancia il derby

Tocca a te, Marco. Magari dopo mesi di panchina, a freddo, durante un derby che vale una stagione. La storia. “Eriksson mi faceva sentire importante anche se non giocavo, poi quando arrivava il mio momento…”. Ballotta c’era. Contro Roma, Juve e Reggina, il climax dell'ultimo scudetto della Lazio. C’era nel ’97, per gli ultimi gol biancocelesti di Beppe Signori. E nel 2008, in campo con Radu che giocherà anche oggi.

“Chi è la favorita? Nel derby non esiste”, spiega l’ex portiere ai microfoni di Gianlucadimarzio.com. ‘Nonno’, spesso secondo ma mai gregario in una carriera che ha sfidato la genetica. “Finché stai bene, ti diverti e i riflessi funzionano, perché smettere?” Mai nessuno come lui: Ballotta a 44 anni giocava ancora in Serie A (e qualche mese prima in Champions), con la maglia della sua Lazio. Che gli resta addosso, come tatuata. “Speriamo che oggi arrivino i tre punti, sarebbero fondamentali in chiave Champions. Punto sulla personalità di Immobile, nonostante non sia al top della forma. Dall’altra parte Dzeko è sempre un fattore, c’è anche la sana sfrontatezza di Zaniolo. Mentre tra i biancocelesti non vedo un elemento capace di fare davvero la differenza in questo momento”.

Altri tempi, quelli di Ballotta. “Giocavo con compagni talmente forti…difficile scegliere chi avrei sempre voluto con me per Lazio-Roma”. Esita, forse per finta. “Magari Nesta. Era quello che dava più sicurezza: faceva reparto da solo, risolveva tante problematiche”. Ovvero? Totti. Bene o male ha sempre fatto un sacco di gol nel derby. Lo sentiva e lo dominava. Per noi della Lazio era sicuramente l’avversario da fermare”.





Nell’occasione più importante, Ballotta e compagni ci erano riusciti.Perdevamo 1-0, in quel marzo del 2000. Poi Veron e Nedved ribaltarono la situazione: io entrai a fine primo tempo e siamo riusciti a tenere il risultato”. Dicevamo, tocca a Marco. Protagonista nascosto tra i vari Mihajlovic e Salas, Marchegiani e Simeone. Che nello scontro diretto castiga la Juve (tra dieci giorni scopriremo se gli è rimasto il vizietto) e rilancia la Lazio, solo due giornate prima a -9 dalla vetta. Niente vittoria a Torino, niente scudetto. Ce lo meritavamo, perché nelle due stagioni precedenti tra Coppa Uefa e campionato siamo inciampati sul traguardo”. Vero, ma dal ’98 al trionfo in campionato erano arrivate anche tre coppe nazionali, una Supercoppa Europea e l’ultima Coppa delle Coppe. Comunque poco, rispetto alla squadra che c’era a disposizione.

Ballotta ne parla quasi con rammarico, ma se gli dici Reggina“Surreale. Per quasi un’ora siamo stati attaccati alla radiolina per capire che cosa stesse succedendo a Perugia. Calori nel diluvio, in quel 14 maggio 2000. E nelle lacrime bianconere. “Gli attimi più lunghi della mia vita”, si accende l’ex numero 22. “Ero in spogliatoio, le notizie sotto la doccia, insieme a buona parte del gruppo. Altri invece stavano in tribuna, in attesa con i tifosi. Tutti ci aspettavamo almeno il pareggio della Juve, invece…”. Lazio Campione d’Italia, settanta minuti dopo il 3-0 dell’Olimpico passato alla storia. Inzaghi, Veron, Simeone.


Che il primo diventasse grande anche nel ruolo di Eriksson, Ballotta proprio non se l’aspettava. “Lo ammetto, non me lo vedevo tanto da allenatore. Ho conosciuto bene il calciatore e il ragazzo, so bene com’è fatto”. Cioè? “Abbiamo sempre avuto un bel rapporto, passavamo tanto tempo insieme nel prepartita e in ritiro. Giocando a biliardo, per esempio. Lui voleva sempre vincere. Anche rubando eh! Era una costante, la voglia di vittoria ce l’ha di natura, doveva riuscirci in qualsiasi modo”. L’ossessione di casa Inzaghi, ma Simone andava oltre. Quando perdeva buttava per aria tutto. -Non vale!-, poi diceva. Insopportabile”.

Oggi però ha imparato a stare al gioco. “Ed è proprio bravo. Inzaghi sta dimostrando quanto vale, tenendo testa a tutte le pressioni che mette una piazza come Roma. E questo lo fa crescere in fretta come allenatore”. Giovane e precoce come… “Non faccio paragoni. Ma il mio primo grande allenatore è stato Ancelotti, nell’anno del suo debutto in panchina”. Reggiana 1995/96, promozione in Serie A. A quei tempi Carletto aveva ancora la testa da calciatore, si continuava a sentire uno di noi. Ed era bravissimo nella gestione del gruppo: si vedeva già che era un predestinato”.

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Nesta e Totti, Ancelotti. Ballotta va sul classico anche con i colleghi di reparto. Ma come darci torto. Il mio idolo è sempre stato Dino Zoff. Ed è stato il presidente che mi ha voluto quando ho firmato con la Lazio, a 33 anni: il massimo che un portiere possa volere”. E oggi? Donnarumma sta trovando continuità di rendimento, Meret è da tenere d’occhio. Ma fatico a vedere nuovi fuoriclasse, oltre all’eterno Buffon. A 41 anni, chi può capirlo meglio di Ballotta. “Voleva smettere, ma al Psg gli è scattata la molla e fidatevi, a quell’età basta un attimo per ripartire. Più che in partita, la risposta viene dagli allenamenti: è lì che si devono trovare le motivazioni, la voglia di migliorarsi sempre. Senza sacrifici, perché la passione non te li deve far sentire. Fino quando c’è lo spirito giusto, il mio consiglio è continuare”.

Ma Ballotta, 55 anni il mese prossimo, ha davvero smesso? “Gli anni passano per tutti, lasciamo spazio ai giovani dai”, scherza ‘Nonno’ Marco. “Fino a dieci giorni fa ero il direttore sportivo del Varese ma mi sono dimesso. Ora, nella mia Modena, mi sto guardando attorno: cerco un posto da ds o da allenatore portieri” . Nel frattempo però, tra dilettanti e beach soccer Ballotta si è pure reinventato attaccante. “Qualche partita la facciamo ancora, anche per beneficenza. Non stiamo mai fermi, finché si sta bene bisogna continuare e tenersi in allenamento. E mi diverto come quand’ero bambino”.



Tra recordman e secondo portiere, il Ballotta biancoceleste però non ha dubbi. “La mia partita più importante? Scelgo una sconfitta, Napoli-Lazio 3-0”. Coppa Italia 1997/98, ottavi di finale. “All’andata avevamo vinto 4-0, mentre al San Paolo era stata una partita complicata che ci stava sfuggendo di mano. Sono riuscito a salvare il risultato in qualche occasione e da lì siamo partiti fino a vincere il trofeo”. E qualcosa in più. Senza quella Coppa Italia Eriksson sarebbe andato via, staremmo a parlare di un’altra storia. Invece così quel grande gruppo è rimasto, e anzi è stato rinforzato ancora”.

“In pochi si ricordano di quella sconfitta a Napoli, ma la Grande Lazio secondo me è nata lì. La partita di Ballotta, un po’ come Ballotta: in pochi se lo ricordano prima dei record, ma lui c’è sempre stato. Da Signori a Radu.

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