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"Impressionato dalla serie A. Mi ispiro a CR7: una macchina". Cagliari, Ceter si racconta

| Interviste | Autore: Francesco Caruso

"Emozioni fortissime, il bello del calcio". Tredici minuti per cambiare una stagione, per Damir Ceter non poteva esserci esordio migliore. C'è chi a Cagliari fino al novantunesimo minuto della gara di Benevento, ha visto i fantasmi della serie B. Poi è entrato l'amuleto colombiano e la partita è cambiata. Ma chi è "Golia"? Le gesta in campo raccontano di un possente centravanti di vent'anni con il fiuto del gol: 19 in 47 gare a livello di club tra Deportes Quindio e Independiente Santa Fe, due in altrettante presenze con l'Under 20 colombiana. Fuori dal campo? Scopriamolo, nel corso della lunga intervista concessa a GianlucaDiMarzio.com.

Damir, partiamo dalla fine: hai mai vissuto emozioni intense come quelle di Benevento? "No... La vittoria nei minuti di recupero è stata speciale. Ha un peso specifico incredibile. Il Benevento è ultimo in classifica, ma è un'ottima squadra e gioca bene. Speriamo che questa vittoria un po' fortunata possa darci la carica giusta per le prossime partite. Non potevo chiedere un esordio migliore.. Spero naturalmente di aumentare i minuti di gioco e di fare bene per la squadra. Come successo a Benevento voglio dare una mano quando il nostro allenatore mi chiamerà in causa. I gol arriveranno...".

Primi due mesi in Italia, qual è il tuo bilancio? "Ottimo. Mi è piaciuto molto il clima partita, le tifoserie, sia quelle locali che quelle ospiti, i supporters italiani sono più rispettosi di quelli del Sud America. Qui in Italia si vivono emozioni particolari alla vigilia delle partite, che ti danno energie positive. Aspetti negativi? Ancora non saprei, sono qui da troppo poco tempo per poter rispondere. Magari ti farò sapere tra un po'...".

In squadra ci sono diversi sudamericani, ma l'amicizia speciale sta nascendo con due "europei": "Sì, i giocatori con i quali c'è più "chimica" sono Miangue e Lykogiannis, anche se pure lui è uno degli ultimi arrivati. A parte il nostro allenatore Diego Lopez, che parla spagnolo come me, mi trovo molto bene con Senna che capisce bene la mia lingua. Con Babis spesso parliamo della sua Grecia, un Paese che apprezzo particolarmente. Con loro due si è instaurato un rapporto più stretto".

E della serie A cosa ti ha impressionato? "Mi è piaciuto molto il gioco del Napoli, praticano un grande calcio. Tra i giocatori mi piace molto Dries Mertens , ma il mio preferito è Gonzalo Higuain. Fa i movimenti giusti al momento giusto ed è molto abile con la palla tra i piedi. Credo che sia in assoluto il migliore in Italia e uno dei migliori del mondo".

La Sardegna, invece, è come te l'aspettavi? "Bellissima. Colombiani e sardi sono molto simili. Ho avuto la possibilità di girare per il centro di Cagliari e sono rimasto piacevolmente sorpreso. Le persone sono molto carine, mi riconoscono e mi salutano. Mi dicono tutti "in bocca al lupo" e ho imparato presto a dire "crepi" al posto di "grazie": dicono che porta male... . Allo stadio il clima è elettrizzante. I tifosi sono "calienti" come quelli della Colombia. L'unica differenza è data dal fatto che in Sud America si usano molti tamburi e strumenti musicali vari e il ritmo è un po' differente. Però i cori e il loro significato sono molto simili. Siamo in una posizione delicata in classifica eppure il pubblico ha sempre un atteggiamento positivo e affettuoso nei confronti dei giocatori e della squadra".

Prendiamo una macchina del tempo virtuale, fissando la data al 2003. "E' l'anno in cui mi sono innamorato della palla: le correvo sempre dietro, pazzo di lei. Il primo ricordo risale a quando avevo circa 5 o 6 anni, stavo con mio padre, giocavamo una partita di calcetto. Ben presto però ho capito che mi piaceva di più il calcio a 11, quello con più persone e più spazi, più adatto ai miei movimenti e le mie caratteristiche. Dopo che ho finito la scuola secondaria mi sono trovato di fronte a un bivio: studiare o provare a diventare un giocatore professionista. E' prevalsa la voglia di giocare e di fare carriera in questo mondo, piuttosto che quella di fare l'architetto, psicologo, l'ingegnere o il medico. Il mio sogno è da sempre diventare un grande giocatore e lasciare un segno in questo sport. Mi ispiro a Cristiano Ronaldo, stella della mia squadra del cuore, il Real Madrid. Penso che CR7 sia un esempio per tutti, è un grande professionista, una "macchina". Ha insegnato ai giovani che se lavori intensamente, con la giusta mentalità, puoi arrivare molto in alto".

Che tipo è Ceter fuori dal campo? "Un bravo ragazzo. Noi colombiani diamo sempre l'impressione di persone allegre e un po' folkloristiche. Qualcuno potrebbe giudicarci poco affidabili. Non è così. Io nella vita di tutti i giorni, ho sempre cercato di essere una persona seria e rispettosa, valori che porto in campo. In Colombia i giocatori, sia a livello umano che calcistico sono cresciuti tanto, c'è la giusta mentalità. Il nostro calcio sta facendo un'ottima pubblicità al nostro paese. Quando non gioco coltivo diverse passioni. Amo il basket, mio fratello è un cestista e spesso giocavamo insieme per farlo allenare. Da lì è nata una passione e ogni volta che ho un po' di tempo libero lo pratico volentieri. Inoltre mi piace molto il cinema, anche se sono qui da troppo poco tempo per apprezzare quello italiano. Spero in un paio di mesi di poter colmare questa lacuna. Infine mi piace cantare, anche qui l'ho fatto. In piedi sul tavolo sulle note di Sensacion del Bloque, reggaeton, il mio ritmo preferito".

In Colombia eri noto anche come Golia, come mai? "E' nato per caso, me lo mise uno spettatore che mi contestava. Golia era un guerriero, difficile da battere e alla fine mi è piaciuto. Come Golia, sono alto, grosso e molto credente, il soprannome mi calza a pennello". Numero di maglia preferito? "Mi piace molto il nove, però è una grande responsabilità portarlo sulle spalle: spero un giorno di meritarlo. Ovviamente un numero di maglia non significa nulla. Bisogna lavorare in allenamento e dimostrare sul campo: tutto il resto passa in secondo piano. Come i rituali prima della gara. Mi piace molto sentire musica che mi motivi, che mi dia la carica nei minuti che precedono il match, un continuo tra spogliatoio e campo, che mi fa iniziare la partita con la giusta mentalità".

Quanto tempo ti sei dato per diventare un giocatore importante? "Spero di maturare con tranquillità, giocando più partite possibile. Vorrei integrarmi bene con la città, l'ambiente e il gioco italiano nei prossimi due anni. Allora sapremo se posso essere un giocatore da serie A o dove posso arrivare. Il mio sogno, come tutti, è giocare per i migliori club d'Europa. Vincere la Champions, i campionati e trovare uno spazio importante nella Selecion. Ora però sono concentrato solo sul Cagliari ". Tredici minuti per cambiare il destino della squadra. Per i gol si può ancora attendere...

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