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Nel mondo di Frabotta, il papà: "Sacrifici, crescita, sogno. La gavetta non è finita"

| Interviste | Autore: Valentino Della Casa

Quello che sappiamo. Esordio in Serie A: agosto 2020, contro la Roma. Esordio stagionale: settembre 2020, contro la Sampdoria. La prima di campionato, il nuovo corso di Pirlo: per certi versi è più importante, per Gianluca Frabotta, pensare a questa gara piuttosto che all’altra. Quello che non sappiamo. “I momenti difficili ci sono stati, ma chi mi parla di sacrificio, è fuori strada parecchio”. Ercole è sicuramente un papà presente, un po’ come tutta la sua famiglia. Hanno capito che Gianluca voleva giocare a calcio, lo hanno assecondato. Lui, la mamma e anche la sorella Eleonora, di poco più grande: ci sono sempre stati.

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Appuntamento telefonico: dalla casa di Roma, la famiglia Frabotta apre le porte del mondo di Gianluca. Quello che non conosciamo, che ha portato un ragazzo dai primi calci al Consalvo (piccola società dilettantistica, a pochi passi da Cinecittà) alla Serie A con la maglia della Juventus. Una vita a tappe, “un percorso naturale”, dice il papà con orgoglio. Senza esaltarsi o esaltare il figlio, ma felice che la gavetta sia servita.

“Step by step”

Me la ricordo ancora, quella chiamata. Gianluca era piccolo, lo allenava mister Vittorio Fabrizio nella Scuola Calcio. Una figura che per lui è essenziale: lo segue ancora, si scrivono quasi tutti i giorni, e gli dà tanti consigli. Ci dissero che lo voleva il Savio, vennero a casa nostra per convincerci a firmare, ripetevano che avesse la scintilla giusta: già quello fu un passaggio tosto, anche se a posteriori può far sorridere”. Allenamenti più intensi, meno tempo per il resto e soprattutto per la scuola, che per un ragazzo è l’altro grande impegno della vita. “Gianluca è diplomato al Liceo delle Scienze Umane, ma sapevamo che non sarebbe stato facile. Gli abbiamo sempre detto di fare il possibile e abbiamo pensato di lasciarlo tranquillo, in modo tale da potergli far completare gli studi in modo comunque efficace. Doveva sapersi organizzare, e tempo non ne aveva molto”.

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Passaggio graduale, ma anche brusco. Al Savio, Frabotta continua a correre su quella fascia sinistra e inizia a piacere a squadre sempre più blasonate. Nel 2014 una di queste si fa avanti: per lui avrebbe voluto dire cambiare tutto, lasciare la famiglia, gli amici e la città, per seguire il sogno. “Per noi fu davvero traumatico: di colpo, abbiamo capito che a soli quindici anni Gianluca sarebbe potuto andare via di casa”. Non se ne fece nulla, “Ma ci preparò a quello che accadde dopo”. Il Bologna di Magnani (qui i retroscena) lo vuole a tutti i costi: i dirigenti rossoblù vanno a Roma per trattare, quelli del Savio sono convinti che possa essere l’occasione giusta per il giocatore. Non era una questione economica, ma di opportunità: “Se vai lì, cresci davvero”. “E allora abbiamo accettato”, continua Ercole. “Il suo trasferimento fu pesante, ma in qualche modo ci eravamo abituati all’idea che sarebbe potuto accadere”. E hanno cominciato a seguirlo a distanza.

Gli anni di Bologna

La prima settimana in Emilia, sono stato con lui. Volevo vedere quale sarebbe stata la sua vita. Ho capito che sarebbe salito e sceso sui treni o i pullman per le trasferte, che avrebbe passato praticamente tutto il giorno a fare gli allenamenti. Non gli abbiamo imposto nulla, mai: abbiamo solo cercato di essergli vicino. Ed è per questo che sulla scuola gli abbiamo lasciato fare”. Un’autogestione che gli è servita per crescere. “A quell’età, devi combattere contro tanti aspetti: lui ha dovuto lottare per fare quello che voleva. E quando non giocava, veniva lo sconforto. Ma nel corso degli anni si è trasformato: ha sempre avuto grande determinazione, ora si comporta proprio da professionista. Rispetta le regole che gli vengono date in maniera molto precisa, è indirizzato”. Ha un obiettivo in testa.

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Quando sei in ballo, devi ballare. Questi ragazzi arrivavano a casa distrutti, stanchissimi. I momenti difficili sono stati anche quelli: capire se continuare o smettere. La mia speranza era che Gianluca potesse diventare un calciatore perché era quello che voleva, non tanto per i soldi. Non è nemmeno così spendaccione, a dire il vero”. Ma come si gestisce un ragazzo così giovane, con tutte quelle prospettive economiche? “Io voglio davvero parlare fuori da ogni luogo comune: l’aspetto dell’ingaggio è stata l’ultima parte per noi e per lui. Gianluca prima di tutto doveva essere felice. E poi, diciamocelo: il 90% dei giocatori torna indietro, non riesce a fare quell’ulteriore salto. E ti devi ricostruire da zero, rifarti una vita, rimboccarti le maniche e capire cosa vuoi diventare, dopo aver giocato a calcio da quando sei piccolo. A noi preoccupava più questo: capire come essere di aiuto a Gianluca, che struttura dargli. Per noi un sacrificio? Vorrei sapere quale genitore può dire che sia un sacrificio seguire il figlio in trasferta per vederlo. E poi noi lo seguivamo per capire come stesse: tra una cosa e l’altra avevamo sì e no una mezz’ora per parlargli. Ma bastava quello, capivi subito come si trovava. E a noi è andata bene, anche perché a Bologna viveva in un convitto strepitoso, era molto seguito”. Cose a cui una famiglia dà tantissima attenzione.

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Gianluca ora è uomo”, spiega Ercole. “Ma io voglio che resti anche bambino. Dal punto di vista professionale è decisamente maturo, ma ho visto che quando torna qui, riprende a essere il ragazzo che è. Ritrova i suoi amici di un tempo, quelli a cui è sempre rimasto legato. Stacca un momento tutto. E gioca alla playstation lo stesso”. Solo che prima usava Pirlo o Cristiano Ronaldo (e quel coro su Padoin...), che ora sono il suo allenatore e un suo compagno di squadra: “Incredibile, vero?”.

Il passaggio alla Juve

A Bologna, la famiglia decide di affidare il ragazzo alle mani sapienti di Claudio Vigorelli, con il tramite del suo collaboratore Francesco Salerno. Agente esperto, che sa capire al volo quale occasione valga la pena prendere per un suo assistito. Così, nell’operazione che ha portato Orsolini in rossoblù, ha acconsentito a inserire Frabotta nella trattativa. Si era mosso direttamente Cherubini per l’Under 23, si capiva che l’operazione era davvero voluta dai bianconeri. È accaduto tutto di corsa a fine mercato, la Juve lo voleva dopo averlo visto con le maglie di Renate e Pordenone (con cui ha vinto la Supercoppa di Serie C), e non lo ha lasciato più andare via. Quest’estate si erano fatti avanti il Brescia e il Vicenza più di tutte, ma non c’è stato verso. Pirlo lo aveva già bloccato.

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E volete sapere la cosa?” racconta papà Frabotta. “Non ci ha nemmeno detto che avrebbe giocato contro la Sampdoria! Io l’ho scoperto alla tv, sicuramente lui lo sapeva da un po’. È una cosa che rispetto: anche perché cosa gli avrei potuto dire? Di stare tranquillo? Sarebbero state tutte banalità, lui era concentrato sull’obiettivo, e aveva un’emozione da gestire. Per Pirlo Gianluca prova una stima immensa, e non è soltanto per una questione della fiducia che gli sta accordando. Credo che uno che abbia fatto questo lavoro e a certi livelli, un giocatore lo sappia valutare bene. E infatti ho apprezzato le sue parole dopo la Sampdoria, quando ha detto che non ha avuto coraggio nello schierare Gianluca, ma semplicemente lo ha ritenuto pronto per giocare. Io cerco di mantenere i piedi per terra e spero che continui a fare questa gavetta. La più grande gioia? L’esordio. Il più grande rammarico? L’esordio: non potevamo essere lì a vederlo. Dovevamo andare poi per Juve-Napoli, ma è successo quello che è successo”.

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Appuntamento rimandato: per chi è abituato a seguire il figlio per tutta Italia, non è facilissimo. “Ma ci siamo abituati ad abituarci ai suoi cambiamenti”. Un percorso naturale, ripete ancora. Tono asciutto ma orgoglioso. E testa sulle spalle: la strada di Gianluca parte da molto lontano, come quella di tutta la sua famiglia. La stanno percorrendo insieme.

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