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Cuneo, patron Lamanna: "Primo stadio eco-sostenibile al mondo e salvezza..."

| Interviste | Autore: Lorenzo Buconi

Il bello del calcio non è un risultato. Non è una vittoria, non è un calcio di rigore, non è un gol. In fin dei conti è tutto effimero, è gioia istantanea, un “selfie” di felicità che un attimo dopo viene spazzato via da un soffio di vento. La vera essenza del calcio siamo tutti noi, uno ad uno. Sono le nostre storie che decidiamo di ancorare al pallone. Che finisce, così, per scandire diacronicamente gli eventi della nostra vita, ‘ah domenica 20 maggio, il giorno che andammo in trasferta a Verona, ‘ah lunedì 3 luglio il giorno che incontrai Ronaldo all'aeroporto di Rio’. Il calcio è parte di noi. Ci fa stare bene, ci fa gioire, ci fa tremendamente arrabbiare, ci manda al lavoro il lunedì mattina senza voce e con le occhiaie più in giù del naso perché alla domenica sera si rimane svegli fino a tardi a riveder gol e commenti della giornata. “Ma il calcio siamo noi, è proprio vero. E’ il sorriso di un bambino che viene a vedere l’allenamento del Cuneo. Sono i quattordici tifosi di Piacenza. Il calcio ci fa stare bene, prendiamolo sempre con filosofia…”.

Pensieri e parole di Roberto Lamanna, attuale patron del Cuneo (metà classifica nel girone A di Serie C). Lui che dopo una vita nel calcio (figlio di Alfio, storico dirigente del Genoa) ha deciso di ripartire. “Per divertimento, per passione, per business. Ma soprattutto per passione. Che se papà fosse ancora qui non immagino nemmeno quante me ne avrebbe dette per tutti i soldi che ci ho messo qui da agosto ad oggi”. Sorride al ricordo di papà Alfio. Un sorriso sincero, che trasuda un’empatia eccezionale. In primis nel calcio. Ah, il calcio! “Io e mio fratello Giorgio non vedevamo l’ora che arrivasse domenica per andare allo stadio con papà. Che belle quelle domeniche pomeriggio lì, in tribuna, con la sciarpa in mano o al collo d’inverno quando faceva più freddo. I ricordi di una vita, quelli che davvero non si dimenticano”.

Roberto prova a seguire le orme di papà. Da agente di calciatori prima, da dirigente poi. In mezzo anche una parentesi, di vita, in Argentina… Avevo una scuola calcio a venti chilometri da Rosario, in provincia di Santa Fé, dalla quale sono venuti fuori anche giocatori piuttosto importanti come Cellerino e Munoz. Ma il ricordo più bello dell’Argentina non centra niente con il calcio. Nel 2007 ho conosciuto di persona Papa Francesco. Quell’incontro è stato eccezionale, splendido, indescrivibile. Una persona di un’umiltà straordinaria, un uomo vero, un esempio di vita. Vi racconto questa, nel 2010 andammo insieme in Cile, quando ad un certo punto le guardie del corpo erano disperate, ‘abbiamo perso il Papa, abbiamo perso il Papa’… dopo cinque minuti Papa Francesco si presenta davanti a noi con un sacchettino di plastica… Beh, era andato nel primo supermercato della zona a comprarsi gli ingredienti per il mate…”.

Davvero affabile Roberto. Parla, racconta, sorride. Un piacere ascoltarlo. Sempre in giro per il mondo, da una parte all’altra. Una di quelle persone che ti contagia con il suo entusiasmo, che ti fa sentire parte del racconto, ti coinvolge, ti prende. Poi, però, cambia voce, il tono si abbassa, le mani si posano sul tavolo. Giusto un sorso d’acqua prima di riprendere… “Io non ho filtri, né maschere. Quindi se devo raccontarmi lo faccio per bene. Gli ultimi cinque anni della mia vita sono stati terribilmente difficili. Ma che dico, difficili…peggio ancora! Io cinque anni fa per i medici ero clinicamente morto, non avevo più nessuna funzione vitale. Per 21 giorni ero morto, clinicamente per un infarto quando in realtà avevo un’embolia polmonare bilaterale ma nessuno se ne accorse. Stavo soffocando, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Poi dall’Altra parte hanno voluto che fossi ancora qui, a parlare con te. Ma quell’episodio ha cambiato la mia vita, ho cominciato a soffrire di depressione. E la depressione è una brutta bestia, ti divora dentro, ti brucia tutto! Così ho abbandonato tutto e mi sono ritirato in un paesino della campagna piemontese, ho cominciato a fare l’oste in un Bed and Breakfast. Piano piano mi sono ripreso. Se c’è una cosa che questa esperienza terribile mi ha insegnato è che non vale la pena arrabbiarsi, siamo sempre nervosi, incupiti, corriamo da una parte all’altra, ci crucciamo per nulla, ci offendiamo per tutto. Vediamo sempre tutto nero. Ma per cosa poi? I problemi della vita sono altri, non può essere un calcio di rigore sbagliato o una domanda di lavoro respinta a cambiarci in peggio. Bisogna vivere con filosofia tanto tutto passa, soltanto una cosa no, purtroppo…”. Viene difficile aggiungere altro, è una lezione di vita che non lascia margine di continuità. Solo una profonda riflessione interiore. Una riflessione feroce.

Torniamo a parlare di calcio, torniamo a sorridere. Ha avuto la forza di guardare avanti Roberto. E dalle campagne alessandrine si è spostato nel Capoluogo della Granda“Il primo approccio con il mondo Cuneo risale al 2016, quando all’ultimo giorno di mercato portai – da intermediario – un giocatore all’Amministratore Delegato, Oscar Becchio. Da lì siamo rimasti in contatto, si è creato un rapporto speciale con l’ex patron Marco Rosso, siamo diventati amici di famiglia, i nostri figli sono più o meno coetanei. In estate – racconta Lamanna ai microfoni di GianlucaDiMarzio.com ho conosciuto delle persone disposte ad investire nel Cuneo e così è nata la trattativa. Il progetto di questo gruppo prevede, in poche parole, la realizzazione di uno stadio eco-sostenibile, che produca energia. Cioè la costruzione di uno stadio con sotto una micro centrale idroelettrica. Sarebbe il primo caso al mondo di uno stadio del genere. Loro hanno questo brevetto di derivazione americana ma contenutisticamente italiano e in Cuneo hanno individuato il luogo giusto per poter sviluppare questo business che, negli anni, mira alla vendita e realizzazione di stadi eco-sostenibili in tutto il mondo. Ma un business economico, prima di tutto, deve poggiare le basi su una realtà sportiva solida, concreta. E noi lavoriamo in tal senso, dopodiché cederò la maggioranza delle quote a queste persone, pur rimanendo nella compagine societaria”.

Un inizio di stagione davvero positivo. Una squadra di ‘giovanotti affamati’ allenata da Cristiano Scazzola, valore aggiunto per la categoria. Sorride compiaciuto Lamanna… “E pensare che due mesi fa ci prendeva in giro tutta Italia perché abbiamo il budget più basso di tutti, e non ho vergogna di dirlo, un milione e duecentosessanta mila euro. Dicevano che non ci saremmo iscritti, che non avremmo fatto fronte alle scadenze, che eravamo scarsi. Alla fine parla il campo, parlano i risultati. Contano i valori, le persone, le promesse. Io ne ho fatte due ai tifosi. Che non falliamo e ci salviamo, fosse anche all’ultima giornata ma ci salviamo. Siamo una grande famiglia, ci vogliamo tutti bene, siamo come fratelli. Il ds Borgo è più di un fratello. Scazzola lo conosco da quando siamo piccoli, siamo cresciuti insieme. E’ un amico sincero oltre che un allenatore eccezionale, dovrebbe essere in Serie A non in Serie C. ‘Speriamo che galleggi’ era il motto di papà, me lo diceva sempre. E vedrete che questo Cuneo galleggerà ma non affonderà mai. Prenderemo anche qualche punto di penalità perché a giugno non sono state pagate le scadenze, ma questo sarà uno stimolo in più per non mollare un centimetro. Quando hai un bimbo di due e un bimbo di cinque anni e non sai se arriverai a vederli di nuovo…questi sono i problemi, non le penalità”.

Perché non dobbiamo mai smettere di lottare e di sognare. Il sacrificio e l’immaginazione sono pane per il nostro corpo e linfa vitale per la nostra anima. Anche quando tutti ci sembrerà avverso, prendiamo in mano la nostra vita e facciamone un capolavoro (Papa Giovanni Paolo II).

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