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Data: 06/11/2022 -

Il cavallo, il ritiro a 19 anni, la rinascita tra fede e tatuaggi: Osasuna sogna con i gol del Chimy Avila

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La storia dell’attaccante argentino dell’Osasuna, Ezequiel Chimy Avila
La storia dell’attaccante argentino dell’Osasuna, Ezequiel Chimy Avila

Solo quattro squadre davanti in classifica dopo 12 giornate, la fotografia di un inizio di stagione sorprendente. Pamplona sogna, l’Osasuna di Jagoba Arrasate vola grazie ai 6 gol di Ezequiel Ávila, per tutti El Chimy, abbreviazione di Chimichurri, la salsa usata nell’asado. Soprannominato così da suo padre per la personalità iperattiva che aveva da bambino, ‘piccante’, prima del divorzio con sua moglie e gli altri 8 figli, uno dei quali, El Gato Gaston si è trasferito in estate dal Boca Juniors all’Anversa. Un’altra eredità di suo padre è questa frase: “Se non sai da dove vieni, non puoi sapere dove andrai”. Tradotto: ricordare sempre le proprie origini.

 

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Oggi, l’attaccante argentino segna e lotta su ogni pallone, ma a 19 anni era stato costretto a lasciare il calcio. Da ragazzino nel barrio Empalme Granero nella provincia di Rosario per andare agli allenamenti faceva mezz’ora sul cavallo che il nonno aveva regalato a suo fratello minore, salvo poi lasciarlo a due angoli dal campo per vergogna dei suoi compagni, che invece arrivavano in macchina o in autobus, ma lui e la sua famiglia non potevano permetterseli. In quegli anni ha giocato nelle giovanili del Boca Juniors, in prova per 6 mesi tra il 2010 e il 2011 all’Espanyol di Barcellona per poi tornare a Rosario e vestire la maglia del Tiro Federal con cui ha esordito in Prima Squadra a 16 anni. In quest’ultimo club, nel 2013, il classe 1994 è stato detenuto dopo una denuncia del presidente per furto di magliette e attrezzature, salvo poi essere dichiarato innocente al processo. 

 

 

Prima di essere scagionato sono passati due anni, trascorsi con la polizia alla porta di casa e il permesso di uscire solo per lavorare, mentre i suoi ex compagni diventavano professionisti. Per aiutare la sua famiglia, Ezequiel lavorava come muratore per 300 pesos al mese. Nel frattempo è diventato padre di Elunay, che dopo appena 10 giorni ha contratto un’infezione alle vie respiratorie ed è stata ricoverata in ospedale. In quei mesi ha sfiorato la morte con due arresti respiratori e Chimy era disperato. Rubare o chiedere aiuto alla malavita era una tentazione forte nel barrio, ma le sue lacrime e preghiere alla fine sono servite, visto che sua moglie Maria un giorno si è recata in clinica e i medici le dissero che era avvenuto un miracolo: la bambina era stata spostata in un’altra sala perché era guarita. 

 

Per le spese mediche ha avuto il sostegno economico da parte dell’Agremiados, l’assocalciatori, nonostante non stesse giocando, per tornare in campo invece è stato importante l’aiuto di Jorge e Carlos Bilicich, gli agenti che lo pagavano 600 pesos a settimana per allenarsi nel weekend e cercare di recuperarlo fisicamente e mentalmente. L’opportunità di riprendersi ciò che gli era stato tolto gliel’ha data il San Lorenzo, anche se aveva 10 chili in più dovuti all’inattività.

 

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 Dalla squadra Reserva del Ciclon di Boedo all’esperienza in MLS ai Seattle Sounders durata solo 3 mesi a causa di un infortunio alla caviglia, El Chimy è tornato a Buenos Aires per esordire in Primera nel 2015 agli ordini del Paton Bauza. Spesso veniva schierato da seconda punta o da esterno, anche per quello spirito di sacrificio che lo ha sempre contraddistinto. Due anni con la maglia azulgrana proseguiti poi sempre con gli stessi colori: nel 2017 è passato in prestito all’Huesca grazie alla chiamata dell’ex compagno Leo Franco diventato allenatore del club spagnolo con cui ha conquistato la promozione in Liga grazie anche ai 7 gol segnati. Ma la sua versione migliore si è vista nella stagione successiva con 10 reti, nonostante un infortunio al ginocchio e la retrocessione.

 

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All’Huesca è diventato El Comandante, per quel suo modo di esultare che mima il saluto militare. Un gesto dovuto alla richiesta di sua figlia Elunay che lo ha definito il comandante di casa, ma anche per suo zio che ha preso parte alla guerra delle Malvinas. Lo stesso soprannome di un altro rosarino come Che Guevara, 24 gol dal 2019 a oggi con l’Osasuna, con due rotture del legamento crociato nel mezzo che gli hanno fatto perdere 48 partite. Un corpo segnato da cicatrici e tatuaggi, il suo hobby. Sul collo ha un gufo, sulla nuca la Mano di Fatima che lo protegge, sulla spalla c’è mamma Graciela che impugna una pistola perché è una guerriera, sul petto il nome di sua moglie María che frequenta da quando aveva 14 anni, mentre sulle cosce ci sono raffigurate le facce delle sue due figlie. Sulla mano sinistra c’è una data: 21-05-2018, il giorno della promozione in Liga con l’Huesca. Chissà se al termine della stagione se ne farà uno per celebrare il campionato con Los Rojillos, che non vanno in Europa dalla semifinale di Coppa Uefa 2006-2007. Osasuna sogna grazie ai gol del Chimy.

 



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