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Miron Muslic, c’è sempre qualcosa per cui vale la pena lottare

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Miron Muslic, allenatore Plymouth Argyle (Championship)

Dalla fuga dalla Bosnia a causa della guerra alla storica vittoria in FA CUP contro il Liverpool: la storia dell’allenatore del Plymouth Argyle Miron Muslic

Rifugiato da un giorno all’altro in Austria. Costretto a scappare a causa della guerra dalla sua città natale Bihać, in Bosnia (rimasta sotto assedio per tre anni da parte delle forze serbe). Nel 1992, appena in tempo prima degli scontri, Miron Muslic e la sua famiglia si sono trovati di fronte a un genocidio nel cuore dell’Europa. “C’era paura per la propria vita, era terribile. È stato semplicemente devastante. Abbiamo dovuto riempire tutto ciò che potevamo in una borsa e muoverci per 700 km. Non penso di aver compreso veramente cosa stesse accadendo. Come avrei potuto?“. Un’infanzia nomade ma felice, in cui il piccolo Miron si è comportato da adulto prima ancora di esserlo per davvero. “Ci siamo trasferiti tredici o quattordici volte, Marinela (sua sorella minore) e io abbiamo cambiato scuola dieci o undici volte”.

Oggi, Muslic è il primo allenatore straniero del Plymouth Argyle, club inglese di Championship. Successore in panchina di Wayne Rooney, Muslic ha compiuto l’impresa più grande (e forse irripetibile) nella storia dell’Argyle: vincere contro il Liverpool – grazie al rigore di Ryan Hardie – nei sedicesimi di finale della FA Cup.

L’ultima della Serie B che elimina (dalla coppa) la prima in Premier League: “Un giorno magico. Ho detto ai ragazzi di goderselo: siamo parte della storia”.

Fuggire fino a Innsbruck. Senza sapere cosa sarebbe stato del proprio futuro, incapace di comprendere e parlare la lingua. “È lì che è iniziato il nostro viaggio, la nostra nuova vita”. Proprio in Austria, Muslic ha dato il via alla sua carriera. Prima da giocare (con una piccola parentesi in Croazia), poi da allenatore.

“La vita reale è molto più difficile che giocare una partita di calcio”

Dopo aver lasciato la patria adottiva, Muslic si è trasferito in Belgio. Lì, ha allenato e portato il Cercle Brugge fino in Conference League (dopo essere passati dal turno di qualificazione per un accesso in Europa League). Credere in qualcosa, con ottimismo e positività. Un mantra che Muslic non ha mai abbandonato: “Nella mia vita mi sono trovato in situazioni più difficili che quando ero un capo allenatore e dovevo affrontare un possibile pareggio o una sconfitta nel fine settimana”.

Vivere il passato, ma non rinnegarlo. “I miei genitori hanno fatto del loro meglio per fornirci le cose di cui avevamo bisogno: mio padre ha lavorato per oltre 30 anni come cameriere, mia madre era una donna delle pulizie e hanno fatto del loro meglio per darci una bella vita”. Proteggere e custodire, senza mai lasciare nulla al caso. Per una famiglia che non ha mai imparato per davvero la parola “casa”.

Universale e magico: il calcio secondo Muslic

Per Muslic, quella “casa” è lo spogliatoio, o un campo da calcio. “Quando sei lì, non è una questione di nome, cognome, e nemmeno se sei o meno un rifugiato; è solo una questione di gioco”. Una passione e un amore per il gioco che lo ha spinto ha presentarsi davanti a tutta la squadra (e al web) con un discorso che ha toccato milioni di tifosi sparsi per il mondo.

“Ecco perché il calcio è così importante: perché è universale. È la definizione di chi sono oggi come allenatore, ma, cosa più importante, di chi sono oggi come essere umano”. Background di chi si è saputo “accontentare”. Senza mai chiedere di più. Il messaggio che Muslic vuole trasmettere è semplice: la vita è una lotta continua circondata da belle sorprese. E c’è sempre qualcosa per cui vale la pena lottare. “Perché la vita reale è molto più difficile che giocare una partita a calcio”.