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Helveg, born to run: "Zaccheroni il mio maestro, il 6-0 all’Inter un capolavoro"

| Interviste | Autore: Riccardo Despali

Born To Run, nato per correre. Thomas Helveg in una canzone di Bruce Springsteen, quella che lo rappresenta meglio. Soprattutto al Milan, uno degli eroi rossoneri di quel derby vinto 6-0 l’11 maggio 2001, esattamente 19 anni fa: “In difesa non passava nulla, strapazzammo i nerazzurri per novanta minuti. 6-0 e tutti a casa”.

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Thomas corre anche oggi, sfrecciando in bici per le strade di Odense, in Danimarca, la città in cui è cresciuto e che l’ha lanciato nel calcio. Corre anche mentre parliamo. “Sto andando a comprare dei fiori per mia madre”. Mai fermo, sempre in movimento. Prima sulla fascia, ora su e giù in bicicletta, a 47 anni: “Io e il mio amico Jorgensen siamo testimonial nella lotta alla sclerosi multipla. Ogni anno pedaliamo tra le alpi francesi percorrendo le strade del Tour per raccogliere fondi. Anche in Danimarca partecipo a gare di bici. Sono uno scalmanato”.

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Silenzio e lavoro

Come quando giocava coprendo la fascia destra. Prima a Udine, 152 presenze e 6 reti dal 1993 al 1998, poi al Milan grazie a Zaccheroni, 5 anni speciali dal 1998 al 2003: Zak mi ha sempre dato fiducia, sono stato fortunato a incontrarlo sulla mia strada. Aveva bisogno di laterali che coprivano tutta la fascia. E io mi prestavo bene. Ho macinato migliaia di chilometri e non mi sono mai lamentato”. Silenzio e lavoro. Al Milan i due vincono lo scudetto del 1999. Il loro rapporto di amicizia continua ancora oggi: “Da anni ci sentiamo a Natale”.

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Anche nel Gennaio 2001 sulla panchina del Milan siede Zaccheroni. Nel derby finito 2-2, Thomas entra a gara in corso. L’allora presidente del Milan Silvio Berlusconi, dopo quella prestazione, definisce il giovane danese come “un leone sordo”, alludendo al fatto che la sua presenza stonasse nell’orchestra di squadra: “Non giocai male, ma quando lessi quel paragone rimasi di sasso. Ho avuto giorni neri. Poi il Cavaliere mi chiamò dicendomi che non aveva mai parlato in quel modo…”. Il rapporto con Berlusconi non decolla: “Lo salutavo quando veniva a trovarci a Milanello, nulla di più”. Thomas continua a lavorare per scrollarsi di dosso quella definizione. E nel derby di ritorno dell’11 maggio 2001, il “leone sordo” si trasforma in Re della giungla: “In spogliatoio eravamo al settimo cielo, che goduria”.

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Una rivincita personale per un ragazzo determinato ma sensibile, che chiude la sua esperienza in rossonero nel 2003 nel peggiore dei migliori modi possibili: “Avrei voluto giocare la finale di Champions vinta a Manchester, o almeno essere in panchina, ma portarono Roque Junior perché aveva recuperato da un infortunio. Io finii in tribuna. Un’occasione del genere, per me, non sarebbe più capitata. Lo sapevo”. Cinque anni al Milan, poi l’approdo all’Inter. Un solo anno in nerazzurro nel 2003/04: “Credo di aver fatto abbastanza bene quella stagione, ma ho sempre avuto il cuore rossonero. Non voglio togliere niente ai nerazzurri. Ma per me il Milan è un’altra cosa”

Fuori dall'Italia

L’esperienza in Italia arriva al capolinea. Thomas si tuffa in un’altra avventura dal sapore antico: “Quando ero piccolo ogni sabato mattina io e la mia famiglia ci piantavamo sul divano a guardare le partite di Premier, le uniche che trasmettevano in Danimarca. Ero innamorato del Liverpool e di Kevin Keegan, per questo quando sono passato al Norwich City mi è sembrato di rivivere il calcio anni ’80 che vedevo in televisione e di cui ero perso. È stato indimenticabile”. Quel romanticismo non sopravvive al Borussia M’Gladbach. Solo 15 presenze e un brutto infortunio. È l’ultima esperienza prima del ritorno all’Odense: “In Germania non mi sono trovato”. Il legame con i tedeschi, per Thomas, si rifà in Oliver Bierhoff. I due hanno vinto lo scudetto del 1998 con il Milan e condiviso diversi anni all’Udinese: “Oltre a essere stato un campione, è una persona serena e onesta. Un amico fedele che mi ha dato tanto”.

bierof.jpgUmile, determinato, concreto. Thomas Helveg scherza quando parla di sé, consapevole di non essere mai stato un fenomeno. Eppure è il quarto giocatore di sempre per presenze con la maglia della nazionale danese (110). E nel ’98 ha rischiato di eliminare dal Mondiale il Brasile di Ronaldo e Rivaldo agli ottavi: “Dopo il gol iniziale del mio amico Jorgensen eravamo convinti di potercela fare. Abbiamo giocato benissimo. Purtroppo abbiamo preso una traversa nel finale e la partita è finita 3-2 per loro. Una vittoria mancata”. Gioie, sconfitte, sali-scendi di montagna percorsi al massimo. Questa è da sempre la vita di Thomas, che sa come si rialza la testa. “Fiori comprati. Ora è tempo dei saluti, devo tornare a correre.

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