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Romelu Lukaku, il nuovo carro armato nerazzurro

| Storie | Autore: Redazione

Il belga sbarca a Milano. Dall'infanzia difficile alla promessa (mantenuta) di diventare grande

Lui, lei e l’altra. Lui è Romelu Lukaku, lei è l’Inter. In mezzo l’altra, la Juventus, l’ex storica di Antonio Conte e Beppe Marotta. Le avances di Fabio Paratici, però, non hanno fatto naufragare la love story fra il belga e i nerazzurri che, dopo un lungo corteggiamento, sono pronti a dirsi sì.

E a spingere i due promessi sposi verso l’altare (del mercato) è stato proprio Conte, il nuovo sergente della Pinetina, che, dopo aver cercato invano di allenare l’attaccante già al Chelsea, l’ha subito messo in cima alla sua speciale lista - di nozze - milanese.

Nonostante fosse figlio d’arte (il padre Roger ha militato nello Zaire), l’infanzia di Lukaku, nato nel 1993 ad Antwerpen, in Belgio, non è stata semplice: “Ricordo il momento esatto in cui eravamo al verde. Mia mamma davanti al frigorifero e il suo sguardo. Stava mischiando l’acqua con il latte - racconta a The Players' Tribune -. Avevo sei anni ed eravamo al verde. Non solo poveri, al verde”. In casa iniziano a mancare acqua, luce e corrente elettrica. Il piccolo Romelu si trova a pregare al buio, insieme alla madre e al fratello Jordan (oggi alla Lazio).

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È in quel momento che Lukaku giura a sé stesso di diventare un calciatore professionista: “A sedici anni vorrò firmare il mio primo contratto da professionista e diventare il miglior giocatore nella storia del Belgio”. All’inizio le cose vanno bene, anche perché è facile imporsi quando a soli sei anni hai già il 39 di scarpe. “Giocavamo partite tre contro venti: io, Romelu e Jordan contro tutti”, racconta Vinnie Frans, uno dei suoi amici d’infanzia.

Al fatidico traguardo dei sedici anni, però, Lukaku si accorge di essere in ritardo sulla promessa che si era fatto. Non è ancora titolare dell’Under 19 dell’Anderlecht e decide perciò di rischiare. Chiama l’allenatore, Geert Emmerechts, e gli lancia una scommessa: “Fammi giocare sempre dall’inizio e io segnerò 25 gol. Non in stagione, entro Natale - racconterà Romelu anni dopo -. Lui mi ha riso in faccia e io ho segnato quei 25 gol entro novembre. Mai scherzare con un ragazzo affamato».

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Da quel momento la sua ascesa sarà come lui: inarrestabile. Diventa il più giovane marcatore nella storia del campionato belga e, alla sua prima stagione da professionista, segna più gol di tutti nella Jupiler League. Il carro armato belga, però, non si ferma qui e i suoi cingolati invadono presto anche la Premier League. Dopo un’esperienza poco fortunata al Chelsea, passa al West Bromwich Albion dove segna 17 gol in 35 partite, compresa una tripletta al Manchester United partendo dalla panchina.

I blues lo richiamano a Londra, ma lui fallisce di nuovo: durante la Supercoppa europea del 2013, Chelsea-Bayern Monaco, si fa parare il rigore decisivo da Manuel Neuer, consegnando - suo malgrado - il trofeo ai bavaresi. José Mourinho, allenatore dei londinesi, decide di epurarlo: una delle scelte peggiori nella lunga carriera del portoghese. Lukaku passa dai “blues” al blu dell’Everton. Coi Toffees va a segno 68 volte in 141 incontri e, nella FA Cup del 2016, consuma la sua vendetta, stendendo il Chelsea con una doppietta. Il primo gol è il biglietto da visita del belga: taglio in profondità e una serie di dribbling a velocità supersonica. I difensori gli rimbalzano contro, nessuno riesce a togliergli la palla: davvero un carro armato.

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Il Chelsea di Antonio Conte vorrebbe riportarlo a casa, ma stavolta Romelu dice no e vola a Manchester, sponda United. Il primo anno coi Red Devils coincide con la sua stagione più prolifica, 27 gol. Da quel momento, però, qualcosa si inceppa e il belga non riesce a ripetersi. Tanti, troppi, gli errori sottoporta tanto che i tifosi inglesi arrivano a coniare un neologismo: il verbo “To Lukaku”, ovvero “sciupare gol semplici sul più bello”. Un’etichetta ingiusta per lui che, insieme a Sergio Agüero, è l’unico a essere andato sempre in doppia cifra nelle ultime sette stagioni. Uno spartito che non cambia neanche in Nazionale dove, con 48 reti, è il capocannoniere all time del Belgio.

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Il divorzio con il Manchester, allora, diventa un’esigenza e l’Inter è pronta ad accoglierlo a braccia aperte e a farne il suo nuovo numero 9, dopo la telenovela Icardi. “Sa segnare solo con le piccole”, dicono i suoi detrattori. Lui fa spallucce e tira avanti. Come solo un carro armato sa fare.

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