Consapevolezze – Borja Valero: “L’essere umano e il pallone”

Sono seduto in un bar del centro di Firenze. La città che è diventata casa. Mia e della mia famiglia. Chi l’avrebbe mai detto. Anni fa non mi sarei immaginato in Italia. È successo quasi per caso, in modo inaspettato. Inaspettato come il motivo del mio addio alla Spagna: la retrocessione con il Villarreal, uno dei momenti più complicati della mia vita.
Avevo da poco saputo della malattia di mamma. Aveva il cancro. Quella che doveva essere una grande stagione si era chiusa con la Serie B. Per me è stato devastante. Ho toccato le porte della depressione. Per giorni non sono uscito di casa. “Com’è potuto accadere?”, mi ripetevo. Non riuscivo a darmi spiegazioni. Passavo dal letto al divano, dal divano al letto. Le notti faticavo a dormire. Non stavo bene. E dopo una settimana mi sono dovuto operare, iniziando poi la riabilitazione. Non mi sono mai fermato. Non mi sono dato il tempo di elaborare quelle emozioni.
La nuova stagione stava per iniziare. Il club mi aveva comunicato che avevano già venduto altri giocatori e sarei rimasto. In Serie B, nel momento migliore della mia carriera. Ero anche entrato nel giro della Nazionale. Ero bloccato in quella situazione. “Che ne sarà del mio percorso?”. Poi è arrivata la Fiorentina e tutto è cambiato. Ho conosciuto l’Italia e Firenze. Il mio processo di crescita è continuato. Ho trovato una casa per la vita.
Ecco, la vita e il calcio mi hanno insegnato questo. Mi hanno insegnato che nelle difficoltà e nelle sofferenze, anche quelle più profonde, si nascondono delle opportunità. Opportunità per conoscersi e per stare meglio. Per essere persone più consapevoli. Questo è il mio viaggio. Un uomo che ha cercato di non dimenticare mai le proprie radici e di rispettare e tutelare l’essere umano. Me l’hanno insegnato i miei genitori. E oggi provo a fare lo stesso da padre con i miei figli. Rimanendo per sempre grato a quel pallone.
Un pallone e l’autostrada
Il pallone c’è da sempre, non mi ha mai lasciato. È stato il compagno della mia infanzia. Abitavamo in periferia. Davanti alla nostra casa c’era un’autostrada, nient’altro. Ero solo, solo con lui. Non c’era nulla, le mie sorelle non erano nate. Le mie giornate erano scandite dai palleggi e dal suono di quel compagno che è stato al mio fianco per tutta la vita. Forse, però, ripensando a come tutto è iniziato, doveva andare così. Sono nato in un ospedale dalla cui finestra si vedeva il centro sportivo del Real Madrid. Una vista su quella che sarebbe stata la mia casa.
Poi ci siamo trasferiti in un quartiere popolare di Madrid. Era una famiglia umile, la mia. Mio padre era impiegato in una fabbrica. Lavorava tutto il giorno per provare a mantenere la famiglia. Mia madre si prendeva cura di me e delle mie sorelle. Ci sono state volte in cui si faticava ad arrivare a fine mese. Vedete, quando si è bambini non ce se ne rende conto. A distanza di anni, ho capito quanti sacrifici hanno fatto i nostri genitori. Il dover lavorare per garantire il cibo per i propri figli e non essere sicuri di farcela. Il mio viaggio parte da qui. Da queste radici, da questa umiltà, da questi valori. Una prospettiva popolare e sociale. Per la gente, con la gente. Come quando ero in campo.
La finestra dell’ospedale
Ve la ricordate quella finestra? Sì, quella dell’ospedale. Ecco, anni dopo in quel centro sportivo ci sono entrato dalla porta principale. È iniziato tutto grazie a un mio professore di educazione fisica. Un giorno ha chiamato mia mamma: “Signora, Borja è davvero forte, ha qualcosa di diverso rispetto agli altri bambini. Dovrebbe giocare a calcio”. Sono partito dalla squadra di mio zio, poi è arrivato il Real Madrid. Da quel giorno qualcosa è cambiato per sempre. Certo, era il mio sogno. Ma è anche vero che quando entri in un settore giovanile così importante il calcio non è più… solo calcio. Si condisce di pressioni e aspettative, perdendo un po’ quelle sue sfumature fatte di divertimento e semplicità. Ma era il mio sogno e volevo combattere per quello.
Ho visto tanti ragazzi fare una parte del viaggio con me e andarsene. Ogni anno si aveva paura che potesse essere l’ultimo. Ricordo che al termine della stagione si veniva convocati. “Sarò riconfermato?”, la domanda che rimbalzava nella testa di tutti noi. Da quel colloquio d’altronde dipendeva gran parte del nostro futuro. Se ho mai avuto la sensazione che quel sogno potesse finire? Sì. Avevo 15 anni, mi ero rotto il quinto metatarso del piede. Ero rimasto a casa con il gesso per mesi. Non potevo allenarmi, non potevo correre, non potevo fare niente. E quando sono tornato non ero più il solito Borja. Non ero io. “Magari non mi confermano. Cosa faccio? È tutto finito?”. Non ero tranquillo. Ho avuto la fortuna di sentire la vicinanza e la fiducia del mio allenatore e di Vicente del Bosque.
Diventare grandi
Sono arrivato fino alla prima squadra. Era uno spogliatoio di campioni. Quanto ho imparato da loro. Da loro e dall’allenatore, Fabio Capello. Credeva tanto in me, nonostante la società puntasse più su altri giovani. Lui mi ha dato fiducia. Poi il mio contratto si è avvicinato alla scadenza. Mi avevano offerto il rinnovo, ma avevo deciso di rifiutare. Avevo capito che la mia esperienza a Madrid era finita. Avevo davanti giocatori incredibili e non avrei trovato molto spazio. Avevo bisogno di fare esperienza, giocare, crescere. Certo, mi dispiaceva. Significava lasciare casa. Anzi, le mie due case. La mia famiglia e il Real. Ma era la scelta migliore che potessi fare per me stesso. Staccarmi dalla realtà in cui ero cresciuto e diventare uomo. Il sogno sarebbe stato rimanere a Madrid per tutta la vita, è vero. Ma uno deve essere consapevole di chi è e delle proprie qualità e accettare ciò che è meglio per il suo percorso, anche se è diverso da ciò che aveva immaginato. Un altro mondo mi aspettava.
Sono partito per Maiorca. Al mio fianco c’era Rocìo, la donna della mia vita. Ci eravamo grazie a delle amicizie in comune, a una mia partita e a un cinema. Avevamo comprato casa nella nuova città, il nostro conto era a zero. Ricordo che appena arrivati avevamo bucato, ma non avevamo soldi per delle gomme. Per settimane siamo andati avanti mangiando riso e patate tutti i giorni. È stata dura, ma ci ha reso grandi. Poi c’è stata l’esperienza in Inghilterra e il ritorno in Spagna con la maglia del Villarreal. È lì che ho scoperto l’importanza del supporto psicologico. Il club ci aveva messo a disposizione un terapeuta. Ed è iniziato il mio percorso in me e per me. È un’opportunità che si dona a sé stessi. Una visione diversa, una prospettiva nuova. Un’occasione, in un mondo come quello del calcio che corre sempre così veloce, per fermarti e guardarti dentro. E tutto questo mi è servito. Dopo la retrocessione con il Villarreal, dopo la scomparsa di mamma e di Davide.

Cara mamma
Mamma era una parte di me. Ero al Villarreal quando si è presentata per la prima volta la malattia. Sembrava fossero dei semplici calcoli al rene. Nessuno mi aveva detto nulla. “Tua madre ha un cancro”. L’ho saputo solo dopo. “Perché non me l’avete detto? Ho il diritto di saperlo”. Ero arrabbiato. Era mia madre. Dopo un primo intervento il tumore sembrava essersene andato. Poi sono arrivati dei nuovi controlli. Il tumore c’era ancora. Altre macchie, estese in più parti del corpo, più aggressive. Ha dovuto fare un intervento più invasivo e poi le chemio. Perdeva i capelli, era debole. Un momento complicato da vivere, ma c’era la speranza di poter sconfiggere la malattia. Poi è arrivato quel giorno. Avevo finito la mia prima stagione a Firenze. Suona il telefono: “Tua mamma è caduta, si è rotta una gamba”. Il cancro aveva preso le ossa, non c’era più niente da fare. Sono tornato a Madrid. “Borja, il dottore ci ha detto che non c’è più niente da fare. Ma non dire niente a mamma”, le parole di papà.
Mi era caduto il mondo addosso. Ero tanto legato a lei. Era mia mamma, la donna che mi aveva cresciuto. Per me era tutto. Non sapevo cosa fare. Provavo un vuoto enorme in me. Soffrivo, soffrivo tanto. Andavo in ospedale tutti i giorni per stare con lei. Lei non sapeva niente, io sì. Vedevo il suo sorriso, dentro di me piangevo. La guardavo con occhi lucidi, cercando di non farle capire niente. Mi tornavano in mente tutti i momenti passati assieme, il suo esserci sempre stata. Ricordavo di quando di calcio non sapeva nulla e dovevo spiegarle le regole e i concetti. Era la mia prima sostenitrice. Non riuscivo ad andare avanti, ho avuto bisogno dell’aiuto di uno psicoterapeuta. Quei 15 giorni con lei sono stati unici. Ci siamo detti tutto. Poi ha iniziato a spegnermi. Io sono tornato a Firenze, volevo mantenere di lei l’immagine della donna che avevo sempre visto. Un giorno dopo se ne è andata. Quelle due settimane mi hanno cambiato, per sempre. Da quel momento la mia visione del mondo si è capovolta. È cambiato il valore assegnato alle cose, il mio vivere la vita. Ho iniziato a vedere e cercare il bello. Ciao mamma, porterò sempre dentro i tuoi occhi, il tuo sorriso, le nostre carezze. In quegli ultimi nostri momenti Rocìo è rimasta incinta della nostra Lucia. Io non credo nel destino, ma è bello pensare che ci possa essere un legame con te.
Firenze, Davide
Nel 2012 sono arrivato in Italia. Non me ne sono più andato. Dalla Spagna non era ben vista. Dicevano che la Serie A non fosse un campionato per spagnoli. Ma la vita a volte ti sorprende. Venivo dalla delusione con il Villarreal, avevo bisogno di ripartire. Una rinascita. Un po’ come quella che stava per vivere la Fiorentina. Stesse esigenze, stessa visione. Con Firenze, ci siamo incontrati, conosciuti, apprezzati, amati. Giorno dopo giorno, come negli amori più belli e veri. È diventata casa. Con la sua maglia viola, il suo accento toscano, le botteghe e le vie del centro che ancora custodiscono l’anima storica e autentica della città. E poi l’Europa conquistata, il 4-2 alla Juve, il far paura alle grandi. La Fiorentina era tornata a essere… la Fiorentina.
E a Firenze ho conosciuto Davide. Non ero più con lui quando se n’è andato. Ero a Milano. Lo ricordo bene quel giorno. Era successo qualcosa. “Borja, è morto Davide”. Era vero, ma non ci credevo. Non ci volevo credere. Davide, il mio compagno. Davide, il mio amico. È stato terribile. Giorni di dolore, tristezza, vuoto. È passato del tempo, ma lo porto con me ogni giorno. È nel 13 attaccato alle chiavi di casa. È nei ricordi. È in me.

Me stesso
Ho dovuto lasciare Firenze, ma non avrei mai voluto farlo. Sono andato a Milano. Ho indossato la maglia dell’Inter. Un onore, una responsabilità. Mi legheranno sempre bei ricordi alla maglia nerazzurra. Dopo tre anni sono tornato a casa. È stata una scelta di cuore. Finire lì la carriera era la mia unica opzione. E così è stato. Avevo capito che era il posto giusto per il futuro della mia famiglia. Per questo motivo al termine della stagione ho accettato la scelta del club di non rinnovarmi il contratto. Dovevo finire con la maglia viola indosso.
È stato il mio addio al calcio… professionistico. Sì, perché poi qualche partita l’ho fatta ancora. L’ho fatta con il Centro Sportivo Lebowski, una società dilettantistica fiorentina. Una società e una realtà diversa. Fatta di passione e veri valori sociali. Un calcio con e per la gente. Quel calcio che piaceva a me e che aveva sempre vissuto in me. Lontano dalle luci della fama e dai giochi del professionismo. Era importante tornare a vivere il calcio in modo spontaneo, libero, autentico.
È stata una chiusura del cerchio. Di quel viaggio iniziato davanti a quell’autostrada nella casa dove vivevo e in cui il pallone era l’unico compagno delle mie giornate.
E a quel pallone dico grazie. È stato una possibilità. Un’opportunità per costruirmi una storia diversa, un motivo di riscatto sociale. Volevo crearmi una vita differente. Era quella piccola finestra con la luce nel mio percorso. E lungo quel percorso ho provato a dare sempre tutto me stesso, senza cambiare, consapevole delle mie origini e radici. Senza mai dimenticare di dare importanza all’essere umano, alla persona, senza farsi illudere o cambiare dalle luci dei palcoscenici. Ho provato a rimanere sempre quel bambino che giocava davanti a quell’autostrada. Ho custodito la sua gioia e la sua autenticità, il rispetto verso la vita, me stesso e gli altri. Perché alla fine, quando le luci dei riflettori si spengono, rimane quello: la persona.