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Everton Soares: la storia di Cebolinha, il ragazzo dei fumetti

| Storie | Autore: Simone Gamberini

La maglia bianca per molti era maledetta. Era quella ripudiata dopo la sconfitta del Maracanazo del 1950, quella che nessuno avrebbe più vestito. Tra le persone che sicuramente non credono a questo sortilegio c’è Everton Soares, o meglio Cebolinha, come tutti stanno imparando a chiamarlo. Il suo primo gol con la nazionale del Brasile è arrivato proprio nel giorno in cui la Seleção è tornata a vestirsi col bránco maledetto, stile scelto per celebrare il centenario della federazione con la prima maglia storica della nazionale.

Un gol difficile da dimenticare per tanti motivi: è il primo, è arrivato all’esordio in Copa América ed è tremendamente bello. Conduzione d’esterno e destro a giro sul secondo palo, perla degna di uno dei talenti più chiacchierati del calcio brasiliano. A sorpresa c’è lui nella lista di Tite e non Douglas Costa o Vinícius, ma il motivo lo si può vedere sul campo.

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Il grande palcoscenico ce l’ha nel destino, anche perché sin da bambino ha giocato al Maracanã. No, non nello storico stadio di Rio, ma nel club del suo paesino del nord del Brasile a pochi Km da Fortaleza, Maracanaú appunto. Letteralmente il “Fiume dei pappagalli”, tradotto dalla lingua indigena guaraní, distante più di 2.600 Km dalla città carioca e senza nulla di affine con il tempio del calcio brasiliano.

Nella escolinha della squadra locale, che leva la U accentata dal nome del paesino, aveva problemi di timidezza ma non di rendimento. Palla avanti sempre a lui: veloce, imprendibile, il più forte dei bambini di quella zona. Fu infatti preso da una squadra di San Paolo, il São Bernardo, ma si trovò male a tornò dopo soli due mesi a casa. Lì lo tesserò il Fortaleza, la squadra ideale per dosare il suo talento con la voglia di restare vicino casa. Fu uno dei più importanti tornei giovanili della zona, la Copa Carpinha Sub 16, a lanciarlo: lo vide l’Internacional che però invece di un contratto gli offrì solamente una serie di provini, troppo poco per convincere Everton ad accettare. E allora ne approfittò il Gremio, il rivale storico dell’Internacional, che decise di portarlo nel lato tricolor di Porto Alegre.

 

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Fu Jorge Veras, una delle leggende del club a convincerlo ad attraversare da il Brasile da nord a sud nel posto in cui sarebbe diventato per tutti Cebolinha. “Il Cipolotto” teoricamente, ma non perché fa piangere gli avversari con i suoi dribbling: il soprannome gli venne dato dal suo compagno di squadra Pará per via della somiglianza con un personaggio dei fumetti brasiliani creato da Mauricio de Sousa.

Animazioni che ricorrono anche nell’altro suo soprannome, quello meno utilizzato di Papa-Léguas, la traduzione brasiliana di Beep-Beep, il nemico di Willy il Coyote: veniva chiamato così per la sua velocità e per la somiglianza tecnica con Luis Mário, altro ex Gremio soprannominato così.

Per diventare anche lui un riferimento di questa squadra ha dovuto aspettare la partenza di Pedro Rocha, andato allo Spartak Mosca nel 2017, l’anno della consacrazione di Cebolinha. In quella stagione vinse la Copa Libertadores e da lì in poi si è trasformato nel cuore tecnico del Gremio, ancor più di Luan.

Un controllo di palla eccezionale, un dribbling sempre spettacolare: adesso segna anche in Copa América e sogna il calcio europeo, dove ha sempre dichiarato di voler arrivare un giorno. La maglia bianca del Brasile ora non è più maledetta, depurata dai colpi di Coutinho e del ragazzo dei fumetti col Maracanã nel destino.

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