Il modello Bodø/Glimt: “Qualcosa oltre il calcio. Condivisione e cultura”

L’intervista ai nostri microfoni di Bjørn Mannsverk, mental coach del Bodø/Glimt. Il modello norvegese: inclusione, condivisione e cultura.
Non ne sentiamo parlare certo solo oggi dopo la doppia sfida Champions contro l’Inter. Il Bodø/Glimt, per i tifosi “Den Gule Horde”, l’Orda Gialla, è ormai da anni al vertice del calcio norvegese e sempre più protagonista anche in Europa. Dall’Europa League fino alla Champions, il club dell’Artico continua a ritagliarsi uno spazio nell’élite continentale.
Quest’anno al “Aspmyra”, “l’Hell of ice”, ha già battuto il Manchester City, al Metropolitano ha superato l’Atlético Madrid, e nel suo cammino europeo ha fermato anche Tottenham e Borussia Dortmund. Un modello, messo in pratica ormai da 10 anni, e costruito passo dopo passo.
Dietro questa crescita c’è un lavoro profondo, strutturato, e a raccontarcelo è Bjørn Mannsverk, ex pilota di caccia, oggi figura chiave nello sviluppo culturale del club. Il suo ruolo è quello di “mental coach”, ma guai a chiamarlo così.
Bodø/Glimt, leadership, cultura e condivisione: il cuore del progetto norvegese
Il punto di svolta arriva nel 2017. Da lì nel club prenderà forma una filosofia chiara, costruita su una costante innovazione: “Il 2017 è stato un punto di svolta per noi. Da allora abbiamo costruito una filosofia e una mentalità precise, cercando sempre di sperimentare qualcosa di nuovo. Negli ultimi due anni abbiamo lavorato moltissimo sulla leadership e sulla cultura. Non abbiamo un solo capitano, ma ben otto. Sono tutti leader all’interno del gruppo”.
Continua: “Hanno l’atteggiamento giusto, comprendono la nostra filosofia e portano qualità negli allenamenti. Sono veri e propri esempi per gli altri. Dividiamo la squadra in gruppi più piccoli, discutiamo diversi temi e raccogliamo il contributo di tutti. Il lavoro più importante degli ultimi due anni è stato proprio questo: leadership, apprendimento e condivisione. Il tutto accompagnato da un feedback continuo per migliorare ogni giorno”.

“Non sono solo un mental coach”
Mannsverk, però, rifiuta l’etichetta con cui spesso viene presentato: “Non mi definisco solo in ‘mental coach’. Dipende da come si interpreta il ruolo. Io lavoro con l’amministratore delegato del club, con l’allenatore e il suo staff, con i giocatori e con lo staff medico. Lavorare significa camminare, parlare, confrontarsi, raccogliere idee“.
Bjørn Mannsverk fa leva proprio su questo concetto. La definizione di un ruolo potrebbe garantire un ordine, a scapito della fantasia e della voglia di rinnovarsi: “Nella nostra cultura tutti possono contribuire e dare feedback. Il CEO mi definisce un ‘costruttore di cultura’. Questo mi rappresenta di più. È una questione di leadership: organizzare apprendimento, condivisione, valutazione e diversità per generare nuove idee. Non è qualcosa che riguarda solo il calcio. Ogni organizzazione ne ha bisogno. L’etichetta di ‘mental coach’ a volte rischia di limitare la comprensione del ruolo”.
Pressione e mentalità: “Concentrarsi su quello che possiamo controllare”
La doppia sfida contro l’Inter è solo l’ultimo capitolo, in ordine cronologico, di un percorso che, è vietato misurare esclusivamente nei risultati: “Battere l’Inter non era importante in sé. Per noi non conta essere i migliori, ma essere sempre qualcosa in più. Quando li abbiamo battuti a Bodø, il risultato era stato ottimo, ma la prestazione non mi aveva convinto del tutto. Non è arroganza: mi sono chiesto perché fossimo tornati a giocare con paura, quando in passato eravamo stati coraggiosi”.
Continua: “L’obiettivo non era semplicemente battere l’Inter, ma fare una prestazione migliore rispetto alla precedente. Dal gennaio 2019 non fissiamo obiettivi legati ai risultati. Non diciamo ‘dobbiamo arrivare in Champions’ o ‘entrare nelle prime cinque’. Non controlliamo completamente il risultato: ci sono troppi fattori esterni. Per questo concentriamo tutte le energie su ciò che possiamo controllare.”.
Una filosofia che va ben oltre il calcio: “Non avevamo nemmeno l’obiettivo di superare il girone. Volevamo crescere, fare passi avanti, imparare da ogni partita. Era il nostro terzo tentativo di qualificazione, quindi riuscirci è stato un traguardo. Ma quando avevamo quasi perso la convinzione di farcela, la pressione si è alleggerita, e questo ci ha aiutato. Contro l’Inter, forse, quella pressione è tornata. Ed è una questione mentale. Non ossessione per il risultato, ma ossessione per il processo. È questa la differenza che oggi permette al Bodø/Glimt di guardare negli occhi le grandi d’Europa”.

La passione italiana, e la crescita norvegese
Infine, un pensiero sul nostro calcio: “Non sono un grande appassionato di calcio in generale, né italiano, né inglese, né tedesco. Ma del calcio italiano mi colpisce la passione. Significa tantissimo per voi. Vedo molto amore, e anche odio, che non mi piace, ma la passione è qualcosa di bellissimo”.
Sui club: “Ammiro anche il modo in cui le squadre italiane lavorano: sono estremamente tecniche, sembrano degli artisti. In Norvegia, soprattutto grazie al lavoro fatto a Bodø, abbiamo alzato il livello generale. Più giocatori vengono notati, acquistati e vanno a giocare in club più grandi, facendo esperienza. Questo migliora tutto il movimento. Credo che a livello di club abbiamo costruito una cultura molto forte, forse più evidente di quella della nazionale in questo momento”.
Per concludere, Bjørn Mannsverk tiene in maniera particolare, ad augurare il meglio alla Nazionale Italiana: “Allo stesso tempo penso, credo che la vostra Nazionale stia vivendo una fase inferiore alle aspettative. Non è che noi siamo forti e voi no. È una combinazione di fattori. Ma spero che torniate presto ai vostri livelli, perché è lì che dovete stare“.
A cura di Mattia De Pascalis