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Il pallone oltre il Muro: Lutz Eigendorf, il prezzo della libertà

| Storie | Autore: Francesco Gottardi

A 30 anni dalla caduta del Muro, la storia del ‘Beckenbauer dell’Est’ che scappò a Ovest sognando una Germania unita: non la vedrà mai, l’ombra della Stasi sulla sua morte

Pensate a quando eravate bambini: muri e palloni non sono mai andati d’accordo. Certo, con un po’ di gesso ci si può sempre disegnare formidabili porte degne dell’Olympiastadion. Ma in fondo, la partitella nel cortile vive sempre nel timore latente: un tiro sbilenco, una prodezza finita male, magari anche solo una grande respinta del portiere e la palla finisce oltre. Ecco, gioco finito.

A Berlino però, fino al 1989 c’era il problema opposto. Potevate calciare forte quanto volevate, ma al di là di quel Muro il pallone non ci finiva mai. Né qualsiasi altro bene di consumo, né un uomo. Praticamente mai. Qualcuno invece ci riuscì, a superare la cortina di ferro che divideva una città e due mondi. Storie di fuga che hanno fatto la storia: in mongolfiera, scavando un tunnel, perfino in equilibrio su un cavo elettrico. E anche il calcio, è venuto in aiuto a chi cercava la vita oltre la DDR. Senza mai trovarla del tutto.

È il caso di Lutz Eigendorf, ‘il Beckenbauer dell’Est’. Fiore all’occhiello della Dinamo Berlino, e di tutto un movimento che al di là della clamorosa vittoria contro i cugini dell’Ovest nel Mondiale del ’74 (poi vinto dalla stessa Germania Federale) non aveva saputo dare grandi soddisfazioni. All’epoca, il centrocampista aveva 18 anni ed era appena sbarcato nel club granata della capitale. Ne sarebbe presto diventato un simbolo, fino alla conquista del primo scudetto della storia della Dinamo nel 1978/79.

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Non esattamente una clean win. La DDR-Oberliga era un campionato mediamente corrotto, poco competitivo e giostrato a piacimento dai vertici dello stato. Alias Erich Mielke, capo della Stasi (la polizia segreta del paese) e numero uno della Dinamo Berlino. Già nel 1954 aveva fatto sequestrare tutta la squadra di un’altra Dinamo, quella di Dresda e club più vincente della DDR, per trapiantarla forzosamente nella capitale. Altro che giochi di palazzo. Eppure, un titolo nazionale non arriverà fino ai tempi di Eigendorf (il primo, di dieci consecutivi). Che suo malgrado diventa strumento di propaganda, il futuro della Nazionale (dove conta già 3 gol in 6 presenze), la prova vivente che anche i tedeschi dell’Est hanno i loro campioni.

A Lutz, la cosa non sta bene. Tre anni prima aveva fatto scalpore la storia di Nachtweih e Pahl, due giocatori della DDR U21 che durante una trasferta in Turchia chiesero e ottennero asilo da Istanbul. L’occasione di Eigendorf si chiama Kaiserslautern, che ospita la Dinamo in amichevole il 20 marzo 1979. Mancano due mesi alla fine del campionato dominato dai berlinesi, mentre gli avversari sono terzi in Bundesliga: finirà 1-4 per la squadra dell’Ovest, lontano da Berlino la musica è un’altra.

Ma il centrocampista ha la testa altrove: il giorno dopo, per i giocatori della Dinamo è prevista una sosta al mercato di Gießen per spendere i marchi RFG inutilizzabili al ritorno. È un attimo. Lutz scatta verso un taxi, fa partire a tutto gas e sparisce dall’orbita DDR. Piano o folgorazione del momento (la moglie Gabriele e la figlia, a Berlino, erano all’oscuro di tutto), dietrofront verso Kaiserslautern. Libertà.

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Le cose però non andranno come previsto. La prima conseguenza è la squalifica di un anno comminatagli dalla UEFA per la defezione dal club con cui era sotto contratto. La seconda, ben peggiore, è che la notizia manda Mielke su tutte le furie. La Stasi faceva di tutto per fermare le sporadiche emorragie verso l’altra Germania (esisteva anche un’Unità anti-immigrazione illegale e fuga dalla Repubblica), ma nel momento in cui queste si verificavano non era solita perseguitare i ‘traditori’. Con Eigendorf però era diverso. Lui era il Beckenbauer dell’Est, e l’aveva fatta sotto il naso alla squadra più politicizzata del paese.

La vendetta di Mielke è terribile. 50 agenti della Stasi si infiltrano nell’Ovest e cominciano a pedinare Lutz. Uno di loro rimane a Berlino, incaricato di risposarne la moglie e isolare completamente il giocatore. La libertà si avvelena. Anche sul fronte sportivo, Eigendorf non è più lo stesso dopo la squalifica. O meglio, il calcio attorno a lui è un altro. È vero. L’impatto con la Bundesliga e qualche infortunio di troppo ridimensionano la star della Dinamo in un centrocampista come tanti. Le due stagioni al Kaisersalutern finiscono senza grandi acuti, nel 1982 arriva la chiamata di un club da lotta salvezza come il Braunschweig. Ma aurea mediocritas, tutto sommato. Lutz sembra trovare il modo di ripartire: si sposa di nuovo e ridiventa papà, oltre al calcio gioca a tennis e si appassiona anche agli aerei fino a procurarsi una licenza di volo.

Può scegliere. Cosa fare e cosa dire. Anche davanti al Muro, lato Ovest questa volta: il 21 febbraio 1983 rilascia un’intervista per la rivista ARD Kontraste. È una filippica contro la DDR, la sua struttura sociale, la sua vita passata. Due settimane dopo, Eigendorf perde il controllo della sua Alfetta in curva all’altezza di Braunschweig-Querum. Si schianta contro un albero, muore dopo due giorni di agonia a nemmeno 27 anni.

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Cosa sia veramente successo la sera di quel 5 marzo, resta ancora un mistero. Lutz rientrava da una trasferta a Bochum e si era fermato al pub con il suo istruttore di volo. Una birra, forse due. Niente a che vedere con il tasso alcolico alle stelle registrato appena un’ora più tardi al momento dell’impatto. Subito cala l’ombra della Stasi, di un rapimento lampo in cui Eigendorf sarebbe stato avvelenato, imbottito di alcol e poi rimesso al volante in condizioni proibitive. Le inchieste successive spingono a credere che la tempistica non sia stata casuale, che quell’intervista fosse una condanna a morte. Un ex agente della Stasi confessò inoltre di aver ricevuto l’ordine di eliminare Eigendorf: non ebbe il coraggio di farlo, potrebbe averci pensato qualcun altro. Ma l’indagine preliminare aperta nel 2004 è stata poi archiviata nel 2011 per insufficienza di prove.

In quel novembre dell’89, Lutz avrebbe avuto 33 anni. Magari tardi per una nuova carriera da calciatore, non per una vita nella Germania unificata. Non ha resistito, è riuscito a calciare oltre il Muro e scoprire cosa c’era dall’altra parte. Lui, che raccontava al mondo una partita già decisa a tavolino.

 

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