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Dal Bologna al Bologna, Moise Kean e quel dejà-vu al Dall’Ara

| Storie | Autore: Redazione

Ieri come oggi. Quando Moise Kean incontra il Bologna – a Bologna - difficilmente sbaglia: ai rossoblù ha segnato due anni fa entrando nella storia del calcio italiano e l’ha fatto stasera negli ottavi di Coppa Italia sotto gli occhi di Cristiano Ronaldo che l’ha sostituito poco dopo. Cambia la porta ma il risultato è sempre lo stesso.

La Juve se lo tiene bello stretto e ci punta forte, nonostante abbia davanti mostri sacri come Mandzukic e CR7. Piaceva al Bologna e il Milan ha fatto un sondaggio, il ds Paratici però ha risposto chiaramente: “Non partirà”. Neanche in prestito.

Allegri se lo coccola e l’ha schierato titolare, Mancini accende i riflettori sull’attaccante: “E’ pronto per esplodere”. Lui? Sorride. E segna. Primo gol stagionale, secondo in assoluto in bianconero: zampata decisiva a centro area dopo un tiro intercettato di Douglas Costa. Uno sguardo al guardalinee e via ad esultare. Tutto regolare.

Chissà se in quel momento Moise avrà pensato a quando nella stagione 2016-17 – porta opposta ma sempre Da Costa tra i pali – è diventato il primo Millennials a segnare non solo in Serie A, ma in tutti i cinque maggiori campionati europei. E prima ancora è stato il primo classe 2000 a debuttare in Serie A facendo commuovere il fratello Giovanni. Non solo: primo giocatore nato nel nuovo Millennio ad esordire in Champions e in Nazionale.

“Sembra Balotelli” dicevano nelle giovanili bianconere. E via con i paragoni. E’ stato così per anni, ma a lui non dava fastidio. Anzi, Super Mario è diventato uno dei suoi modelli e Moise ha voluto imitarlo in tutto e per tutto. Dopo aver segnato contro il Portogallo nella finale degli Europei Under 19 (poi persa ai supplementari) Kean ha esultato proprio come Balo levandosi la maglietta e facendo vedere i muscoli: “L’avevo pensata nei giorni scorsi”. Ai tempi degli Allievi, dopo un gol contro il Perugia, aveva esultato mostrando la maglia con la scritta: “Why always me?”. Lui come Mario, un po’ sopra le righe con Mino Raiola come agente in comune.

Qualche provocazione ma sempre rispettando tutti come gli ha insegnato la madre Isabelle, intransigente su questo. Lei che con un modesto stipendio da infermiera ha fatto i salti mortali per non far mancare niente ai due figli dopo che il padre li ha abbandonati per farsi un’altra famiglia.

All’oratorio era il più piccolo di tutti e si allenava calciando il pallone sul muro: destro e sinistro. Tac, tac. Ore e ore. Finché il fratello Giovanni non si inteneriva e lo faceva giocare con i suoi amici più grandi. E lì erano dolori. Per gli altri.

Da piccolo rimaneva a bocca aperta guardando le capriole di Oba Oba Martins ma il cuore era rossonero come quello dello zio, milanista sfegatato. Come risolvere questo derby interno? Facile. Da quando è entrato nella Juve Moise ha iniziato a vedere il mondo solo in bianco e nero. Prima? Filtro granata. Già, perché l’attaccante di origini ivoriane è nato a Vercelli ma cresciuto nel Torino. Poi è arrivata la Juventus, che l’ha preso quando ancora non aveva nemmeno 14 anni. Una delle persone che l’ha aiutato di più in bianconero è stato Ciccio Grabbi, ex attaccante e allenatore delle giovanili che è stato suo padrino di battesimo e lo portava in vacanza con la sua famiglia da piccolo per farlo distrarre dalle delusioni della vita.

Ora la musica è cambiata anche se nelle sue cuffie ci sono sempre hip-hop e rap. Moise balla e segna. Sogna di diventare titolare nella Juve. Aspettando la prossima partita al Dall’Ara contro il Bologna.



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di Francesco Guerrieri

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