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Dai consigli di Rui Costa ai "Te mato!" di Gattuso. Ora Tiago Dias incanta al Viareggio e studia da Di Maria

A.C Milan

| Storie | Autore: Simone Golia

Un altro dieci portoghese con la maglia del Milan, dodici anni dopo l'ultima volta. 14 maggio 2006, a San Siro i rossoneri di Ancelotti affrontano la Roma. 2 a 1 il risultato finale, con Rui costa che gioca gli ultimi trenta minuti prima di salutare tutti. Destinazione Benfica, il suo primo grande amore. Il percorso inverso, invece, lo ha fatto Tiago Dias. Dal Portogallo all'Italia, dal Benfica al Milan. Consigliato da? Rui Costa, che nel frattempo ha appeso le scarpette al chiodo per indossare le vesti di direttore sportivo. Qualche consiglio, una foto prima della partenza e poi via all'aeroporto di Lisbona. E' qui che Tiago è cresciuto, prima con la maglietta dello Sporting. Poi, a quindici anni, il passaggio ai rivali. Dai Leoni alle Aquile, dunque. Le ali le ha poi spiegate ad un anno dalla scadenza del contratto. Troppo basse le cifre del rinnovo, troppa la voglia di ripercorrere le orme di Rui. Ad abbracciarlo Gattuso. Uno che ha vinto tutto e che di fenomeni ne ha visti. Uno che bada più alla sostanza che allo spettacolo. Anche per questo le finte continue e i doppi passi ripetuti del portoghese non gli vanno a genio. "Si dribbla da solo" Ha più volte ripetuto. "Thiago, te mato!" L'avvertimento dalla panchina durante i mesi passati insieme in Primavera. Sarà stato contento oggi Ringhio nel vedere il suo allievo correre come un pazzo, causando l'autogol avversario con una delle sue tante incursioni. Ha abbattuto il Cai, squadra argentina come il suo idolo Di Maria. Mancino, può ricoprire tutti i ruoli in avanti, a patto che si veda la porta: da sinistra a destra, da trequartista a seconda punta. Otto i gol stagionali, fino a questo momento. Lui, il più grande di tutti. Classe 1998, venti anni a maggio. Arrivato come fuori quota per alzare qualitativamente il livello della Primavera rossonera, troppo in ritardo e ancora incompleta ai nastri di partenza. Lo dimostrano le due sconfitte consecutive con Sassuolo e Inter nelle prime due giornate. Umilianti, perché arrivano otto gol subiti e uno solo fatto. Poi Tiago si scatena, ne segna quattro uno dietro l'altro e il Milan si ritrova terzo. Insomma, ha fatto la differenza. Come Ronaldo, al quale non facevano altro che paragonarlo in patria. Qualche allenamento in prima squadra per imparare da Suso. Gattuso ci ha pure pensato se chiamarlo o meno fra i grandi. E' successo dopo il suo inizio traumatico, quando è riuscito a raccogliere appena un punto fra Benevento e Verona. Una settimana di ritiro per pensare a quali rimedi adottare. E quel ragazzo lo ha sempre stuzzicato, nonostante tutte le volte in cui gli ha fatto perdere la pazienza. Adesso, tuttavia, gli avversari di Tiago si chiamano Pro Vercelli e U.Y.S.S New York. La sua competizione è il Torneo di Viareggio, poi il campionato e la finale di Coppa Italia. No, non quella dei grandi, ma quella Primavera con il Torino. Due possibili trofei da vincere, i primi qui in Italia. Di una lunga serie, spera. Magari per arrivare un giorno ad avere lo stesso palmares del suo maestro Gattuso, che ha vinto tutto. Fra una carezza e un "Te mato". Quello no, non potrà mai mancare.

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