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Blanchard, una vita oltre quel gol alla Juve: “Dipingo e piego camicie”

| Interviste | Autore: Claudio Giambene

Il 23 settembre del 2015 Leonardo Blanchard regalava al Frosinone il primo punto in Serie A. Allo Juventus Stadium, contro la squadra che ha sempre tifato. Tre anni dopo la sua vita ha preso una piega diversa

Dicono che mi ero montato la testa? Mah, non penso proprio. So solo che due anni fa giocavo a San Siro e oggi piego le camicie nel negozio di famiglia”. Leonardo Blanchard è un ragazzo di trent’anni e negli ultimi giorni ha dovuto ripensare spesso al suo passato. A quel giorno, a “quel gol”. “Da bambino giravo con un secchiello in testa gridando il nome di Schillaci. Ero juventino prima di essere qualsiasi altra cosa. Poi entro in quello stadio e segno una rete storica per la squadra con cui sono diventato grande. Una favola vera”, ricorda a GianlucaDiMarzio.com.

Le coincidenze del calendario, sportivo e gregoriano, hanno tolto la polvere a quella fiaba. Il 23 settembre di tre anni fa si giocava la quinta giornata: Juventus-Frosinone. Come quest’anno, anche se a campi invertiti. Impossibile non pensare alla sua zuccata al 92’. Al primo punto in serie A dei ragazzi di Stellone. Un must, come il ritornello del pezzo più celebre di Calcutta. “E il Frosinone in serie A”, urlato a squarciagola da un cantante di Latina che – a dirla tutta – in Ciociaria non hanno mai ascoltato volentieri.


BLANCHARD E IL TIFO PER LA JUVE: “10 ORE IN MACCHINA PER ANDARE A BERLINO”

Quel gol invece i frusinati lo hanno rivisto milioni di volte. Come Leonardo, nella sua testa. “Saltai in controtempo, andando all’indietro. Il mio marchio di fabbrica da sempre. In C lo sapevano, Pogba mi sa di no…”.

Il ragazzo che cento giorni prima si era fatto dieci ore in macchina con i miei amici Walter e Vincenzo per andare a Berlino a tifare Juve nella finale di Champions” si ritrovò protagonista. Di un incubo e di un sogno. Era entrato in quello stadio “sentendomi per la prima volta un giocatore vero”, ne uscì da immortale. Con un punto e la divisa del campione beffato pochi minuti prima. “Chiesi la maglia a Pogba. Temevo non volesse più darmela e invece se la tolse subito, congratulandosi”.

“LASCIARE FROSINONE L’ERRORE PIU’ GRANDE. CARPI FU UN INCUBO”

Il 10 bianconero nella borsa. Il primo segno tangibile di quella serie A “che avevamo iniziato a conquistare sui campi di periferia. Fra le pozzanghere di Gubbio e i 30 centimetri di fango a Pagani”. Una categoria persa otto mesi dopo, davanti a un Matusa tutto in piedi ad applaudire un gruppo sconfitto solo dalla classifica. Fine di una cavalcata, pazienza. Anche perché nel mezzo c’erano stati momenti incredibili. Per tutti, anche per Blanchard. Frosinone-Genoa, dodicesima giornata: gol da terra in rovesciata. A Perin, che è di Latina. Come Calcutta. “Mi festeggiarono come un re. Un po’ per la rete, un po’ per l’avversario”.

Come si arriva alle camicie da una favola del genere? Semplicemente con una scelta sbagliata: “Dopo la retrocessione, decisi di lasciare Frosinone. È stato l’errore più grande della mia vita. È un rimpianto che mi accompagna sempre. Quella società, quella città, mi avevano dato tutto. Temevo che il gruppo venisse smantellato e mi accordai col Carpi”. La gente di Frosinone non la prese bene. In tanti pensarono che si fosse montato la testa.

Inizia un nuovo capitolo: Leo abbraccia il progetto di un’altra retrocessa. Ambiziosa e capace di mettere sul piatto un ricco triennale. Il numero 6 del primo punto in serie A accetta e firma la sua condanna. “Ho giocato sette partite, poi sono stato messo fuori squadra. Ancora non so perché. Mi hanno messo a correre intorno al campo da solo, l’esperienza più brutta della mia vita”. Sei mesi in prestito a Brescia, poi di nuovo al Cabassi. A circumnavigarlo nuovamente. “Un pallone toccato e avrebbero preso provvedimenti. Da inizio agosto a fine gennaio, così.”. Poi un altro prestito, in C all’Alessandria, senza brillare. A fine giugno la rescissione col Carpi. Svincolato. Brutta parola, se non hai alternative. Liberazione, se non sopporti più quel mondo. “Il calcio è sempre stato il mio lavoro, mai il mio stile di vita. Quando conoscevo qualche ragazza, dicevo che avevo un negozio d’abbigliamento. Non ho mai voluto essere definito un calciatore. Sognavo di esserlo da bambino, quando mi sbucciavo le ginocchia dietro a un pallone. Da grande, mi sono accorto che era soprattutto una maschera. E da un viaggio ho capito che la mia vita doveva prendere un’altra direzione”.



“IL VIAGGIO A BALI MI HA CAMBIATO LA VITA”

Una normale vacanza estiva a Bali diventa per Blanchard l’occasione di guardarsi dentro. Lì conta chi sei, non cosa ti metti addosso. Ci sono tornato quest’anno e al momento di andarmene, mi veniva da piangere”. Colpito e non affondato. Anche perché in questo emisfero, Leonardo deve pensare ogni giorno per lavoro a come si veste la gente. A deciderlo spesso è proprio lui. Nella mia Grosseto, ho continuato l’attività di famiglia. Abbiamo un negozio di abbigliamento molto raffinato, capace di incrociare diversi stili”.

Un po’ come fa nella pittura. Leonardo ha una rara sensibilità per l’arte. Fisica e visiva. “Per me un quadro è sensazione. Per questo amo l’astrattismo e chi mi trasmette un’emozione inspiegabile. Come Pollock, Rothko o Schiele. Quando dipingo metto la musica alta e mi lascio andare. A volte uso un pennello, altre un coltello”.

Tagli come Fontana, autoritratti come Modigliani. Passioni difficili da condividere in certi spogliatoi. “Spesso sono stato preso in giro per questo, ma ho anche trovato ragazzi che avevano voglia di capire questa profondità. Alcuni giocano ancora a Frosinone”.

Rieccolo il calcio. Frosinone-Juve si avvicina e “spero in una sorpresa. Perché la mia Juve vincerà comunque il campionato e vedere il sorriso di alcuni miei vecchi compagni sarebbe impagabile”. Magari con il gol di uno di loro. “Vorrei che segnasse Soddimo. Fu lui a mettermi sulla testa quel cross a Torino, se la meriterebbe una gioia del genere”.

Contro CR7. Sarebbe una favola nuova. “Voglio conoscerlo. È il numero uno al mondo. Anche se si veste un po’ da tamarro. Magari posso consigliarlo un po’”.

Sono passati tre anni. Oggi Leonardo Blanchard vive a Grosseto, sognando Bali. Piega camicie, dipinge e non sa se tornerà a giocare a calcio.

Qualsiasi cosa decida di fare, la gente lo ricorderà per quel gol. Lui sorriderà, sapendo che è stato solo un secondo. Di una vita.


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