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Scoprendo l'altro Donnarumma: "Per me sarà sempre Alfredino"

| Interviste | Autore: Claudio Giambene

Tre partite in serie A, tre gol. Ma la storia della punta di Torre Annunziata è stata una lunga rincorsa. Stefano Cirillo è l'allenatore che lo ha cresciuto: "A 16 anni stava per smettere. Era un nano, ora segna di testa. E in campo porta sempre suo cugino..."

Se cerchi il suo cognome su Google, trovi sempre un suo rivale. Omonimo, corregionale e opposto. Se scrivi “Donnarumma”, il web ti racconta la storia di un bambino prodigio. Uno che a 16 anni esordiva in serie A. Gianluigi, detto Gigio.

Ne dovrà fare di strada Alfredo Donnarumma per essere in cima ai motori di ricerca del suo cognome. Ma non importa. Perché di strade, polverose e periferiche, ne ha battute tante. Forse troppe.

“È arrivato in serie A con dieci anni di ritardo, ma farlo a 28 anni vale triplo.
Lo chiamavo Alfredino, il nano malefico. Mi fa ridere vederlo segnare di testa ora... Lo dicevo che avrebbe sviluppato tardi. E non mi credevano. L’ho allenato dai 7 ai 16 anni, è come un figlio…”.
A parlare, in esclusiva su gianlucadimarzio.com, è Stefano Cirillo, mentore del bomber del Brescia e anima della scuola calcio Azzurri di Torre Annunziata.

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Lì ha mosso i primi passi un ragazzo del ’90 che domenica scorsa ha segnato la sua prima doppietta in A. Festeggiata con la solita L “per sua moglie Luisa” e rovinata dalla rimonta del Bologna. Gol che non bastano. Costante della carriera di un attaccante che ha dovuto esultare 143 volte prima di arrivare in A. Ma ce l’ha fatta.

"Vinceva tutti i derby con Immobile". Ma ha rischiato di smettere presto

“Non lo sa nessuno, ma a 16 anni stava per smettere. Ha avuto un grave infortunio al femore. Poteva finire tutto lì, ma si è rialzato. Quando lo vedevo in Lega Pro mi si stringeva il cuore. Perché quando aveva dieci anni lo guardavi e vedevi la serie A.
Giocava trequartista, aveva la maglia numero 10 e faceva la gioia dei due Fabio: Talpa e Avitabile. Oggi il primo fa l’ingegnere, l’altro ha una gelateria. Con lui facevano 25 gol a testa. Ogni stagione”.

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Ragazzi del 4-4-1-1 di mister Cirillo. Classe ’90, come un altro attaccante di Torre Annunziata. “Immobile? Perdeva sempre contro di noi, anche se lui ci faceva sempre gol. Giocava con la Torre Annunziata ’88. Era bravino, ma non sembrava un predestinato. Solo mio padre aveva capito tutto prima”.

Il padre di Stefano oggi non c’è più, ma per decenni è stato un’istituzione del calcio giovanile campano. Prof. Giuseppe Cirillo, fondatore della scuola calcio Azzurri e talent scout a prima vista. “Ciro e Alfredo insieme. Era il sogno di mio padre. Provò a farselo dare, anche quando faceva panchina alla Salernitana. Diceva che sarebbero stati una coppia da serie A. La gente sorrideva, ma alla fine aveva ragione lui”.

Da Madonna della Neve alla gloria. Per dimenticare un tuffo maledetto

Stefano ha riaperto il cassetto dei ricordi. Da lì esce di tutto. Alfredino veniva da un quartiere molto popolare, affacciato sul porto. Si chiama Madonna della Neve. Diventare calciatori partendo da lì ha un sapore diverso. Significa andare a letto alle 9 quando gli altri ti bussano alla porta per uscire e fare tardissimo. Significa vedere alcuni tuoi amici stretti prendere strade sbagliate. Lui ha saputo seguire la sua passione, onorandola anche nei momenti in cui tutto sembrava perso”.

Una forza di volontà che parte da una tragedia lontana. Da una promessa profonda, da una maglietta che Alfredo porta con sé in campo. Sopra c’è suo cugino. Si chiamava Alfredo, aveva 14 anni. Si tuffò dalla torre del porto. Male, purtroppo. Quell’estate era stato acquistato dalla Cavese. Giocavano sempre insieme. Alfredino lo ha sempre con sé, ogni volta che gioca. E combatte per realizzare il sogno di entrambi”.

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Oggi, dopo una gavetta infinita, vede la luce. “Lo scartavano perché era gracile. Da bambino non cresceva. Lo ha fatto tardi. Non aveva un pelo addosso. Era emotivo, tantissimo. Tutti gli allenamenti finivano con lui in lacrime. Era insaziabile, voleva tirare tutti i rigori, anche se spesso li sbagliava. Poi ha fatto il primo gol in A dal dischetto, a Cagliari… Spesso faticava a gestire sconfitte e momenti difficili. Ogni tanto lo stuzzicavo per vedere le sue reazioni. Era un frignone, oggi è un uomo maturo che sogno di vedere con la maglia della Nazionale. Nessuno la meriterebbe più di lui”.

Alfredo, partner perfetto: "Per tutti. Da Talpa a Balotelli"

Sogni all’interno di una favola iniziata in ritardo. “Colpa anche di chi lo prendeva per fare il 4-3-3. Lui è opportunista e rifinitore. Lo facevano giocare esterno… Appena ha giocato a due...”.
Tutto vero, perché per anni ha fatto la fortuna dei suoi compagni d’attacco: Pavoletti a Lanciano, Lapadula a Teramo e Caputo a Empoli.

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Caterve di gol fatti e fatti fare. L’anno scorso a Brescia 25 lui e 12 di Torregrossa.
Ora c’è l’ultima missione: salvare il Brescia, facendo reparto con un altro ragazzo del ’90. “Tecnicamente lui e Balotelli sono perfetti insieme. Alfredo corre tantissimo senza palla e sa valorizzare una prima punta di talento”.

Da qualche parte, in ufficio o in gelateria, Talpa e Avitabile annuiscono. Ragazzi del ’90, cresciuti da Stefano Cirillo, insieme a un “nano malefico” che nessuno riusciva a fermare. E che oggi sta diventando grande. “Ma per me sarà sempre Alfredino”.
Detto così, a metà fra orgoglio e commozione. I motori di ricerca certe cose non le troveranno mai.

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