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L'esplosione di Mbappé, la rinascita di Falcao e l'equilibrio di Jardim: il Monaco giovane, bello e ribelle

| | Storie | Autore: Giacomo Chiuchiolo

Sarà il Monaco di Jardim l'avversario della Juventus in semifinale: il sorteggio ha dato il suo verdetto. Giovane, bello e ribelle: sembra lo slogan di un vecchio film anni ’50. Sulla locandina però niente James Dean, a catturare l’attenzione del pubblico ci ha pensato il Monaco di Leonardo Jardim, ancora una volta. Gioca bene, diverte, vince. E’ diventato ormai grande il Monaco, senza giri di parole. Ne sa qualcosa il Borussia Dortmund, annientato 3-1 allo Stade Luis II nel ritorno dei quarti di finale di ieri sera. Tedeschi superati e semifinale di Champions League raggiunta dopo 13 anni. E adesso non chiamatela più sorpresa, nemmeno cenerentola, perché dietro c’è molto altro. Lavoro, entusiasmo, fiuto per gli affari e progettazione: ecco la ricetta per riportare al tavolo delle grandi d’Europa una squadra che appena quattro anni fa tornava in Ligue 1 dopo due stagioni di purgatorio nella serie inferiore.

avete letto bene: dall’11/05/2013 al 19/04/2017, due date così ravvicinate e un arco temporale così ristretto in cui la società guidata da Dmitrij Rybolovlev è riuscita a riemergere dalle sabbie mobili della Ligue 2 fino ad imporsi al grande calcio grazie ad un mix vincente di gioventù, esperienza e un pizzico di incoscienza. Tipico delle grandi imprese. “Siamo nella storia, siamo i primi ad arrivare in semifinale dopo essere passati dai preliminari. Non siamo i favoriti ma abbiamo l’ambizione di arrivare fino alla finale, non dobbiamo porci limiti”. Parole chiare, senza troppi fronzoli. Jardim ci crede, vuole tutto. Il Monaco guarda alla Champions League ma sogna il Triplete, può permetterselo: primo posto in Ligue 1, finale di Coppa di Francia e semifinale di Champions. Chapeau.

E’ NATA UNA STELLA

Diverte il Monaco, segna a raffica, ha un attacco stellare da 90 gol fatti in campionato. Merito delle sue stelle. Una in particolare, la più splendente: Kylian Mbappé. Qui est-ce? Facile: un diciottenne che sta frantumando ogni tipo di record. Quali? Mettetevi comodi, sono tanti: il più giovane esordiente nella storia del Monaco (anche il marcatore più precoce) e della Nazionale francese, il giocatore più giovane a mettere a segno una doppietta in un quarto di finale di Champions League, e come se non bastasse con il gol di ieri al Borussia Dortmund è diventato l’unico giocatore in grado di segnare in tutte le prime quattro gare della fase ad eliminazione diretta della stessa competizione. Un predestinato, non serve altro per descriverlo. Paragoni importanti, già in tenera età: prima “le petit Robinho”, poi il nuovo Henry, il suo idolo da sempre. Corre Mbappè, non si ferma mai. Merito delle leve lunghe che sembra lo facciano volare quando parte in progressione. Segna sempre, in tutte le competizioni. Già 5 gol in Champions League (3 al Borussia Dortmund tra andata e ritorno), 12 in campionato. Ora lo vogliono tutti, è diventata la stella più brillante. Da Bondy al tetto d’Europa, Kylian ci ha messo poco per realizzare i suoi sogni. Ma lo ha fatto con intelligenza, senza azzardare niente. Un esempio? Già a 13 anni il Real Madrid lo chiamò per un provino, stregato dalle doti di quel ragazzino così promettente. Mbappè tornò dalla Spagna con la foto dell’idolo Zidane e la convinzione che rimanere ancora in Francia gli avrebbe fatto bene. Mai decisione fu più giusta, basta guardare quello che è diventato adesso.

LA RINASCITA DELLA TIGRE

A fargli compagnia lì davanti un altro che di talento se ne intende, anche se negli ultimi anni sembrava averlo perso per strada. Un infortunio di troppo, un lungo stop e una carriera che sembrava giunta al capolinea a soli trent’anni. Poi il ruggito: di rabbia, d’orgoglio, di forza. Per testimoniare che “El Tigre” Falcao è tornato più forte di prima. Bastano i numeri per dimostrarlo: 18 gol in campionato, 7 in Champions League compresi i 2 nei preliminari. Sempre in giro per il mondo, costantemente: Colombia, Argentina, l’esplosione in Portogallo. La conferma in Spagna e la caduta in Francia, sempre al Monaco, con la rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro a compromettergli la carriera: “E' stato il momento peggiore della mia vita, dopo l'operazione ho pensato addirittura al ritiro”. E pensare che Falcao da bambino era diviso a metà tra il calcio e il… baseball: “In Venezuela è lo sport nazionale, ero molto forte, potevo fare carriera. Ma il calcio mi scorre nelle vene così insieme mio padre ho deciso di tornare in Colombia per giocare nel Lanceros”. Questione di scelte, il gol come filosofia di vita. Ad ogni latitudine, in ogni modo. Fino a diventare il numero 9 più forte che si potesse ammirare su un campo di calcio, almeno nel biennio spagnolo all’Atletico Madrid. Prima del passaggio al Monaco e il conseguente infortunio. Ora però Radamel è rinato, si è messo alla spalle le stagioni senza gol e ha ritrovato la via della rete. Con quella realizzata ieri al Borussia Dortmund fanno 45 in 50 presenze nelle coppe europee. La Juventus è avvertita.

LA FORZA DELL’EQUILIBRIO

Va bene l’attacco esplosivo, ma il Monaco è anche altro: è equilibrio ed organizzazione. Merito di Leonardo Jardim, un perfezionista estroso e ordinato, da tre anni alla guida dei monegaschi. Il 4-4-2 il modulo più utilizzato. Esterni veloci e in grado di saltare costantemente l’uomo, con Bernardo Silva e Lemar capaci di confezionare assist a ripetizione e segnare con continuità (già 15 gol in due). Il centrocampo è affidato alla coppia Joao Moutinho e Bakayoko, fosforo e muscoli al servizio della squadra. La difesa è forse il punto debole, almeno nei nomi. Anche se a guidarla c’è una vecchia conoscenza della Serie A come Kamil Glik, sempre pronto a consigliare i suoi compagni di reparto. Ieri a fargli compagnia al centro dal 45’ si è rivisto anche Andrea Raggi, ormai un veterano dalle parti del Principato. Pochi giri di parole: sulla carta il Monaco sarebbe l’avversario più abbordabile da affrontare per la Juventus. Ma questi ragazzi hanno fame: sono giovani, belli e ribelli. Erano i meno accreditati, si sono seduti al tavolo delle grandi d’Europa senza invito. E ora non hanno più intenzione di alzarsi. Per la Juve non sarà facile.

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