“Tedesco vola, sotto la curva vola, la curva s’innamora”. Il canto della Curva Sud risuonerà sempre nella sua testa. Perché Rudi Völler, alla Roma, ha davvero lasciato il segno. Cinque stagioni, un solo trofeo conquistato. Ma in una piazza che vive più di passione che di coppe, contano soprattutto cuore, impegno e sudore. E tanti, tanti gol. Questo ha dato ai giallorossi Völler. Che comunque, in carriera, di trofei importanti ne ha vinti eccome…
Alla Roma arriva nell’87, dopo 11 anni passati in Germania tra Kickers Offenbach, Monaco 1860 e Werder Brema. 21 gol nella prima avventura, 48 nella seconda, 119 nella terza. Segna a raffica, con il Werder diventa anche capocannoniere, e Dino Viola lo vuole portare nella capitale dopo una stagione fallimentare. La Roma viene infatti da un 7° posto in Serie A, in Coppa Italia è uscita agli ottavi e in Coppa delle Coppe ai sedicesimi. Serve una scossa. E Rudi Völler sembra essere la mossa giusta: all’aeroporto, l'attaccante lo accolgono in centinaia.
Ma la prima stagione delude le aspettative. 5 gol tra Serie A e Coppa Italia. Sarà per problemi di ambientamento, sarà soprattutto per i tanti infortuni. Rudi non sembra Rudi. E il pubblico comincia a non gradire. “Dissi a Dino Viola che se non era soddisfatto del mio rendimento poteva cedermi, lo avrei capito. Ma lui rispose: ‘Tu rimani qui, ho sempre creduto in te’”. La volontà del presidente è chiara. Così come l’entusiasmo di Völler, che nelle 4 stagioni successive segna 63 gol. 25 ne realizza nel ‘90/’91, portando la Roma a vincere la Coppa Italia e ad arrendersi solamente in finale di Coppa Uefa contro l’Inter. Da capocannoniere di entrambe le competizioni.
Con la Germania ha anche il tempo di vincere i Mondiali di Italia ’90, in finale contro l’Argentina, allo stadio Olimpico. Il “suo” stadio. Quello dove il popolo romano lo ha accolto come un figlio. E dove 14 anni più tardi sarà inserito nella Hall of Fame giallorossa.
Nell’estate ’92 arriva il momento dei saluti. Con Boskov in panchina Rudi sa che troverà poco spazio. Allora via, direzione Marsiglia. Lascia la sua seconda casa, ma arrivano subito i trofei pesanti: al primo anno vince il campionato francese – revocato dopo 3 mesi per un caso di corruzione – e soprattutto la Champions League, l’unica nella storia del club. Un’altra stagione in Francia, poi il ritorno in Germania al Bayer Leverkusen. 30 gol in 73 partite prima del ritiro dal calcio giocato nel ‘96.
Ma il mondo del pallone non vuole lasciarlo: diventa prima dirigente del Bayer – di cui è oggi direttore esecutivo –, e nel 2000 lo allena anche per 3 settimane. Poi è la Germania a chiamarlo in panchina: ai Mondiali 2002 perde solamente in finale contro il Brasile di Ronaldo. Agli Europei 2004, invece, non supera nemmeno i gironi. Rudi è stanco, quel ruolo comincia a risultargli pesante e si dimette: “Volevo fermarmi e rilassarmi, ma solo due squadre potevano farmi cambiare idea: Leverkusen e Roma”.
Quell’estate Totti e Baldini lo chiamano per sostituire Prandelli, che per motivi personali ha lasciato la squadra prima dell’inizio del campionato. Lui accetta, ma per la Roma è una stagione disastrosa. Si alterneranno 4 diversi allenatori. Prandelli, Völler, Delneri e Bruno Conti. Il tedesco in particolare si dimetterà dopo soli 26 giorni: “Ero poco preparato, la Serie A era cambiata. Rappresentavo la persona sbagliata nel momento sbagliato. Se è andata così, è solo colpa mia”. Perché per amore, a volte, è meglio fare un passo indietro. Auguri a Rudi Völler, il tedesco volante che ha fatto innamorare Roma.
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