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Nettuno, il baseball e l'amore profondo per i colori giallorossi: il calcio di Bruno Conti

| Storie | Autore: Marco Juric

Volto nervoso, chewing gum masticato ossessivamente e quelle mani passate sul volto almeno dieci volte. Testa e muscoli tesi come una corda di violino. Niente, non riesce a stare fermo. Saltella, fa stretching e poi, come una molla, scatta e fa un allungo di 10 metri nel sottopassaggio dello Stadio Olimpico. La maglia è sempre la stessa. Giallorossa, con il numero 7 sulle spalle. Il nervosismo gli scava il volto e quel continuo dover muovere il proprio corpo è solamente il riflesso del vortice emozionale di una serata speciale. Ma non è la partita decisiva per lo Scudetto dell’82-83, non è una delle tante finali giocate con la Roma. No, è il giorno del suo addio al calcio: il 23 maggio 1991. La partita più importante che abbia mai giocato.

 

 

Partire dalla fine, per descrivere cosa è stato Bruno Conti per la Roma e la Roma per Bruno Conti. Non servono parole, basta osservare quelle immagini sbiadite. È teso “Marazico”, emozionato e forse impaurito dalla valanga di affetto che di lì a poco gli 80.000 dell’Olimpico gli riserveranno. Gli stessi che solo il giorno prima avevano vissuto la delusione di una Coppa Uefa persa contro l’Inter. Ma per il “Sindaco de Roma” si sono ritrovati nuovamente tutti lì, per salutarlo un’ultima volta. Agostino Di Bartolomei lo abbraccia poco prima di entrare in campo, quasi per tranquillizzarlo. “È una giornata di festa Brù”, sembra sussurrargli. Il sospiro tra le braccia del Capitano spiega ancora una volta tutto. “Grazie Ago, dammi la forza di reggere questa valanga di emozioni”. Una carezza al figlio Daniele e poi la chiamata dello speaker. Le scalette fatte a mille, come uno dei tanti scatti sulla fascia. L’Olimpico è tutto per lui. “Bruno, Bruno”. È un urlo assordante. Finalmente si scioglie, manda baci ai suoi tifosi e corre in campo. Per l’ultima volta con i tacchetti ai piedi.

 

 

Una carriera quasi interamente passata con i colori della Roma addosso. Ma iniziata… su un diamante. Eh sì, perché dov’è nato Bruno Conti, il calcio non c’è. Nettuno è un porto sul litorale laziale, cinquantamila abitanti. Quando si arriva, anche i cartelli annunciano l’appartenenza sportiva: “Città del Baseball”. Per lui, Roma è più rappresentata dai colori giallorossi che dalla città. La capitale è lontana, settanta chilometri a nord, la vera casa è sempre stata Nettuno. "Prima del calcio c’è stato il baseball", perché questa città sul mare ha sempre offerto mazze di legno e home run, più che scarpini e palloni di cuoio. “Giocavo d'estate ed ero anche bravo. Dagli Stati Uniti arrivò una proposta del Santa Monica, che mi offrì una borsa di studio, ma mio padre volle tenermi a casa”. A 13 anni i college americani potevano aspettare, così come un futuro in MLB. Ma non il baseball italiano, visto che a quattordici anni, nel 1969, disputò con il Nettuno BC una partita in massima serie. Un'apparizione e basta. Solo per poter dire "ha giocato anche con noi", quasi sapessero che di lì a poco il futuro di Bruno avrebbe preso una piega diversa.

 

Italia 1982 commons.jpg

 

I primi calci proprio nella squadra della città, poi il passaggio all’Anzio, in Promozione. Era giovane e voleva esplodere, per questo dal mare del litorale iniziò a fare la trafila dei vari provini: Bologna, poi San Benedetto del Tronto. Sempre scartato. “Bravo tecnicamente, ma fisicamente troppo gracile”. Una litania sentita decine di volte. Ma la forza interiore e la fame di diventare calciatore non lo fecero mollare. Alla fine, nel 1973, la chiamata della Primavera della Roma. Pochi mesi tra i più piccoli e il 10 febbraio del 1974 l’esordio assoluto. Poche presenze e l’anno successivo il prestito al Genoa, fortemente voluto da Gigi Simoni. Un anno magico all’ombra della Lanterna, culminato con la promozione in Serie A e il premio come miglior giocatore della Serie B. Da lì il ritorno nella Capitale. Due anni in giallorosso e ancora un prestito. Sempre a Genova. “Ero come un pendolare, un precario. L’ala con la valigia, sempre pronta a partire”. Poi però nel 1979, con Liedholm nuovamente allenatore, il ritorno definitivo. “Prima in campo quelli più grandi mi impaurivano, ma Liedholm mi ha fatto il lavaggio del cervello. Il fisico conta fino a un certo punto. Io ero innamorato del pallone e avrei dribblato anche i pali”. Il resto è storia. Conti e la Roma, un amore durato sedici anni. 403 presenze e 47 gol, uno Scudetto, cinque Coppe Italia ma anche la tremenda delusione della Coppa Campioni persa nel 1984.

 

 

Non ho mai discusso con un allenatore, non ho mai litigato con nessuno. Mi diverto solo a giocare a calcio”. Per molti è stato Marazico, grazie al Mondiale trionfale giocato con l’Italia. Lui era l'uomo dell'ultimo passaggio, quando "bastava solo spingere la palla in porta", ama ricordare Paolo Rossi. Ma in tutti rimane indelebile il ricordo delle sue corse sulla fascia con i capelli al vento, dei suoi repentini dribbling, con quegli improvvisi cambi di direzione che ubriacavano ogni avversario, “come fa un gatto con il gomitolo”. Gianni Brera descrisse al meglio cos’era Bruno Conti sui campi da gioco. Ma a Roma le descrizioni non sono mai servite, perché “di Bruno ce n’è uno e viene da Nettuno”. Auguri Brù.

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