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Matuzalem, dal Brasile alla Lazio e ritorno: “Il calcio mi ha salvato”

Mozzarella e ricordi, il lockdown fino alle spiagge del Brasile: "Ormai la situazione è seria anche qui, purtroppo non tutti l'hanno ancora capito. Finito tutto questo apro una scuola calcio per bambini. E chissà, magari la gestirò a distanza da Roma: non vedo l'ora di tornare". L'ultimo ospite di Casa Di Marzio è Francelino Matuzalem: dal Napoli alla Lazio, dal Bologna al Genoa, oltre 10 stagioni in Serie A, il calcio che gli ha offerto una nuova vita.

"E' quasi un anno che manco dall'Italia e sono tornato a vivere un po' nel mio paese", inizia a raccontare l'ex centrocampista, 40 anni il prossimo giugno. "Da quando è iniziata la mia carriera non era mai successo: ora riscopro un Brasile diverso". Quello del giovane Matuzalem era fatto di stenti. "Non lo nascondo: se non fosse stato per quel provino al Vitoria Bahia avrei fatto la fine di tanti miei amici d'infanzia. In galera o al cimitero. Vivevamo in un quartiere povero, droga e delinquenza erano all'ordine del giorno".

La svolta definitiva arriva con la chiamata del Parma, che lo gira subito al Napoli. "Ero felicissimo, ma completamente ignaro del mondo che avrei conosciuto", sorride Matuzalem. "'Quando giochiamo contro la Juve e l'Inter?', chiesi a mister Novellino appena arrivato lì. 'Farai bene a a darci dentro', mi rispose l'allenatore. 'perché siamo ancora in Serie B'. Per fortuna a fine stagione sarebbe arrivata la promozione".

E per Francelino, la vera Napoli. "Madonna mia, la mozzarella!", ancora oggi tentazione irresistibile. "Non riuscivo a farne a meno: ne mangiavo talmente tanta da aver perso la condizione fisica. E Mondonico cominciò a tenermi in panchina. Ero inguardabile". Anche se poi l'Inter arriva davvero: al San Paolo, contro Vieri e Recoba, il match winner nel 2001 è il giovane brasiliano con un siluro dalla distanza. "Uno dei miei ricordi più belli. Vincere così, con un mio gol e in mezzo a tutta quella gente. Ma io ero un ragazzo timido, mandavo avanti gli altri a fare le interviste. E all'inizio dicevo a mia madre per telefono che volevo tornare in Brasile: per fortuna mi spinse a rimanere".

"Quel gol a Julio Cesar…"

Poi Piacenza, Brescia. "Quando per la prima volta ho visto Baggio mi era venuto da piangere", confessa Matuzalem. "Per me era ancora una leggenda, quello della finale mondiale del '94 che avevo visto da ragazzino. Lui e Ronaldinho, nelle giovanili del Brasile, sono senza dubbio i più grandi con cui abbia mai giocato".

Anche Matuzalem era nato come giocatore dietro le punte, per voi venire dirottato davanti alla difesa. "Poi sono andato allo Shakthar, perché volevo giocare la Champions League", quando ancora gli ucraini erano una squadra semisconosciuta. E per qualcuno, anche Francelino: "'Ma chi sei?', mi accolse mister Lucescu. 'Semmai chi sei tu!'. Alla fine per me diventò come un padre". 35 gol in tre anni, parentesi da bomber.

"Anche se la rete più importante l'ho segnata qualche anno dopo, alla Lazio". Supercoppa Italiana 2009. "Un rimpallo", ricorda Matuzalem. "Il pallone mi colpì in faccia e superò Julio Cesar. Altro che gol di mano! Mi fece malissimo…" All'Inter di più: l'unico trofeo sfuggito alla squadra del triplete. "Ricordo che alla fine Mourinho non ha nemmeno voluto ricevere la medaglia". Per il brasiliano, a Roma sono stati gli anni della maturità: "E sarebbero potuti durare anche di più, se fossi stato un po' più rigoroso in allenamento".

Qualche rimpianto? "Mi sarebbe piaciuto giocare un mondiale", ammette Matuzalem. "Ma ripenso a com'ero prima di iniziare a giocare. E posso solo essere contento della strada che ho fatto". La scuola calcio di Francelino parte da qui.

Redazione

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