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Uno spritz con Paolo Poggi: viaggio tra Zaccheroni, figurine e Venezia

| Storie | Autore: Francesco Gottardi

Le imprese con l'Udinese di Zaccheroni, storie di record e figurine introvabili, l'eterno richiamo di casa: la nostra intervista a Paolo Poggi nella sua Venezia

Paolo Poggi lo incontriamo al Ponte delle Guglie, nel cuore del sestiere di Cannaregio. “Vivo qui in zona da venticinque anni. Ma sono cresciuto a Sant’Elena, proprio dietro lo stadio. Il destino aveva già apparecchiato tutto.

“Ciao Paolo! Miglior attore non protagonista!” Neanche il tempo di accomodarci in un vicino bar d’angolo in Strada Nova, una delle principali arterie di Venezia, che l’ex attaccante viene avvicinato dai passanti. Lo interrompono in pochi, lo riconoscono in tanti. Perché Poggi (classe 1971) è figlio della sua città sin da quando ha dato i primi calci al pallone.

“Ho cominciato a giocare al Venezia in un periodo di grande fermento, fortunato”, inizia a raccontarci in esclusiva per Gianlucadimarzio.com. “Prima la fusione con il Mestre, poi la doppia promozione dalla C2 alla B. Ancora oggi, in giro per Venezia si può ancora trovare qualche saracinesca con su scritto Mitico Bosaglia’": il portiere che parando un rigore nei minuti finali di Venezia-Como (16 giugno 1991, la Serie B in palio), ha fatto la storia arancioneroverde. L’artefice di quel successo è Alberto Zaccheroni, l’allenatore che più di tutti segnerà la carriera di Poggi.

“Sapeva esattamente cosa farmi fare, come, quando. Da calciatore è difficile avere un livello autocritico molto alto. Con gli anni mi sono reso conto che ogni singola scelta che aveva fatto nei miei confronti era azzeccata”. A Venezia, ma soprattutto a Udine. Poggi vi arriverà nel 1994, un anno prima di Zac. “Due promozioni con il Venezia e Coppa Italia con il Torino alla mia prima stagione in Serie A: a 22 anni cominciavo a pensare che vincere fosse veramente facile. Ovviamente non era così, dovevo stare attento a non bruciare le tappe. Quindi Udine: con uno squadrone appena retrocesso in Serie B abbiamo centrato subito la promozione. E poi ci siamo divertiti.”

Era l’Udinese di Poggi, Amoroso e Bierhoff: “I più forti con cui abbia giocato in quelli anni: il primo per fantasia, il secondo per concretezza. Ma per talento inespresso ci tengo a ricordare anche l’egiziano Hazem Emam. Centrocampista fortissimo, a detta di Paolo, anche se in pochi lo ricorderanno: inghiottito dalla concorrenza spietata della Serie A più bella di sempre, non andò oltre le 11 presenze. Quella squadra, con Zaccheroni in panchina, riuscì a ritagliarsi un ruolo sempre più importante. Da terribile provinciale a vera protagonista.


La partita della svolta arrivò il 13 aprile 1997 al Delle Alpi, contro la Juve lanciata verso lo scudetto. Dopo appena tre minuti Genaux, il terzino destro, si fa espellere e nonostante l’inferiorità numerica Zaccheroni non cambierà assetto tattico, giocandosela con tre difensori. L’Udinese vincerà 0-3, il calcio italiano scopre il 3-4-3 di Zac. “Io ero in panchina. Non mi sembrava vero. All’inizio pensavamo ‘Questo è un pazzo!’ Poi, man mano che è andata avanti la partita… Il risultato era esagerato: non avevamo stracciato la Juventus, che aveva sbagliato due rigori.”

“Ci era andato tutto bene, ma comunque giocarcela in dieci contro undici alla pari con quella Juve a Torino, significava aver individuato esattamente quello che noi come squadra potevamo dare. Zaccheroni se l’era immaginato molto prima, di poter giocare con il 3-4-3, e ha colto l’occasione per dimostrarlo anche a noi. Lì abbiamo capito davvero che Zac era una persona da seguire e da non mollare. Ha dato prova di conoscerci meglio di noi stessi."

È il momento migliore della carriera di Poggi, che in maglia Udinese realizzerà 233 presenze e 50 reti. “La più significativa? “Nell’ultima partita di quel campionato, 3-0 contro la Roma all’Olimpico. Io ho fatto il primo gol: c’era la sensazione che si aspettasse solo il momento per colpire. Sapevamo che l’avremmo vinta. E aver segnato in quel match dimostrava un’altra volta la consapevolezza nei nostri mezzi, al punto di vincere le partite prima di giocarle. L’anno dopo siamo arrivati terzi”.


Sarà un caso che abbia detto Roma? Poggi ci andrà a giocare proprio nell’anno dello scudetto…senza vincerlo. “Là non è andata bene per mie responsabilità. La Roma, Capello, Franco Baldini mi hanno dato un’opportunità straordinaria. Non l’ho sfruttata io, quindi sono io il cog...e. È un rammarico enorme, ma anche un privilegio, poter dire di aver giocato in quella squadra. Ogni mattina mi svegliavo per andare ad allenamento sapendo di non poter sbagliare un colpo: ti immagini far brutte figure davanti a quei giocatori lì? Non so se a fregarmi sia stata la pressione, ma evidentemente nella mia testa non ho avuto la capacità di alzare l’asticella”.

Così a gennaio 2001, l’attaccante passa dai giallorossi primi in classifica al Bari fanalino di coda. Invece di diventare Campione d’Italia, Poggi vivrà una retrocessione. “Nessun rimpianto per quella scelta. Ero fermo da sei mesi, avevo voglia e necessità di giocare, di dimostrare di essere ancora interessante come giocatore di trent’anni. E infatti poi sono andato a Piacenza. Entrando, comunque, nella storia della Serie A.

2 dicembre 2001, stadio Franchi di Firenze. La Fiorentina batte il calcio d’inizio, subisce la pressione di Hubner, Poggi si avventa sul pallone e scarica in gol. È il più veloce di sempre in Serie A. “Solo contro quella sfortunatissima Fiorentina poteva capitare una cosa del genere. Il mio allenatore, Novellino, non era ancora arrivato in panchina. Però non avevo contato, non immaginavo di essere stato così veloce. Talmente veloce che il record rimane da 17 anni”.

Il calcio è così. Poggi è stato un attaccante di talento e soprattutto completo, per molti aspetti un precursore moderno del suo ruolo. Ha trascinato l’Udinese in Coppa UEFA, segnato più di cento gol in carriera. Eppure, i più se lo ricordano per una statistica. O per una curiosità. “Quello delle figurine è stato un altro evento del caso. Alcuni colleghi del campo a Udine mi avevano raccontato di questa storia che stava prendendo piede. Era il 1997-1998, sono passati vent’anni, ma io resto ancora l’introvabile delle figurine. Mi capita quasi tutti i giorni di incontrare qualcuno che mi chieda di raccontarlo. Ma come il gol con il Piacenza, sono cose che non si possono spiegare. E che in qualche modo hanno caratterizzato la mia carriera. La figurina? No no, io non ce l’ho mai avuta. E nemmeno l’album”.

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I colleghi di ieri e di oggi però sono stati segnati solo dalle sue giocate. “Domenica, prima di Venezia-Verona, mi ha raggiunto Pazzini: -In questo stadio ci ho giocato una volta sola, quando ero all’Atalanta. Abbiamo perso 1-0 per un tuo gol-. L’altro giorno invece Zenga, che non conoscevo da allenatore ma al Venezia si è fatto subito apprezzare, mi ha voluto ricordare di un Torino-Inter in cui gli ho segnato". Tra il Pazzo e l’Uomo Ragno ci sono 24 anni di differenza: le reti di Poggi uniscono due generazioni.

E nella sua Venezia, Paolo è soprattutto il campione che c’è sempre stato. “Ero appena rientrato a Parma dal prestito a Piacenza, il dt era Arrigo Sacchi. -Voglio tornare a Venezia-, gli dico. -Ma se da Venezia stanno andando via tutti?-. -Eh lo so, proprio per questo ci voglio tornare-. Ci salvammo, in quella Serie B a 24 squadre”.

Zamparini aveva appena lasciato il club in direzione Palermo, facendolo sprofondare in una crisi inesorabile. Il culmine si raggiunse nel 2008-2009, l’ultima da calciatore per Poggi e l’ultima nel professionismo, dopo 30 anni, per il Venezia. “La salvezza sul campo in Lega Pro rimane un’enorme soddisfazione ottenuta in condizioni proibitive. Con la società che stava fallendo, quel gruppo dimostrò dei valori sopra la media. C’era tanta venezianità, in quella squadra.

Poggi, Mattia Collauto, Massimo Lotti (di Gaeta, ma veneziano acquisito). Che non a caso perdurano nel Venezia di Tacopina. Un forte segnale di continuità. “Una società localizzata in questa strana città deve necessariamente avere un po’ di indigeno dentro. Il presidente è il primo ad averlo compreso, con grande umiltà: qui ci sono dei meccanismi difficili da capire e da far capire".

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In questo senso, Poggi è una forte figura di raccordo: chi meglio di lui potrebbe essere l’ambasciatore dei colori arancioneroverdi nel mondo? “L’incarico ufficiale si chiama responsabile dei progetti internazionali: un’apertura verso il mondo intero da parte della società che è la rappresentanza sportiva più importante della città. Attraverso il nome di Venezia andiamo a raccogliere consensi, tifosi, affiliazioni con altri club”. Un ruolo delicato, perché significa far crescere il Venezia FC sul piano internazionale senza snaturarlo della sua forte radice locale. Anzi, è soprattutto quest'ultima che va rafforzata e recuperata.

“Provo a immedesimarmi nel tifoso: dopo che in dieci anni ha visto tre fallimenti, deve trovare stimoli nuovi. Noi dobbiamo ricreare l’empatia, a prescindere dei risultati. Ma dimostrando concretezza con i fatti. Mai come ora siamo vicini ad avere uno stadio nuovo, ad esempio. Un altro obiettivo è avvicinare la squadra alle persone, fisicamente. Non abbiamo macchine, ci si ferma e ci si saluta per la strada. Questa è la cadenza del veneziano. E così la gente deve vedere, potersi avvicinare ai giocatori. Entrando in amicizia e in confidenza con loro. Magari anche con qualche spritz. A quel punto, andare alla partita non sarà più 'vado a vedere il Venezia', ma 'vado a vedere i fioi'.

Di sicuro, Paolo Poggi ci è riuscito. Altro che introvabile. A Venezia tutti sanno dov’è, sempre pronto a far ‘do ciacoe’ per la sua città e il suo calcio. Ancora meglio se al bar, orario aperitivo.


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