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Pallotta-Monchi, parabola (discendente) di un rapporto

| Storie | Autore: Marco Juric

“Non potrei essere più felice per l’arrivo di un dirigente, comunemente riconosciuto come una delle migliori menti nel mondo del calcio”. James Pallotta accoglieva così, il 24 aprile del 2017, l’arrivo di Monchi come nuovo direttore sportivo della Roma. Con lo stesso entusiasmo per un calciatore, la Roma e il suo presidente esultavano per l’arrivo del ‘top player’ dei direttori sportivi.





Chi è il profilo migliore sul mercato? Monchi? Lo prendo. Più o meno la ricerca del post Sabatini era andata in questa direzione, come raccontato dallo stesso Pallotta a fine luglio 2017 ai microfoni statunitensi di Sirius XM FC: “Avevo perso molta fiducia dopo i primi due anni nel mio direttore sportivo. Non solo il tipo di giocatori ce stavamo comprando, ma un po’ di cose. I primi due anni sono stati ottimi, ma avremmo dovuto costruire su quelli e invece lui continuava semplicemente a fare scambi. Quindi ad agosto, parlando con Franco Baldini, ho detto che avremmo dovuto prendere un altro direttore sportivo. Ho chiesto di Monchi, Baldini mi ha detto che non sarebbe andato da nessuna parte, ma che gli avrebbe fatto una telefonata. Uscì fuori che Monchi voleva parlarmi!”.







Riletta oggi, il racconto entusiastico delle ‘schermaglie amorose’ tra Monchi e Pallotta fa sorridere se confrontate con quanto detto oggi, prima a Siviglia e poi a Boston. Una corte fatta personalmente dallo stesso Pallotta: “Lui voleva andare via da Siviglia, abbiamo avuto delle riunioni segrete e ci siamo trovati bene da subito. Siamo stati fortunati a prenderlo perché qualcun altro lo voleva per molti più soldi”.

Entusiasmo primaverile diventato amore in pochissimo tempo. Il titolo di fine luglio fu uno solo e venne direttamente dalla bocca del presidente giallorosso “Monchi in due mesi è stato un dono del cielo”. Verba volant, scripta manent. E cosa rimane di più se non una foto? Londra, taxi e abbracci. Un’istantanea dell’estate 2017, tornata prepotentemente in prima pagina in questi giorni. Tra meme di scherno e un po’ di nostalgia di una società convinta ed entusiasta - nel bene e nel male - della strada intrapresa. Oggi, chimera strutturale da ricostruire.






L’estate vola, tra entusiasmo “per il primo vero mercato di Monchi” e l’inevitabile malcontento di un mercato fatto di plusvalenze. Ma c’è Monchi, c’è un nuovo allenatore. Viva il re. Un rinnovato entusiasmo confermato a fine novembre dalle colonne di Sports Illustrated: “Monchi è anche meglio di quello che pensavo”. L’apice. Preso il top player, il presidente scopre che cioè che riteneva il migliore è anche meglio.


In campionato la Roma stenta, ma il posto Champions non è mai seriamente in discussione. In più il cammino europeo è esaltante. Il bagno nella fontana di Piazza del Popolo lava ogni piccola macchia del primo anno di Monchi a Roma: “Lui è arrivato in una situazione difficile, i frutti del suo lavoro si vedranno più avanti. Sono felice di quello che stiamo facendo ma c'è ancora molto da fare. Si deve vedere l'impronta di Monchi. La pensiamo allo stesso modo: ci arrabbiamo per le stesse cose. Abbiamo cambiato il nostro sistema di scouting, la nostra academy”.







L’entusiasmo diventa analisi, il rapporto si stabilizza tra tanti alti e qualche basso. La Roma arriva terza in classifica e sfiora la finale di Champions. La parte sportiva ha preso la direzione giusta, ora serve il salto di qualità. Il salto arriva, ma dall’estate 2018 solo all’indietro.

Mercato pieno di dubbi, cessioni pesanti bilanciate da acquisti diventati ben presto capo d’accusa principale dell’operato dello spagnolo. Un anno per conquistarsi, due mesi per rovinare tutto. Dall’estate l’inizio del tracollo, a Roma inizia il processo giornaliero all’operato del suo ‘top player’. La squadra non gira, gli acquisti non si integrano. In più la scelta tecnica in panchina, difesa fino all’ultimo da Monchi, sale sul banco degli imputati. Da Boston mesi di silenzio.






L’insoddisfazione monta, Pallotta non rilascia più dichiarazioni ufficiali, ma il suo “I’m disgusted” diventa appendice fissa alle prestazioni in campo della Roma. Bologna, Spal, Cagliari. Per Pallotta la misura è colma. Allora lo fece intuire, oggi l’ammissione: “A novembre, quando la nostra stagione stava andando di male in peggio e tutti notavano come l'allenatore stesse faticando a ottenere una reazione dai calciatori, chiesi a Monchi un piano B da attuare nel caso in cui le cose fossero ulteriormente peggiorate. Pur essendo lui l’unico responsabile della parte sportiva alla Roma, non aveva un piano B. Questo accadeva a novembre: mi spiegò che il suo piano B era continuare con la stessa strategia, quella del piano A”.







Una strategia testarda, forse ciecamente orgogliosa del suo direttore sportivo. Che non pagò. A dicembre la convocazione: tutti a Boston. Il comunicato di allora di Pallotta fu lungo, ma con un appendice chiara: “Non sono soddisfatto dei risultati e delle prestazioni di questa stagione. Se qualcuno non si impegnerà a essere parte di questo sforzo collettivo, allora qui non ci sarà più posto per lui”. A fine 2018 la pietra tombale a stelle e strisce.

Fine del rapporto, confermato anche dalla lunga intervista del febbraio scorso dove Pallotta andò a toccare praticamente ogni argomento a tinte giallorosse. Dallo stadio alla VAR, dai calciatori alle prestazioni in campo. Numero di volte che fu nominato Monchi? Zero.


Oggi a Siviglia la miccia ha finito la sua corsa. Parole dure e in controtendenza con quanto dichiarato fino a pochi giorni prima del suo addio dalla Roma. Una spavalderia ritrovata fra i cuscini di casa, esposta dalla ‘comfort zone’ andalusa. La risposta di Pallotta non si è fatta attendere. Toccando tasti dolenti ma oggettivi: “Mi ha chiesto di fidarsi di lui e di lasciarlo fare a modo suo. Gli abbiamo dato il pieno controllo e ora siamo alle prese con più infortuni di quanti ne avessimo mai avuti e rischiamo di non riuscire a finire tra le prime tre per la prima volta dal 2014".

Amore che diventa odio. Giocato sull'asse ispanico-americana, con Roma spettatrice - lievemente irritata a leggere i commenti sul canale YouTube del Siviglia. Dal sogno del salto di qualità alla realtà di un possibile triplo carpiato rovesciato in caso di mancata Champions. 2019-2014, dove l'ordine, purtroppo per la Roma, non è sbagliato.


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