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Nostalgia e sogni, ecco Diana: "Con Mazzone mi tremavano le gambe, che ricordi in spogliatoio con Baggio. Ai Mondiali non penso più, ora voglio la salvezza col Melfi"

| Interviste | Autore: Matteo D'Aquila

Questione di mentalità. Paura mai, nonostante in carriera sia capitato che le gambe tremassero: "Mamma mia quando parlava Carletto Mazzone...". Rimpianti zero, anche se il destino ha deciso di fermarlo probabilmente nel momento più importante, giusto in prossimità dei Mondiali del 2006: maledetta pubalgia e niente 'Pooo po po po po po'. Ricordi, tra nonnismo in spogliatoio ed "emozioni da Roberto Baggio". E nostalgia, tanta, per un calcio che adesso non c'è più. Quel calcio di cui è stato tra gli esponenti più apprezzati (chiedere al 'popolo social', ndr). Idolo, senza esagerare: scorribande a mai finire su e giù per la fascia per Aimo Diana, che dopo aver fatto a lungo ammattire gli esterni di mezza Serie A con le maglie - tra le altre - di Brescia, Sampdoria, Palermo e Torino, adesso corre come un treno e sogna la salvezza sulla panchina del Melfi, in Lega Pro.

MISSION IMPOSSIBLE - Quattro partite alla guida del club lucano - reduce da un periodo nero, prima dell'arrivo di Diana, caratterizzato da 10 sconfitte di fila -, tre successi consecutivi e una missione non più impossibile. "E' vero, al mio arrivo la squadra era ultima e sembrava senza speranze, ma nonostante le tre vittorie di fila è ancora tutto molto difficile: una rincorsa come la nostra risulta sempre stressante. Paradossalmente la partita più importante è stata la prima su questa panchina - racconta Diana ai microfoni di GianlucaDiMarzio.com -, quella in cui abbiamo perso 4-0 in casa contro la Paganese: è lì che ho avuto modo di capire parecchie cose. Quando si perdono 11 partite di fila inizia a diventare tutto pericoloso, subentrano anche fattori extracalcistici. Appena arrivato ho trovato pochi sorrisi, facce scure e tanta pressione. Così ho voluto dare un input ai miei ragazzi: 'Perdiamo? Ok, ma cambiando atteggiamento. In questa situazione meglio rischiare e perdere 6-4 piuttosto che non creare nulla'. Ho detto loro di giocare ogni partita. E non provando a non perdere, ma pensando solo a vincere. C'era bisogno di essere sbarazzini e un po' presuntuosi. E questo ha funzionato. Insieme a tanto, tanto lavoro". Detto, fatto. Colpo ad effetto: 'Clamoroso al Cibali!'. 2-0 sul campo più prestigioso e l'inizio di un nuovo campionato. "A Catania è arrivata la svolta, la vera risposta. La squadra ha seguito perfettamente tutte le indicazioni: negli spogliatoi ho visto i miei ragazzi increduli e finalmente sorridenti. Siamo stati anche fortunati, ma quello è un aspetto necessario - prosegue l'allenatore del Melfi - E' venuto fuori il vero spirito della mia squadra e la voglia di fare sempre bella figura: sarei stato soddisfatto anche se avessimo perso".

PIEDI PER TERRA - Onesto, Diana. Spavaldo no, ambizioso eccome. Sicuro di più, con l'obiettivo di non scadere nella banalità: "Il mio sogno? A questo punto è riuscire a salvare il Melfi senza playout: sembrava impossibile, ma adesso c'è un piccolissimo spiraglio e avremo tanti scontri diretti. E' ovvio, però, che non possiamo programmare niente, dobbiamo solo guardare partita dopo partita e prendere tutta l'energia positiva di questo periodo per proseguire in una rincorsa che avrebbe dello straordinario. Il futuro? Tutti direbbero allenare in Serie A o la Nazionale, ma risulterei banale e non mi piace esserlo - precisa il classe '78 -. Non posso pensare ad altro che al mio presente, l'esperienza di adesso potrebbe rappresentare un importante trampolino di lancio e riuscire in un'impresa del genere significherebbe tanto. Sono ancora giovane e sto facendo la mia gavetta, allenando società che devono trovare un equilibrio. Pensare al domani adesso sarebbe inutile".

SCARAMANZIE? NO, MA... - Gavetta in panchina sì, ma il vantaggio di aver avuto esempi illustri nel corso di una lunga carriera. Nessun maestro però, per Diana tanta voglia di essere... unico: "I miei modelli in questa nuova vita in panchina? Si cerca di prendere qualcosa da tutti - confessa l'allenatore del Melfi -, ma la cosa più importante è riuscire a creare una propria unicità. Sotto il profilo della gestione del gruppo penso a Lippi e Mazzone, sotto il profilo tecnico mi ha ispirato Prandelli, sul piano tattico ho appreso da Novellino e Guidolin. Ma sono dell'idea che gli allenatori, nel calcio moderno, devono proporre qualcosa di nuovo, altrimenti non possono rappresentare un valore aggiunto". Così come non devono farsi condizionare dalle scaramanzie. Anche se... "A volte si casca nei riti scaramantici, ad esempio in questo periodo andiamo a mangiare la pizza tutti insieme il venerdì sera. Però sono dell'idea che bisogna superare certe convinzioni, perchè magari poi arriva una sconfitta e piuttosto che ammettere di aver sbagliato una sostituzione ci si nasconde dietro alla scaramanzia. Un'ora prima delle partite, però, una cosa non può mancare. Il messaggino dei familiari: se non arriva mi incazzo...".

'MA CHI TE LO FA FARE?' - Sì, il messaggino al posto di un abbraccio. Rinuncia pesante ma necessaria in una fase particolare della carriera: "Mia moglie e mio figlio non sono con me e mi mancano - ammette Diana -, ma per noi giovani allenatori è difficile pensare di poter stare in una squadra per più di sei mesi, soprattutto in queste categorie. Magari ti esonerano dopo due settimane... E non sarebbe strano, fa anche questo parte della gavetta. Spesso mi chiedo: 'dopo 20 anni di ritiri da calciatore, chi te lo fa fare?'. Poi la risposta è semplice: la passione. E forse anche la consapevolezza che questo è l'unico mestiere che sappiamo realmente fare. Adesso mi capita di avere anche calciatori di 36 o 37 anni e quando parlo con loro dico sempre di iniziare a guardarsi intorno: nella vita non c'è solo il calcio, bisogna anche saper fare altro".

CAMPIONE DEL MONDO - 'Chissà cosa sarebbe successo se...'. Sliding doors, capita un po' a tutti. Destino o non si sa cosa, ma se non fosse stato per quella pubalgia, sotto il 'cielo azzurro' di Berlino, il 9 luglio 2006, con ogni probabilità ci sarebbe stato anche Aimo Diana. "No, non ci penso più - afferma sicuro -. Chi mi conosce sa come sono fatto: ero felice per i tanti amici che mi hanno comunque fatto sentire campione del mondo. E' stato giusto così, non stavo bene ed il mio unico obiettivo era riprendermi. E poi non credo che la mia carriera, che è comunque stata buona, sarebbe cambiata più di tanto. In Italia, purtroppo, siamo così: gli stessi giocatori che venivano osannati e trattati da eroi, come Materazzi o Grosso, pochi mesi dopo negli stadi venivano massacrati o fischiati solo perchè vestivano maglie diverse da quella della Nazionale. E' andata così".

NOSTALGIA CANAGLIA - Adesso, dall'altro lato della barricata, diversi fattori appaiono completamente differenti. Anche se ad apparire completamente diverso sembra essere proprio il calcio in generale. Dalla comunicazione ai rapporti nello spogliatoio, '#machenesanno style'. "Il calcio è cambiato in maniera radicale, i social e l'immagine la fanno da padrone e i calciatori in questo ambiente ci sguazzano - ancora Diana -. Se poi ci mettiamo anche le mogli che fanno i tweet, abbiamo raggiunto davvero l'apice! Si è perso quell'effetto nostalgico: se prima si riusciva a conoscere un calciatore era tanta roba, adesso su di loro si trova ogni minima 'stronzata'. Pensano una cosa, la postano sui social ed è fatta. Questo aspetto non mi piace, io ho un mezzo profilo Facebook che guardo una volta ogni due settimane. E' cambiato molto anche lo spogliatoio: prima c'era un nonnismo a tratti esagerato, ma adesso un ragazzino di 17 o 18 anni viene subito trattato come un giocatore importante. Mi ricordo che ai miei tempi ci si faceva da soli, io ad esempio non venivo nemmeno salutato dai più grandi: per entrare in spogliatoio bisognava meritarselo. A inizio carriera, al Brescia, io, Pirlo e Bonazzoli - pur essendo in prima squadra - ci cambiavamo in uno stanzino a parte. E anche i rapporti con gli allenatori sono cambiati. Ora c'è parecchio dialogo, tutto molto colloquiale. Ma prima...".

COME MESSI AL CROTONE - "Con gli allenatori era soltanto 'buongiorno e buonasera', guai a farli arrabbiare. E tra tutti ricordo Mazzone, storico già allora: quando parlava lui ti tremavano le gambe". Ma di mostri sacri uno su tutti, Roberto Baggio. "Che spettacolo, il più forte con cui abbia mai giocato. Quando arrivò Roby da noi, al Brescia, fu una sorpresa per tutti - ricorda Diana -. Non posso dimenticare la sensazione appena entrò in spogliatoio. Era come se adesso Messi entrasse nello spogliatoio del Crotone! Vedevamo quel codino e non ci credevamo. Ogni giorno una gara per stare seduti vicino a lui a pranzo o a cena. E ad ogni sua battuta noi giovani ridevamo, anche non capendo nulla perchè spesso parlava in vicentino stretto. Un sogno!". Sogno sì, come quello da realizzare adesso con il Melfi. Che continua a correre, come ha sempre fatto il suo allenatore. Onesto, sicuro, ambizioso. Campione nostalgico: Aimo Diana.

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