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Milena Bertolini racconta: « "Giocare con le tette" è un libro che rompe il pregiudizio sul calcio femminile». L’autore? Un mistero

| Interviste | Autore: Alice Nidasio

Come se fosse la trama di un film, o meglio ancora, l’intreccio di una favola, l’anno scorso, nella casella postale della Fondazione per lo sport a Reggio Emilia, è stata recapitata una busta. Al suo interno una chiavetta USB, perché ormai siamo troppo “evoluti” per spedire carteggi e manoscritti. Il file, nominato “Giocare con le tette”, lasciava intuire il contenuto. La preghiera a margine, l’intento di pubblicazione. Nessuna firma, nessun riferimento, solo il testo e la volontà dell’autore.

All’epoca, a capo della Fondazione, c’era Milena Bertolini, oggi allenatrice del Brescia Calcio Femminile, nonché unica donna insieme a Carolina Morace con il patentino per allenare un club maschile in Serie A. E una donna così rappresentativa del mondo del pallone tinto di rosa, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione per curare e pubblicare (con Aliberti Compagnia Editoriale), un libro che si prefiggeva di dissestare luoghi comuni e falsi miti intorno al calcio femminile. A maggior ragione nell’anno in cui, per la prima volta nella storia, una città italiana avrebbe ospitato la finale di Champions League femminile (si è giocata a Reggio Emilia il 26 maggio, due giorni prima di quella maschile a San Siro).

Ma nel 2017, l’assunto del 1909 di Guido Ara (“Il calcio non è uno sport per signorine”) è superato o bisogna fare ancora tanto per avviarci al progresso? Lo chiediamo a Milena: “Abbiamo ancora una cultura primordiale che colloca -e limita- la donna entro determinati ruoli come l’accudimento degli alimenti. Questa concezione non può non riflettersi in uno sport come il calcio, che nell'immaginario collettivo è una prerogativa soltanto maschile. Si migliora in diversi modi: il primo riguarda l’educazione dei bambini: se la Federazione e le società dilettantistiche promuovessero scuole calcio con formazioni eterogenee per esempio, un bambino vedrebbe sin da piccolo la compagna di squadra con occhi diversi, e maturerebbe una forma di rispetto più profondo anche da adulto. E poi ci sono i media: oggi anche gli organi di stampa, le tv e i social network ricoprono un ruolo nell’educazione dei giovani e sarebbero fondamentali iniziative che si facciano portatrici delle pari opportunità anche in questo sport”.

A Reggio Emilia avete organizzato qualcosa che vale la pena raccontare? “Sempre l’anno scorso abbiamo realizzato uno spettacolo teatrale nella Sala del Tricolore del municipio e un flash mob nella piazza antistante in cui ballerine e calciatrici si sono esibite insieme. E' stato divertente notare che le persone di passaggio non erano in grado di indicare quali ragazze appartenessero alla prima categoria e quali alla seconda. A dimostrazione dell'infondatezza di uno dei pregiudizi più fastidiosi, quello che associa l'essere calciatrice a tratti marcatamente maschili".

Cosa serve in termini di praticità progettuale? “Immettere risorse per poter fare calcio in modo serio, per offrire alla squadra che vince il titolo non solo la gloria, ma contributi, diritti televisivi e riconoscimenti come succede in Lega Pro; assorbire i club femminili a quelli maschili se c’è una struttura forte alle spalle (come ha fatto la Fiorentina); prendersi la responsabilità a livello politico, di aprire nuovi orizzonti e offrire una giusta considerazione a questo mondo in crescita”.

Milena deve correre ad allenare le sue ragazze, seconde in classifica dietro la Fiorentina in Serie A e in piena lotta per il titolo. Noi non possiamo che associarci al suo pensiero e all’intento dell'anonimo autore del libro, ribadendo che le donne, a calcio, nonostante le “tette”, possono giocare, non nelle favole, ma nella realtà.

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