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Talento, pigrizia e McDonald’s. Si ritira Hleb, lo Stregone che disse no all’Inter

Se Alexander Hleb è rimasto un “what if” lo deve anche a frasi come questa: “Gli allenatori turchi sono degli idioti”. Spiegata e motivata: “In tre anni solo tattica e giri di campo, nessuna traccia di un gioco”. Cartoline da Konya, stagione 2014/15. Oppure da Ankara, al Gençlerbirliği, scelta perché aveva dei collegamenti aerei con Minsk quasi giornalieri. “Potevo andare a casa e tornare quando volevo”.

Una laurea in giurisprudenza e una finale di Champions giocata dall’inizio. Due matrimoni e un passato da ginnasta, l’indole da rifinitore fin da ragazzino: “Tutti cercavano il gol, io preferivo l’assist”. Hleb è stato questo.

Nessun compromesso e tanti controsensi, perfino il giorno dell’addio: “Vorrei continuare, ma a 38 anni è ora di smettere”. Ha giocato di fronte centomila persone nel Camp Nou, si ritirerà tra le fila dell’Islac, in uno stadio che ne può ospitare massimo tremila. 

WHAT IF

Una carriera di ossimori, scelte sbagliate, colpi di testa e tocchi leziosi. Un docufilm in bielorusso ne spiegherà vita, carriera, follie e pigrizia, troppa. Wenger stravedeva per lui, lo stesso Hleb l’ha definito “un padre”. “Uno per devi giocare fino alla morte”. Uniti fino allo strappo di Alex nel 2008: “Ancora oggi non so perché me ne sono andato”, disse una volta. “Ma c’era il Barcellona, capisci?”.

Quello di Messi, Eto’o ed Henry, l’amico che lo inviò a vivere a casa sua dopo aver vissuto quattro mesi in albergo. Al Camp Nou vince il Triplete, ma da riserva: nessuna rete e un paio di liti con Guardiola. “Per me non è il migliore, preferisco Mourinho”.

Fino al gran rifiuto all’Inter di Moratti nel 2009, lo scambio con Ibra che salta all'ultimo. Per colpa di Alex: “Quell’anno vinsero il Triplete, ogni tanto ci penso”. Zlatan a Barcellona, Eto’o a Milano e Hleb allo Stoccarda, la città in cui tutto iniziò nel 2000. 

PRANZO AL MC

Alex aveva 19 anni, si trasferì in Germania insieme a suo fratello Vyacheslav e i primi mesi furono una sorta di erasmus: “Andavamo a pranzo da McDonald's tutti i giorni”. La continuità è arrivata dopo: 175 partite e 19 reti in cinque anni, il secondo posto in Bundes nel 2003 con Felix Magath in panchina. 

Lo chiamavano l’Apprendista Stregone. Funambolo, fantasista, rifinitore, un elogio all’invenzione e alla creatività, perno della Bielorussia e unico vero talento di una nazionale povera di giocatori “europeizzati”. E non chiedetegli di indicare un erede: "Non ne vedo, mi viene da piangere"

In Germania unisce, ma se non fosse stato per Vyacheslav sarebbe tornato in Bielorussia, dove Alex iniziò a giocare in dei campi di cemento. “Venivo dalla vecchia Unione Sovietica, ero abituato a sbucciarmi le ginocchia quando cadevo a terra per via del freddo. La Germania era un posto troppo grande per me, per noi. Ogni tanto piangevo di nascosto, lui mi ha dato la forza di continuare”.

ILLUSIONE

Nel 2009 torna a Stoccarda ma è una cartolina sbiadita, giochicchica e non colpisce: “All’aeroporto c’erano il presidente, l’allenatore, i tifosi. Non potevo dire di no, così misi la firma sul più grande errore della mia carriera”. Il peggior ricordo resta la sconfitta in finale di Champions nel 2006, contro il Barcellona: “Non capisco come abbiamo fatto a perdere”.

Hleb ha girato mezza Europa, giocato in 11 squadre, ha visto la Russia e la Germania, la Liga e la Premier, pure la Turchia. Ha giocato circa 700 gare da professionista segnando poco più di 50 gol. Troppo poco. 

Genitori operai, umili, Alex ha visto da vicino il disastro di Chernobyl del 1986, l’esplosione nucleare raccontata dalla Alexievich nel suo libro, ‘Pregheria per Chernobyl”. Il padre di Hleb fu uno dei 200mila lavoratori dell’URSS chiamati ad aiutare il Paese: “Andò via per sei mesi, non aveva scelta…”.

Quando tornò a Minsk portò il figlio a giocare a calcio e nel 1999 arrivò il Bate Borisov, la squadra più importante della Bielorussia. Quella in cui Alex è tornato 4 volte (2012, 2015, 2016 e 2018). Prima di diventare lo Stregone, prima di illudere il mondo. 

Francesco Pietrella

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