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Mario Fernandes, il russo per decreto che ha sconfitto la depressione

Chiedetegli di leggere il suo nome scritto in russo: “Марио Фернандес”. Così. Probabilmente guarderà la telecamera, farà un sorriso e si rivolgerà al suo traduttore personale: “Ecco, Mario Fernandes”.

Perché nonostante giochi a Mosca da 6 anni e sia un perno della Nazionale russa, Mario non parla la lingua e non ha mai preso lezioni. Nessuno sa il motivo, anche se deve tutto alla Russia: “Ho trovato il mio posto nel mondo, questo paese mi ha salvato la vita”. Stop, rewind, secondo tempo.

Mario Fernandes – ai tempi del Gremio – soffriva di depressione e non aveva intenzione di curarsi. Tempi difficili, nostalgia di casa, il pensiero di non farcela. A 19 anni firma il suo primo contratto da professionista, ma il giorno successivo sparisce per tre giorni e lo ritrovano a 800 km di distanza. Suo padre lo chiama codardo, vigliacco, i due hanno uno scontro così forte che non si parleranno per un anno: “Mi sono trovato in difficoltà”.

Mario accusa il colpo e il suo problema diventa più grave: “Mangiavo pizza e panini da McDonald’s tutti i giorni, andavo ubriaco agli allenamenti, ero ingrassato di diversi chili”.

DALLA DEPRESSIONE AL CSKA

Una serata in discoteca gli costa perfino la Nazionale brasiliana. Menezes lo convoca contro l’Argentina, lui non si presenta all’aeroporto e perde il volo per “motivi psicologici”. Nessuno ha mai capito il perché di quel gesto: “Sentirete parlare di me”, disse agli amici la sera prima, verso l’una di notte, nell’ultima serata prima della redenzione. Nel 2012 – a 22 anni – rifiuta il Real Madrid e vola al Cska per 15 milioni: “Avevo già accettato l’offerta”. Basta alcool: “Avevo raggiunto il limite, ne avevo abbastanza”. Homo novus.

E stavolta la Seleção arriva davvero: dopo due anni da top player con il Cska – miglior terzino della Premier russa – Dunga lo convoca per un’amichevole contro il Giappone, facendolo esordire. Ma il colpo di scena è dietro l’angolo.

L’anno successivo, nonostante le avances del Brasile, Fernandes diventa cittadino russo per decreto di Putin e ritira il passaporto: nessun esame di lingua, iter semplificato: “Il mio sogno è giocare i Mondiali”. Ci è riuscito da protagonista – anche se non è ancora in grado di cantare l’inno nazionale – tant’è che ha stregato perfino Ramon Monchi, ds della Roma, prossima avversaria in Champions League per tentare l’impresa di arrivare agli ottavi: “Mario Fernandes mi è sempre piaciuto, lo conosco bene, è un bel giocatore”.

Stella della Russia agli ultimi mondiali (un gol contro la Croazia) nonostante non parli la lingua: “Capisce tutto, ma non riesce a rispondere”. Parola di Cherchesov, ct della Nazionale bravo a valorizzarlo.

Sei stagioni in Russia, 3 Scudetti vinti, 3 Supercoppe e una Coppa Nazionale. Non segna molto – solo 2 reti in 156 partite – ma sulla fascia è una certezza, corsa, sprint e diversi assist (già 5 quest’anno, quasi tutti a Chalov). Meglio esterno di un centrocampo a 5 che terzino di una difesa a 4, parola di Monchi. Cattolico praticante, 28 anni, da quando è Mosca “non conosce più la vita notturna” e ogni tanto, quando glielo chiedono, ricorda il giorno in cui firmò il contratto con il Cska, seduto a un tavolo con il suo procuratore: “Gli amici mi chiesero di bere qualcosa per festeggiare, ma dissi di no. Optai per un succo d’arancia”. E per Mosca, il suo “posto nel mondo” nonostante non parli la lingua. Stop, rinascita, sipario.

Francesco Pietrella

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