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Razvan Lucescu: “Mio padre mi ha insegnato a lottare contro le frustrazioni”

Razvan Lucescu, PAOK (Credits Andrea Sorci)
Razvan Lucescu, PAOK (Credits Andrea Sorci)

La nostra intervista a Razvan Lucescu per il documentario “PAOK, dove la cultura incontra la passione”

Preferisci l’inglese?” “No! Italiano, italiano!”.

Ciò che colpisce di Razvan Lucescu è la profondità delle riflessioni, che prescinde dalla lingua (anche lui ha perso il conto di quante ne parla).

Ogni espressione usata è il frutto di una scelta, di un ragionamento. Nulla è per caso.

La sua cultura, calcistica e non, è un pozzo senza fondo. Eppure, questo piglio intellettuale non gli ha impedito di entrare nel cuore dei tifosi greci. Dal 2017 al 2019, poi di nuovo dal 2021 a oggi: il suo passato recente è legato a doppio filo a quello del PAOK. A quello di un popolo che gli ha regalato le emozioni sportive più grandi della sua carriera.

La nostra intervista a Razvan Lucescu, allenatore del PAOK e figlio di Mircea

Ho scoperto qua un mondo che vive a un livello emozionale che neanche voi potete immaginare”, ci racconta. “Il PAOK non è una squadra di calcio con dei tifosi fanatici. Per loro questo è molto di più di essere tifoso, è vita. Non so spiegarlo meglio di così. Bisogna avere l’esperienza di vivere qua per capire al 100% cosa significa il PAOK. Perché è una zona prima di tutto che soffre, la gente non è molto ricca, non ha grandi possibilità e dunque vive alla giornata. La cosa che veramente li aiuta a vivere è il PAOK, e quando il PAOK vince si vive con felicità, con gioia, quando non vince è una tristezza incredibile. Una cosa mai vissuta e mai vista per me, che mi ha permesso di vivere dei momenti incredibili, ricordi fantastici che porterò con me per tutta la vita”.

Vorremmo andare avanti con la seconda domanda, ma Lucescu ci interrompe: “Ho dato tutto, però ho ricevuto immensamente da questa gente. Anche come professionista mi sono sviluppato, avendo la possibilità di lavorare con questo proprietario, una persona molto dura, però nello stesso tempo anche molto sensibile, con un carattere da lottatore che difficilmente si può immaginare. Lui trasmette questa voglia di lottare sempre, sempre, sempre fino a fino alla morte”.

Salonicco è ormai la seconda casa di questo uomo di calcio nato a Bucarest nel 1969: “Una città che non è troppo grande ma non è piccola e in cui si vive molto bene. Le persone qui amano la vita e quando esci nella città senti questa voglia e questa energia, questa voglia di vivere. Dunque, è un po’ più complesso quello che rappresenta il PAOK per me. Ma alla fine è la mia vita”.

La domanda più difficile è quella sul ricordo più bello di questi anni: “Alla fine noi siamo qua, lavoriamo ogni giorno, abbiamo partite ogni tre giorni. La vita di un allenatore dipende dal lavoro, dalla partita, dal risultato. Se vinciamo, vivo bene nei due giorni successivi, se non vinciamo vivo malissimo. Dunque, tutti i miei ricordi alla fine sono connessi con la squadra e i risultati. Uno dei ricordi che mi sono rimasti impressi nella testa e nel cuore è stato quello della sera prima di diventare campioni, nel 2019. Eravamo in albergo prima di quella partita. Sul tutto il lungomare, che è di 8 chilometri, alle 22:30 esattamente, si sono accesi dei fuochi d’artificio. Era come se tutto questo lungomare, che è lunghissimo, avesse preso fuoco. Sono delle immagini incredibili. Poi mi ricordo di nuovo la notte che abbiamo vissuto dopo la vittoria del 2024, il 19 di maggio. Sul campo dell’Aris, il nostro grande rivale locale, abbiamo vinto il campionato. Gente per la strada, che seguiva il pullman scoperto in centro. Piangevano, gente di 80 anni coi nipoti, sono state emozioni incredibili”.

Razvan Lucescu (IMAGO)
Razvan Lucescu

Il rapporto con il padre Mircea e con l’Italia

La storia del Razvan allenatore è indissolubilmente legata a quella del padre, Mircea, leggenda del calcio mondiale e ancora oggi, a 80, CT della nazionale rumena. “Credo che non mi abbia mai dato un consiglio con la sua voce o in un modo consapevole, però mi ha trasmesso – senza saperlo, o comunque senza dirmelo – questa grandissima passione per quello che faccio. Mi ricordo che quando ero bambino mi portava ai suoi allenamenti e nello spogliatoio. Avevo 3-4 anni ed ero con la squadra, con i giocatori, vedevo come si comportavano, loro mi prendevano in giro, giocavano con me. A parte questa passione per lo stare sul campo, ho saputo anche dall’inizio della mia vita com’è uno spogliatoio di una squadra di calcio, quali sono le dinamiche, le connessioni, la comunicazione. Un’altra cosa che ho imparato da mio padre è stata la serietà con quale preparava il suo lavoro, non solo le partite. Io ero in casa e vedevo come stava ore e ore davanti a una scrivania, scriveva, analizzava delle partite, parliamo degli anni ‘80. Io penso che una persona può essere felice quando fa la cosa per la quale ha passione. Io, da questo punto di vista, mi considero felice“.

Ma come è cominciata la parabola del Razvan Lucescu allenatore? “Ero verso la fine della carriera da giocatore in Romania (al Rapid Bucarest, ndr), ero intorno ai 32 anni. Ho ricevuto un’offerta per diventare vicepresidente. In quel momento, parliamo degli anni 2000, era come un direttore sportivo in Italia. Il nostro organigramma funzionava così: c’era il proprietario, e poi c’ero io come vicepresidente. Mi ha offerto questa posizione perché al Rapid ho lasciato un bel ricordo. Sono stato a pensare in quel momento cosa avrei dovuto fare, se continuare a giocare, perché in nazionale non ci potevo più arrivare, in Europa non potevo più giocarci, dunque volevo soltanto divertirmi e prepararmi per il futuro. Ho deciso di accettare questo ruolo, sono stato direttore sportivo per un anno, abbiamo vinto il campionato. Però alla fine capito che questa carriera non è fatta per me e volevo tornare sul campo. Ho deciso di intraprendere la strada di allenatore”.

Mircea Lucescu (IMAGO)
Mircea Lucescu

E papà Mircea? Come la prese? “Una volta ho chiesto a mio padre un consiglio e lui mi ha risposto in maniera fantastica, e questo me lo ricorderò sempre. Mi ha detto: ‘Qualunque strada tu sceglierai, io sarò con te, vicino a te’. Cosa puoi aspettare di più da tuo padre? Credo che il massimo”.

Parlando degli insegnamenti di papà Mircea, ce n’è però uno in particolare che rimane impresso: “Io sono convinto che la qualità che bisogna avere nel calcio è la sapienza e nello stesso tempo la voglia di lottare contro le frustrazioni e saper gestire queste frustrazioni che il calcio ti dà ogni giorno. È una lotta: devi essere forte per superare queste frustrazioni”.

Razvan Lucescu ricorda alla perfezione i protagonisti del calcio italiano degli anni ’80 e ’90: cita Anconetani, Gino Corioni. Ma c’è mai stata per lui la possibilità di allenare in Serie A?Nel calcio esistono sempre dei contatti, ma ci sono anche dei momenti in cui si può fare qualcosa e altri in cui non si può. Il calcio italiano mi ha ispirato tantissimo. Per me, continua a essere – almeno a livello di allenatori – il top del mondo. Non parliamo del singolo, ma di un gruppo grandissimo di allenatori, veramente forti, capaci di trasmettere delle lezioni incredibili a tutti noi che lavoriamo fuori. Un futuro da voi? Non si sa mai”. Per ora, continua a fare innamorare il ‘Toumba’ del suo PAOK e della sua passione.