“Dunque, dove eravamo rimasti?” diceva Enzo Tortora il giorno del suo ritorno in televisione. Così, forse, penserà Sergio Ramos nel tunnel del Ramón Sánchez-Pizjuán pochi istanti prima di giocare contro il “suo” Real Madrid. La prima volta da avversario dopo diciotto anni. Ricordi che riaffiorano nella mente di un calciatore che ha fatto la storia del club più titolato del mondo. Di quei tanti trofei, 22 portano anche la sua firma. Soprattutto la Champions League di Lisbona. E chi se lo scorda più quel gol in finale? Sicuramente non Carlo Ancelotti: “Se sono ancora al Real Madrid è per Sergio Ramos e il suo gol nella finale di Lisbona. Lo amiamo tutti qui”.
Madridista per un giorno, madridista per sempre. L’uomo del destino e della provvidenza con una leadership da capitano vero. Entrato in punta di piedi a Valdebebas, esce di scena dal Bernabéu da eroe, consapevole di aver dato tutto. Sempre e comunque. 671 presenze, 101 gol e 40 assist con i blancos: numeri atipici per un difensore. Sergio Ramos è stato l’emblema di un territorio, la forza aristocratica della città che più di tutte unisce il popolo sotto un’unica bandiera. Sergio Ramos è stato un calcio di rigore, un colpo di testa e un tackle. Luce nei momenti di maggior difficoltà e l’ultimo a mollare. Ecco perché Madrid lo ricorderà per sempre, perché lui è storia e passione.
Il destino, a volte, sa essere beffardo e una rete contro il Real rappresenterebbe un cerchio che si chiude. Ancelotti mostra gratitudine e rispetto nei confronti di chi l’ha aiutato a raggiungere il tetto d’Europa e del mondo: “Se segna domani – anche se spero di no – potrà esultare e fare qualsiasi cosa lui voglia. Sarò comunque felicissimo di vederlo”.
Lo sguardo fisso, su quello stemma che per lui ha rappresentato molto più di una squadra. Trofei, gol ma anche sconfitte. Occhi puntati sul presente ma con un pizzico di nostalgia. Sergio Ramos e il Real Madrid: avversari sì, ma solo per una notte. Perché sfidare il proprio passato è come sfidare sé stessi.
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