Interviste e Storie

Paquetá torna al Flamengo: la storia della trattativa che ha riportato “Il Mago” in Brasile


Dalla trattativa – durata quasi un mese – al rapporto con il West Ham: ecco come il DS José Boto ha riportato Paquetá al Flamengo

La danza dopo un gol, una tecnica sopraffina e quello sguardo che a molti ricorda Kaká. Lucas Paquetá, dopo 263 presenze complessive con le maglie di Milan, Lione e West Ham, decide di lasciare l’Europa e di tornare al Flamengo, il club che lo ha cresciuto prima del suo approdo in Italia.

Ma come nasce questa scelta? Per capirlo bisogna tornare in Brasile. José Boto, direttore sportivo del Flamengo, dimostra fin da subito grande pazienza e maturità. La trattativa richiede quasi un mese di lavoro: si sviluppa dal 23 dicembre al 28 gennaio.

Il contributo del dirigente portoghese – sostenuto dalla ferma volontà di Paquetá – risulta decisivo. Boto gestisce in prima persona l’intera negoziazione con il West Ham, proprietario del cartellino del giocatore, e con l’entourage del centrocampista brasiliano, Roc Nation.

Fin dall’inizio Boto chiarisce le condizioni e riesce a ridurre le richieste economiche del club inglese, inizialmente fissate a 60 milioni di euro. L’operazione si chiude a quota 42 milioni, con pagamento dilazionato fino al 2028. Un investimento che rende Paquetá, soprannominato “Il Mago” in Brasile, l’acquisto più costoso nella storia del Campeonato Brasileiro Série A.

José Boto, direttore sportivo Flamengo – Credits: Flamengo CR

Paquetá torna al Flamengo: il retroscena sulla trattativa

Ma il West Ham era disposto a cedere il suo numero 10 a titolo definitivo? In realtà no. Gli “Hammers” propongono inizialmente un prestito secco e, successivamente, un prestito con diritto di riscatto, soluzioni che però non convincono né il Flamengo né il giocatore.

Paquetá, alla fine, torna a casa. Il brasiliano vuole rientrare a Rio de Janeiro, consapevole di ritrovare un club ambizioso, dotato di grande solidità economica e pronto a competere per tutti i trofei in palio.

Davide Balestra

Nato nel 2000 a San Benedetto del Tronto. Di sangue metà pugliese e metà marchigiano ma con inflessione dialettale praticamente neutra. Figlio della Generazione Z, la stessa che ha partorito calciatori del calibro di Haaland, Vinícius Júnior o Tonali. Al tentativo di replicare le loro giocate sul campo di calcetto ho preferito il portatile o il microfono, quest’ultimo, da un po’ fedele compagno di viaggio. Poca retorica: le emozioni che trasmette un campo di calcio non sono quantificabili. E a me piace raccontarle, che sia attraverso una tastiera o una telecamera puntata in volto. Ansie, timori e paure fanno parte del percorso. Cerco di superarle con umiltà, virtù che, con il tempo, sto rendendo un mio mantra.

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