Leonardo Nascimento de Araujo (Imago)
Il brasiliano, ex allenatore e dirigente del Milan, ha parlato della situazione del club rossonero
Sarà un aprile decisivo per il Milan. I rossoneri, che fino a due giornate fa sembravano fuori dalla lotta per la Champions League, sono rientrati prepotentemente in corsa e vogliono continuare a sperare.
Non solo campionato, perché i ragazzi di Conceiçao si giocheranno due derby importantissimi per il loro destino in Coppa Italia.
Al di là di questo, però, vanno fatti i conti con la situazione ambientale complicata, dovuta alle lamentele dei tifosi e non solo.
Di questo e non solo ha parlato Leonardo, ex allenatore e dirigente rossonero, in un’intervista al QS.
Prima di tutto, il brasiliano ha commentato le famose voci di una mancanza di “milanismo nel club: “Al Milan c’era già milanismo, si chiamava Paolo Maldini e da dirigente ha vinto uno scudetto ed è arrivato in semifinale di Champions. Dopodiché è stato mandato via, e con lui anche un grande pezzo di passione. Oggi se ne sono accorti tutti, il Milan è vuoto, senz’anima. Ma sono cicli, passerà. Anche perché credo che in società abbiano capito di aver sbagliato”.
Dopodiché, il 55enne ha anche paragonato le difficoltà vissute dai due allenatori in questa stagione con quelle da lui affrontate quando sedeva in panchina: “Certe situazioni le ho vissute, anche se l’allenatore l’ho fatto poco. Ho cominciato col Milan in un momento particolare: Kaká era stato venduto, Maldini aveva smesso. Insomma, parecchie novità. Iniziai l’annata senza vincere per 5-6 partite. Proporre il mio stile di gioco fu un azzardo, ma in tanti dicevano che era bello e divertente. Tutto cominciò nella terza partita di Champions a Madrid, avevamo schierato una squadra molto sbilanciata in avanti e vincemmo 3-2. Una cosa mai successa al Bernabeu”.
Per concludere, Leonardo ha anche parlato di cosa comporta giocare in uno stadio glorioso e immenso come San Siro: “Crea ansia, è una sollecitazione non facile da reggere. Ma da allenatore o dirigente tocca a me capire come il calciatore possa liberarsene. E comunque la pressione non c’è solo a San Siro ma da tutte le parti. Ci sono addirittura giocatori che preferiscono partire dalla panchina per essere più tranquilli”.
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