Mourinho festeggia la vittoria del Benfica col Real Madrid (IMAGO)
L’allenatore portoghese, grazie all’incredibile rete di Trubin al 98′, si è regalato insieme al suo Benfica un memorabile 4-2 al Real Madrid che vale la qualificazione ai playoff di Champions e un mix esplosivo di ricordi
“Quando ho fatto gli ultimi cambi mi avevano assicurato bastasse il 3-2, pochi secondi più tardi ho saputo servisse un altro gol per qualificarci ma avevo finito i cambi: pensavo di aver visto tutto nel calcio ma non avevo mai vinto grazie al mio portiere“. Nelle parole raccolte da Paramount +, dopo l’elettrizzante 4-2 del Benfica al Real Madrid, risiede probabilmente l’amore senza tempo di Josè Mourinho per il calcio.
Quando la traiettoria del pallone calciato su piazzato da Aursnes raggiunge la testa del gigante Trubin, agli ultimi istanti di una gara dominata dai portoghesi, la gioia dello Special One, cercato subito dagli abbracci del suo staff, è letteralmente incontenibile. Il risultato del Da Luz, infatti, non ha soltanto regalato il pass per i playoff alle Águias in rosso, catapultando contestualmente i Blancos agli spareggi, ma ha piuttosto rafforzato un patto antico e già abbastanza chiaro: tra Mourinho e la storia il feeling non muore mai.
L’incrocio speciale con Álvaro Arbeloa, un altro dei suoi bambini insieme a quel Christian Chivu che ha genuinamente elogiato nel pre gara, rende poi ancora più magica la portata dell’impresa. Il biennio vissuto dal 2010 al 2013 a Madrid, del resto, è ancora vivo nel cuore di Mou.
A quattordici anni di distanza dalla storica Liga vinta sulla panchina merengue, il madridismo, porta ancora bene al Mago di Setúbal che, a certe emozioni, non vuole proprio smettere di abituarsi.
Il triennio 2010-2013 di Josè Mourinho sulla panchina del Real Madrid è spesso fotografato come l’inizio vero e proprio del ciclo madridista che avrebbe, dopo qualche anno, dominato in Europa: le sfide in campo e fuori al Barça di Guardiola e la Liga dei 100 punti vinta nel 2012 parlano chiaro in questo senso. Con la pesante eliminazione in Champions League, ai rigori col Bayern Monaco dello stesso anno che, più di tutte le altre, è ricordata come il simbolo della dolce incompiutezza manifestatasi in quel periodo potenzialmente dorato (come le strisce sulla camiseta di quella stagione).
Terzino destro di quella rosa che, da CR7 a Marcelo e Kakà, passando per Benzema e Özil, era piena di talento? Proprio Álvaro Arbeloa: l’attuale allenatore del Real è stato definito “uno dei giocatori più leali mai allenati” dal suo ex maestro. Certe cose, si sa, proprio non si dimenticano.
28 gare, 17 vittorie, 5 pareggi, 6 sconfitte, 53 gol fatti, 22 subiti e una media da 2 punti a gara in tutte le competizioni: il ritorno di Mourinho al Benfica, a 25 anni dalla prima chiamata al Da Luz è complessivamente positivo.
Ad accendere il tifo benfiquista, oltre al solito carisma dell’allenatore, ci pensa infatti un gruppo battagliero e pieno di ottimi elementi: dall’eroe Trubin al totem Otamendi, fino a Sidny Lopes, Barrenechea, Sudakov e i bomber Pavlidis e Schjelderup (col norvegese classe 2004 eroe assoluto nella sfida al Real).
La sfida a Porto e Sporting è comunque ancora aperta (nonostante gli incredibili ritmi dei Dragoes e qualche sconfitta di troppo per i rossi di Lisbona), il sogno in Champions continua, Josè Mourinho è carico, come avesse appena cominciato: la nuova, stimolante vita dello Special One, stavolta, sembra questione d’amore ancor prima che di risultato.
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