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Da zero a cento: Fulvio Pea racconta il “primo” Berardi, tra timidezza e possessi palla con Magnanelli & Co.

100 gol in Serie A e tutti con la stessa maglia: quella del Sassuolo. Domenico Berardi incarna tutte quelle caratteristiche che, ormai, nel calcio moderno si vedono sempre meno: quelle della bandiera. 

E pensare che tutto era cominciato con un possesso palla con i “grandi” Magnanelli, Missiroli, Sansone e Boakye. Ora “Mimmo” è un campione, in estate ha vinto gli Europei con la nazionale italiana e nei prossimi giorni dovrà darci una grande mano con i playoff di qualificazione ai Mondiali. Forse, però, non staremmo parlando della stessa storia se non fosse stato per Fulvio Pea, il suo primo allenatore nel club neroverde, e oggi al Khor Fakkan negli Emirati Arabi.

“Lo vidi in una partita della Primavera e chiesi subito di aggregarlo con noi”

Dieci anni fa gli emiliani erano ancora in Serie B e si erano ritrovati a lottare per la promozione dopo un’annata terminata al 16° posto in classifica. L’allora nemmeno maggiorenne Berardi si era aggregato alla prima dopo che Pea lo aveva notato durante una partita dalla Primavera: “Era un turno infrasettimanale, nemmeno una partita che contava troppo. Ma si è visto subito che aveva un talento superiore alla media e chiesi subito ai dirigenti di portarlo con noi” ci ha raccontato ai microfoni di gianlucadimarzio.com.

Così come era accaduto per il suo arrivo – un osservatore degli Allievi del Sassuolo lo aveva notato ad una partita di calcetto con il fratello – anche i primi passi con i “grandi” sono cominciati grazie ad accorgimenti di persone preparate in situazioni poco rilevanti: “Si integrò benissimo. Era timido ma aveva una sana incoscienza da giocatore con talento. Oggi sembra sia rimasto uguale: genuino!”. 

Che bello fare il jolly

Mi ricordo che gli feci fare il jolly in un possesso palla e lui giocò senza difficoltà, anzi! Era compiaciuto dal fatto che toccava tanti palloni ed era sempre al centro del gioco. Ha sempre avuto nelle corde il gioco del calcio, un intuito importante che lo rende speciale”. 

Speciale lo è diventato per davvero: “Secondo me può fare ancora un salto di qualità, però non mi stupirei se decidesse di finire il suo percorso nel Sassuolo. In entrambe i casi non mi stupirei”. E allora altri cento di questi gol, in neroverde e magari partendo già dai playoff Mondiali.  

Andrea Molinari

Nato a Verona nel 1998, il mio primo ricordo vivido legato al calcio è Shevchenko che sbaglia un rigore contro il Bayern Monaco. Grazie a lui (e anche a Kakà) da piccolo mi sono innamorato del pallone. Ma lui non lo sa. Sì, perchè ho giocato anche, purtroppo senza risultati. Nato attaccante, sono finito a fare il terzino: di solito succede a quelli con i piedi quadrati. Oggi provo a dimostrare questo amore scrivendo.

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