Io, un pallone, una porta, la curva del Genoa dietro. Respiro.
Era la prima volta che uscivo per andare allo stadio dopo due anni. Sono cambiate tante cose dall’ultima volta. Ho vissuto tante cose dall’ultima volta. Papà mi aveva giurato di non andarci senza di me. E così è stato.
Sono a Genova da un anno. Un anno non semplice. C’è Genoa-Atalanta, una partita con tanti miei amici protagonisti. Mi hanno fatto un bel regalo: scendere in campo con loro. E non solo, prima potrò tirare un calcio di rigore.
Quel momento è arrivato. Mi annunciano, tocca a me, devo scendere in campo. Ho poca forza, mi sento un po’ debole. Ma non è un problema, mi hanno permesso di utilizzare un pallone più leggero. Papà, però, è troppo emozionato. Nel momento in cui esco dal tunnel si dimentica di darmi quel pallone. Mi avvicino al dischetto, davanti a me c’è una normale palla di Serie A. “Sarà bella pesante eh”.
Ma non ci penso proprio a tornare indietro. Prendo la ricorsa e boom, lo calcio con con tutta la forza che ho dentro dopo quest’anno passato a Genova. È arrivato in porta, ho segnato. Guardo intorno a me. Per un secondo chiudo gli occhi, sento il boato di tutto lo stadio. Quel boato è per me. Urlo con tutta la forza che mi era rimasta. C’è tanto dentro quel rigore calciato. Forse, c’è tutto. L’amore della mia famiglia, le difficoltà, questi mesi duri passati a Genova, l’ospedale e le cure, i miei amici calciatori, il sorriso che non è mai andato via. Ci sono io, Emanuele.
Facciamo un passo indietro. Vi devo raccontare com’è nato il rapporto con il mio amico pallone. La nostra amicizia dura da sempre. C’era già nei primi ricordi della mia vita. Anzi, anche prima. Guardate qua, questa foto. È la prima che ho pubblicato sul mio profilo. Sì, sono proprio io quel bambino in braccio a Marco Materazzi. Papà mi ha raccontato di quel momento. Il calcio era nel mio destino. Io, il pallone, un legame profondo con i giocatori, abbracci che raccontano tutto. Quell’immagine è stata un po’ l’inizio di tutto, anche se io ancora non lo sapevo.
Il calcio è sempre stato vita. Pensate che ho imparato a leggere grazie al Fantacalcio di papà. Avevo tre anni, guardavo le immagini dei calciatori e il loro nome scritto sotto. Ricordo il suo attacco: Ilicic, Ibra e Lukaku. Era forte, ma ora sono diventato più bravo di lui. E poi si sono collezionate immagini, esperienze ed emozioni. Avevo il desiderio di conoscere quei calciatori che vedevo in tv. Può sembrare impossibile, è vero, ma io sono un bambino e i bambini amano sognare. E quei sogni a volte diventano realtà. Ho iniziato ad andare nei primi ritiri pre partita, a incontrare le prime squadre. Difficile spiegare tutto quello che è nato.
Uno dei primi è stato Gianluca Lapadula al Cagliari. “Se segno, faccio la tua esultanza”. Qual è la mia esultanza? Mano sulla fronte e linguaccia. Il motivo? Ci arriveremo. Torniamo a Gianluca. È il giorno di Bari-Cagliari. Io e papà ci sediamo in tribuna. Dopo un minuto segna e mantiene la promessa. La mia prima volta, un’emozione indescrivibile. Dalla prima… all’ultima, la più significativa: quella del Taty durante Genoa-Lazio. L’ho accompagnato in campo e ho salutato Maurizio Sarri. Ecco, poco dopo a segnare è stato lui. Mi ha cercato sugli spalti, mi ha salutato… con il mio saluto. Che bello.
Nel mezzo c’è tanto altro. Ci sono le amicizie nate con Gianluca Mancini ed Elia Caprile, le dediche di Raspadori, Pisilli e Vitinha, il premio MVP regalatomi da Bonazzoli dopo la rovesciata a Marassi. Ci sono le cene con le squadre, la chiacchierata con Fabregas e i consigli tattici dati a Sarri. Ah, a proposito. Quei consigli li ha ascoltati e il gol di Cancellieri è nato proprio grazie alle mie indicazioni. Ci sono poi la partitella a casa con Mario Balotelli e il calciomercato vissuto con il mio amico Gianluca Di Marzio. E c’è il sogno realizzato: l’incontro con il mio idolo Haaland.
Genova è diventata una seconda casa. È una città magica, che respira e vive di calcio. Un po’ come me. Ci sono dovuto andare un anno fa con papà per trovare un supporto medico migliore. Non è stato facile. Io e la mia famiglia abbiamo dovuto lasciare casa e andare in un’altra parte d’Italia. Per fortuna, però, anche lì c’era il mio amico pallone. Mi ha aiutato a passare settimane che altrimenti sarebbero state interminabili. Così come mi hanno aiutato i miei amici calciatori. Mi hanno supportato tanto.
Vedete, il pallone c’è sempre stato. Nei momenti più felici e anche quelli più delicati. Anche quando ero un po’ più in difficoltà, mi giravo e lui c’era. Mi è servito per… dare un calcio al male. Mi è servito per avere sempre quel sorriso per cui tutto mi (ri)conoscono.
Al mondo del calcio mi sono avvicinato con silenzio e delicatezza. Penso sia stato questo il motivo per cui un mondo all’apparenza cosi lontano e chiuso mi ha aperto le sue porte e mi ha permesso di conoscerlo e viverlo. Ho cercato di portare la mia passione, la mia genuinità, il mio sorriso. Insomma, di portare e rimanere me stesso. E di me il calcio ha visto questo, una bontà spontanea e autentica. Autentica come l’amicizia creata con tanti suoi protagonisti. E le magliette che riempiono la mia cameretta raccontano questi rapporti. In ogni maglia si nascondono significati particolari, storie speciali di amicizie, abbracci, sorrisi, consigli.
È passato ormai un po’ di tempo da quando ho aperto la mia pagina Instagram. All’inizio era solo un modo per contattare e parlare con i giocatori. Non avevo una sim, i social erano l’unica possibilità. Non sono mai stati una strada per cercare fama. È stato semplicemente un modo per godermi e raccontare la mia più grande passione. È diventato qualcosa di grande. Inimmaginabile fino a poco tempo fa. Sono contento che tutto questo possa essere un bel messaggio. Un messaggio di un calcio nella sua purezza ed essenza, senza filtri o maschere. Un semplice pallone che rotola, ragazzi che vivono per lui, un amore che circonda quel campo.
Un messaggio che porta i colori di quella mia esultanza nata tanto tempo fa con papà guardando i pinguini del cartone Madagascar. Era il nostro saluto prima di iniziare scuola davanti alla mia classe. Ora da quella classe il mio saluto è arrivato ai campi di Serie A. Il mio saluto è arrivato a Marassi dopo un calcio di rigore che non ho avuto paura di tirare. Anche perché, non era un semplice calcio di rigore. Ma questo l’avevate già capito, vero?
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